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La natura e l’uomo si trovano accomunati dal fatto di essere creati, dal fatto di essere in relazione con il Creatore. Il fatto di essere creati accomuna uomo e natura in un rapporto di riconoscenza con il creatore.
Il racconto delle origini nel libro della Genesi non si ferma a quelle prime battute. Esso prosegue accumulando diversi elementi, che sembrerebbero incoerenti se fossero dentro una narrazione storica. Essendo però inseriti in un testo che non ha lo scopo di descrivere avvenimenti storici, ma di sottolineare le regole di fondo con cui la storia accade, essi diventano arricchenti.
Che il secondo capitolo della Genesi (2,4b-3,24) non sia semplicemente una prosecuzione del primo lo si intuisce da tanti elementi: innanzitutto dal fatto che viene raccontata la creazione una seconda volta; poi dal fatto che nel primo racconto c’è sovrabbondanza di acqua, Dio procede con sicurezza semplicemente parlando, viene creato prima il mondo e solo dopo l’uomo, «maschio e femmina».
Nel secondo racconto, invece, la terra è arida e senza erbe, gli animali e la donna vengono creati dopo l’uomo, e, infine, pare che Dio proceda per errori e correzioni.
Proprio la prima indicazione ci offre un dato interessante. La terra, si dice, era arida e improduttiva «perché Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che la coltivasse» (Gen 2,5). Con estrema leggerezza e facilità si dice che il compito dell’uomo sulla terra è di collaborare alla creazione divina, di farsi agricoltore per essere «con-creatore»: Dio da solo non basta, e l’essere umano sembra subito indispensabile per la vita del mondo.
L’osservazione, in effetti, a qualcuno potrebbe sembrare quasi blasfema (Dio da solo non sarebbe capace di produrre erbe e alberi, come come scritto poche righe prima in Genesi 1?), ma la coerenza con il primo capitolo c’è: l’uomo è creato a immagine di Dio, e ciò che finora abbiamo letto di Dio, cioè che Egli crea, vale anche per l’uomo. Dunque, l’uomo, non può che farsi a sua volta creatore.
«Ma no! Si tratta soltanto di coltivare», si potrebbe obiettare. Quello che Genesi suggerisce qui, però, è che la creazione non può raggiungere la propria pienezza di vita senza la collaborazione attiva di Dio e uomo.
L’uomo non può nulla sul clima: deve essere Dio, come Signore del creato, a mandare la pioggia sulla terra, ma deve esserci allo stesso tempo, l’uomo a coltivarla, perché quell’opera creatrice venga perfezionata. Il «semplice» lavoro dell’uomo è, quindi, un’opera di co-creazione in collaborazione con Dio. Ciò che l’uomo fa non è soltanto trovare il modo di nutrirsi, ma è rendere piena la creazione divina, completare ciò che Dio, da solo, non vuole assumersi.
Questo fondamentale ruolo umano, se vogliamo, è ulteriormente richiamato da ciò che, nel racconto biblico, è il primo intoppo nell’opera divina. Per la prima volta, infatti, si fa notare che qualcosa «non è bene», ed è Dio stesso a segnalarlo: a non essere buono è il fatto che l’uomo sia solo (Gen 2,18).
Si apre qui la riflessione di Genesi sulle dimensioni fondamentali dell’essere umano, in relazione verso l’alto (con Dio), verso il basso (il creato) ma anche verso il suo stesso livello, con almeno un altro essere umano.
È un punto non scontato per la tradizione culturale in cui nasce questo brano, ed è comprensibile che debba essere sottolineato.
Per ciò di cui ci stiamo occupando, però, è più significativo un altro aspetto: il primo tentativo di soluzione della solitudine umana è quello di mettere l’uomo di fronte ad altri esseri creati (v. 19). Questi, nei quali l’essere umano non trova un aiuto «come in faccia a lui», ossia al suo livello, ricevono il loro proprio nome da adam, dall’«essere umano». Chi dà il nome è in qualche modo «signore», «padrone» di chi viene in tal modo «battezzato». Non a caso la donna non riceverà il nome dall’uomo, ma direttamente da Dio. È questo, infatti, il senso del passivo, «sarà chiamata donna» (v. 23), senza indicare da chi sarà chiamata così.
