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Angola. Grande Paese, grandi sfide

I missionari della Consolata in Angola

Dodici anni fa, un gruppo di missionari della Consolata iniziava l’avventura nel Paese africano. Oggi le missioni sono tre, e le difficoltà sono tante. Una popolazione sempre più povera, e uno Stato che offre sempre meno servizi. Il racconto di padre Fredy.

L’Angola è un grande paese in Africa centrale (vasto oltre quattro volte l’Italia). Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha vissuto una cruenta guerra civile lunga quasi trent’anni.

È uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana (insieme alla Nigeria) ed è pure grande esportatore di diamanti. Ma è anche uno dei Paesi con il maggiore divario tra i pochi ricchissimi e il resto della popolazione povera. «Qui la ricchezza è scandalosamente elevata così come la povertà», ci dice padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano. Lo incontriamo quando è di passaggio nella casa madre dell’Istituto a Torino.

I missionari vi lavorano dall’agosto 2014 e contano oggi tre missioni. Padre Fredy è arrivato con il primo gruppo.

A Capalanga, nella diocesi di Viana, c’è la sede principale. Si trova nella grande periferia urbana di Luanda, la capitale, che conta oltre otto milioni di abitanti. Capalanga è anche stata la prima missione Imc in Angola.

C’è poi Funda, nella diocesi di Caxito, sempre nella periferia di Luanda. Le due distano una ventina di minuti.

La terza, invece, è una missione di tipo diverso. A Luacano, nella diocesi di Luena, a mille e trecento chilometri da Luanda, quasi alla frontiera con lo Zambia. È una missione tipicamente rurale. Si trova nella provincia Moxico, la più grande del Paese e senza sbocchi sul mare.

«Luacano è una missione antica, dell’epoca della colonia. Ma non ha avuto mai una permanenza fissa di sacerdoti; quindi, si configura ancora come una missione di prima evangelizzazione, su un territorio vastissimo». Continua padre Fredy (vedi Mc 06/2018). 

Dopo un inizio veloce…

«La missione della Consolata in Angola all’inizio ha avuto un grande progresso, ovvero si è andati avanti rapidamente. Adesso siamo in un momento più statico. Oggi siamo sei missionari, due per ogni comunità, ma dovremmo essere almeno in nove. Questo è legato a una contingenza di carenza di personale». Spiega padre Fredy. Gli altri missionari presenti oggi sono i padri Dani Romero dal Venezuela, Douglas Ghetanda dal Kenya, Fernando Joaquim Chissano dal Mozambico, John Sebastian Kyara dal Tanzania e Jean Baptiste Kambale dalla Rd del Congo.

La presenza in Angola dell’Istituto missioni Consolata, è legata, a livello amministrativo interno, a quella, molto più antica (iniziata nel 1926), in Mozambico.

«Abbiamo recentemente pensato alle prospettive future, e deciso che occorrono tre elementi: più stabilità del personale, maggiore autosufficienza economica, e, inoltre, l’apertura di un seminario per giovani che vogliono diventare missionari della Consolata – continua padre Fredy, esprimendosi con un bel miscuglio di spagnolo, sua lingua madre, e portoghese, che parla in Angola -. Ci siamo detti che occorre ottenere i primi due risultati per poi passare al terzo. Di fatto, nella casa di Capalanga, c’è già la predisposizione per accogliere giovani in formazione, ma, appunto, occorrono più fondi».

Attualmente i giovani angolani motivati a seguire le orme di san Giuseppe Allamano, vanno a studiare a Nairobi, in Kenya, oppure a Maputo, in Mozambico.

Un altro progetto è quello di aprire la quarta missione: «Vogliamo iniziare una presenza a Luena, sede della diocesi, e capoluogo di provincia. Inoltre, sarebbe un punto intermedio e di appoggio alla missione di Luacano. C’è già la disponibilità di un terreno, ma, anche in questo caso, occorre avere personale e finanziamenti».

Corso di alfabetizzazione nella parrocchia di santo Agostinho

Diversità

Chiediamo a padre Fredy quali sono le maggiori sfide in Angola, e come i sei missionari della Consolata le stanno affrontando.

«Capalanga è una realtà tipicamente di grande periferia urbana. Il che vuol dire che ci vivono persone provenienti da tutte le province del Paese, un misto di etnie. Le sfide sono molto vicine al nostro carisma ad gentes. Nell’area della parrocchia abita una grande concentrazione di persone. Molte di esse sono in fase di evangelizzazione, altre sono battezzate, ma necessitano di molta formazione, poi c’è un terzo gruppo di cristiani più maturi e impegnati. Per fare un esempio, a Pasqua, abbiamo avuto quasi quattrocento battesimi, e possiamo contare oltre duemila catecumeni in tutta la parrocchia, tra adolescenti, giovani e adulti.
Però abbiamo solo 220 catechisti, che sono pochi per questi numeri».

«Vai dal feticeiro»

Un’altra grande sfida della quale ci parla padre Fredy è una certa promiscuità religiosa: «Ci sono molte superstizioni anche per chi è cristiano. Un miscuglio di feticismo, divinazione, che continua ad attrarre molti, anche chi partecipa regolarmente alla messa. È qualcosa di misterioso che spaventa ma, al tempo stesso, attira. Quindi per risolvere i problemi che si presentano, ad esempio di salute, il ricorso al feticeiro (stregone, nda) è molto frequente, cosa che influenza molte dinamiche nella comunità».

Il sistema sanitario angolano non aiuta: «C’è un grosso problema che è il cattivo funzionamento dei servizi sanitari di base, che stanno peggiorando sempre più. Se vai all’ospedale, è facile che non ti prendano in cura. Poi c’è la mentalità della guarigione immediata una volta preso il rimedio, come se dovesse accadere per magia, appunto. Allora molti vanno nelle foreste dell’interno a cercare lo stregone».

Oggi in Angola si muore per malattie curabili come la malaria, il colera, la febbre tifoide. C’è anche un incremento di malattie che, fino a qualche tempo fa, non erano comuni, come il diabete, l’ipertensione, le emorragie cerebrali. Queste sono dovute a cattiva alimentazione, e poca attenzione medica ai problemi. «Sono molti anche i casi di depressione. Infine, sono molte le persone che preferiscono non sapere di essere malati, così non si curano», ci dice padre Fredy.

Campo scout a santo Agostinho nel 2024

La minaccia dei sogni

Un’altra questione legata a questo approccio magico alla salute è quella dei sogni. «Quando una persona sogna il vicino o un parente, pensa che sia un sortilegio. Che quella persona sia entrata nel sogno per fargli del male. Questo significa che ci troviamo a gestire problemi tra vicini nati a causa dei sogni. Alcuni arrivano a cercare di non dormire per non sognare, e così si ammalano.

Come missionari stiamo portando avanti la pastorale della salute. Intanto organizziamo formazioni di base, affinché le persone conoscano alcune cure e le principali norme di prevenzione. Poi abbiamo un minimo di farmacia essenziale nelle parrocchie. E, infine, ci sono infermieri e medici volontari che, periodicamente, ci aiutano a curare alcuni casi più semplici. Per i farmaci, ci hanno aiutato alcuni progetti di enti come Impegnarsi serve oppure la Fondazione Missioni Consolata ets».

Malnutrizione in aumento

Un altro aspetto alla base di molti problemi è quello alimentare. L’Angola ha un ampio territorio, in gran parte fertile, e potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della sua popolazione (circa 38 milioni di abitanti). Ma la terra è largamente sotto sfruttata. La promozione del lavoro agricolo è un approccio recente. Attualmente c’è una forte importazione di cibo (riso, grano, ecc.) da Paesi asiatici (Cina, Thailandia, Vietnam) e latinoamericani (Colombia, Argentina, Brasile). Ma, proprio per questo, e a causa dell’inflazione interna, i prezzi degli alimenti sono in costante aumento.

Padre Fredy ci riporta quello che ha visto con i suoi occhi: «Lo scorso anno, un sacco di 25 kg di riso costava, a seconda della qualità, tra i 9 e i 12mila kwanza (8,50-11 euro). Oggi è passato a costare 19-25mila (18-24 euro). Si consideri che il salario minimo è di 50mila kwanza al mese, che un funzionario guadagna fino tre volte tanto e che molte persone lavorano per cifre inferiori. La situazione dunque è molto grave e l’accesso al cibo sempre più difficile.

Nelle parrocchie facciamo una domenica di raccolta, che viene chiamata domenica del chilo. I parrocchiani sono chiamati a portare riso, pasta, zucchero o altro. Quanto raccolto viene consegnato alla Caritas, la quale lo distribuisce ai più bisognosi. Ovviamente è una goccia nel mare».

C’è poi un’attenzione particolare ai bambini, tramite la pastorale dell’infanzia. «Ci prendiamo cura dei bimbi fino ai sette anni e delle donne incinta. Tra loro ci sono molti casi di malnutrizione. Facciamo una serie di visite alle famiglie per capire chi è a rischio, e impostiamo un programma di recupero. Fornendo alimenti alla famiglia, succede che il paniere per il malnutrito viene usato da tutti i figli, per cui, se deve durare due settimane, in realtà dura tre giorni».

A Funda ci sono problematiche simili a quelle di Capalanga, anche se le condizioni sono talvolta peggiori, ci dice padre Fredy.

Volontari al lavoro per il centro di Santo Agostinho.

Un centro polifunzionale

Per attuare tutto questo, i missionari stanno realizzando un «centro parrocchiale» a Capalanga. Si tratta di un edificio a piano unico, composto da diverse stanze che servono come aule di formazione e catechesi, una cucina, un refettorio, un ambulatorio e un magazzino per farmaci di base.

«Le formazioni che vogliamo realizzare sono quelle sulla salute di base, già citate, ma anche formazioni tecniche come taglio e cucito, cucina, pasticceria e una sorta di educazione civica. Per l’ambulatorio ci sono diversi volontari che vengono ad aiutarci per dare alcune cure di base».

Il missionario ricorda che la fine della costruzione è prevista per giugno, ed è resa possibile anche al contributo dei benefattori della Fondazione Missioni Consolata ets.

Terra di frontiera

Anche nella terza missione, a Luacano, la situazione è molto sfidante. «È una missione che ha più di 60 anni. Durante la guerra civile è stato punto di passaggio di popolazioni in fuga. Si tratta di una comunità cattolica piccola su un territorio immenso. Le sfide sono grandi sia per l’evangelizzazione che per la crescita culturale. Sono popoli presenti in quel territorio da sempre, con una mentalità un po’ chiusa, e con poche possibilità economiche. Si dedicano alla pesca durante tre mesi all’anno (la stagione delle piogge, quando si inondano vaste zone di territorio, nda) o coltivano manioca».

Qui i missionari offrono formazione per diversificare l’economia, introdurre, ad esempio, la coltivazione di mais, grano, pomodori, legumi.

Sono inoltre state costruite quattro sale per la catechesi, la formazione e l’alfabetizzazione. C’è anche una piccola cappella di epoca coloniale che i missionari stanno tentando di rinnovare. I locali della missione, invece, sono ancora da costruire su un terreno già acquisito.

I missionari della Consolata in Angola oggi sono di sei diverse nazionalità, provengono da Africa e America Latina, e sono giovani. È un bel concentrato di energie, diversità e voglia di fare. Pronti a raccogliere le sfide che non mancano.

Marco Bello

Padre Jean Baptiste Kambale a Luacano.

Il declino del gigante

La società civile e la repressione del Governo

«Il clima sociale generale in Angola è in netto peggioramento», ci racconta padre Fredy Gomez Pérez, che vive e lavora nel Paese da dodici anni. L’anno scorso si sono celebrati i cinquant’anni di indipendenza, ma il Governo è sempre stato nella mani di un unico partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla). Fino al 2017 ha «regnato» José Eduardo dos Santos, che ha poi indicato, come suo successore, il compagno di partito, João Lourenço, il quale è stato prontamente eletto.
«Inizialmente c’erano molte aspettative sul nuovo presidente, ma dopo i primi mesi, la situazione si è rivelata perfino peggiore», continua il nostro interlocutore.
Lourenço è stato poi rieletto per un secondo mandato nel 2022 ma, a detta di molti, le elezioni sono state truccate, in quanto il presidente uscente aveva un consenso bassissimo. Nel 2027 si profilano le prossime elezioni, per le quali gli osservatori danno l’esito scontato. Lourenço non potrebbe farsi rieleggere, in quanto i mandati sono ora limitati a due, ma certo l’Mpla avrà il suo candidato vincente.

Semplificando, l’esigua minoranza dei ricchi non ha problemi di educazione o salute. Manda i figli a studiare all’estero oppure nelle scuole internazionali di Luanda. Quando deve farsi curare, va in Sudafrica o in Europa. Ma i ricchi, sono anche quelli che governano, per cui non hanno molto interesse nel migliorare i servizi di base alla popolazione, che sono in costante peggioramento.
Ne è un segnale l’epidemia di colera nel primo semestre 2025, che ha causato oltre cinquecento morti. Anche il livello qualitativo dell’alimentazione degli angolani sta scendendo, con aumento dei casi di malnutrizione.

La società civile angolana è sempre più cosciente e battagliera. Lo dimostrano le proteste del luglio 2025, causate dall’innalzamento del prezzo dei carburanti del 30% (per la progressiva rimozione di sovvenzioni statali), con il conseguente immediato aumento del prezzo dei trasporti pubblici. La repressione ha portato a 22 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti.
Lo Stato, dal canto suo, sta diventando sempre più repressivo.
All’inizio del marzo scorso, il presidente João Lourenço ha firmato una legge molto restrittiva nei confronti della società civile. «La legge garantisce al Governo vasti poteri per autorizzare, monitorare, sospendere e restringere i finanziamenti alle organizzazioni della società civile (come le Ong, ndr), sotto la vaga scusa di “minacce alla sicurezza”», scrive Human rights watch, Ong per la difesa dei diritti umani basata a New York. «Una legge che è l’ultimo esempio in tema di restrizioni dei diritti e delle libertà in Angola», continua l’Ong. Già nel 2024, infatti, il presidente aveva firmato una legge contro il vandalismo, che permette di infliggere pene molto pesanti ai manifestanti, di fatto criminalizzando i partecipanti a manifestazioni pacifiche. Come anche un’altra legge sulla sicurezza nazionale, che aumenta il potere delle forze di sicurezza nel controllo dei media.
Gli esperti concordano sul fatto che la società civile angolana, negli ultimi 15 anni è cresciuta e si è rafforzata. Il malcontento dopo le elezioni «truccate» del 2022 e la crisi economica e alimentare sempre maggiore, la spingono a organizzarsi.

Ma.B.

President of Angola Joao Lourenco arrives ahead of US President Donald Trump arrival for the signing ceremony of a peace deal with the President of Rwanda Paul Kagame and the President of the Democratic Republic of the Congo Felix Tshisekedi at the United States Institute of Peace in Washington, DC, on December 4, 2025. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)
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