A noi moderni l’idea che l’uomo sia «signore del creato» suscita un po’ di sospetto e forse addirittura repulsione, come se questa sua condizione gli desse il potere di fare ciò che vuole, di sfruttare e abusare. Non è però l’intenzione del testo biblico dire questo. In esso la gerarchia tra gli esseri viventi è intesa in senso opposto: chi è più in alto ha, automaticamente, il dovere di prendersi cura di chi è più in basso. D’altronde, il modello per la «signoria» è quello di Dio, il quale, proprio perché è superiore all’uomo, lo custodisce, lo protegge, instaura con lui una relazione di intimità e fiducia. Lo stesso dovrebbe fare l’uomo con il creato. Che l’uomo sia superiore a tutto il resto, implica che tocchi a lui entrare in una relazione di cura con il creato e ricondurlo a Dio.

Alla fine del secondo capitolo della Genesi parrebbe che tutto sia sistemato. L’essere umano non è più solo, ha di fronte a sé un aiuto «come in faccia a lui» (Gen 2,20). E il creato può contare sulla collaborazione operativa di entrambi i suoi creatori: Dio, come fonte di tutto, e l’essere umano, come «signore in seconda», come punto di riferimento diretto. L’uomo è in rapporto di inferiorità rispetto a Dio e di superiorità nei confronti del creato, in una relazione che è di attenzione e cura.
In questo quadro, subentra però la sfiducia, introdotta dall’essere umano che è abbastanza autonomo da poterla scegliere. È quello che noi solitamente chiamiamo «peccato originale», che non è tanto un mangiare ciò che non si deve per gola o per disubbidienza, ma un non fidarsi: Dio mi ha detto di non mangiarne, per il mio bene, ma in realtà non mi fido che davvero voglia il bene mio: «“È vero che Dio ha detto di non mangiare degli alberi del giardino?”. “Non di tutti, solo di questo, altrimenti moriremmo”. “Non morireste, ma diventereste come Dio”» (Gen 3,4-5).
Questa sfiducia comporta delle conseguenze pesanti, che nelle parole divine si condensano intorno alla consapevolezza che il male nella storia esiste ed è operativo. Nello stesso tempo, però, il male non costituisce né l’ultima parola né un danno irrimediabile.
È ciò che vediamo agire in tutte e tre le parole che il creatore rivolge ad Adamo e a Eva, parole che si riferiscono ai tre campi relazionali già individuati: con il basso (la terra, Gen 3,14), con il pari livello (la relazione con «il tuo uomo», Gen 3,15) e con l’alto. Questo è espresso non dal rapporto con Dio, ma da quello con le generazioni, con i figli (Gen 3,16), che ci fanno cogliere il nostro rapporto con ciò che ci supera, dal momento che ogni generazione subisce le scelte e gli orientamenti di quella precedente, ma nello stesso tempo le sopravvivrà.
Di questi tre aspetti in Genesi si dice, appunto, che il male esiste (si partorisce con dolore, nella relazione di coppia l’uomo punterà al dominio, la terra darà spine e cardi), ma anche che inestricabilmente legato al male c’è il bene, e quest’ultimo avrà la meglio. Il dolore del parto porterà a nuove vite; nonostante il dominio dentro la relazione di coppia, resterà la passione; seppure sudando, l’uomo trarrà dalla terra il cibo.
Di nuovo, a noi interessa soprattutto un aspetto che potrebbe sembrare il più marginale del testo: Dio, nonostante il «castigo» inflitto all’uomo e alla donna, non li maledice, non infrange la relazione con loro. Maledice, invece, il serpente (Gen 3,14-15), simbolo della sfiducia e causa originante del male, quasi a dire che, benché Dio sia sfiduciato dall’uomo, l’uomo non sarà sfiduciato da Dio. A differenza di ciò che ci aspetteremmo, alla sfiducia Dio reagisce rinnovando la fiducia.
In più, ed è ciò che ci riguarda, Dio maledice il creato a causa della scelta di Adamo (Gen 3,17-19). È una reazione quasi illogica, ma che dice innanzi tutto l’intenzione divina di non privarsi mai della relazione, dell’intimità e del sogno di fiducia reciproca con l’essere umano.
Ciò pone tuttavia l’uomo in una relazione nuova, di responsabilità addirittura maggiore nei confronti della creazione. Se infatti Dio non si pone più come riferimento del creato, quella posizione di «signoria» non viene tolta all’essere umano. Dopo che uno dei due signori della natura (l’uomo) ha tolto la fiducia all’altro (Dio), la situazione di «signoria» condivisa non può più esistere. A «restare in carica» è l’essere umano. La frattura della fiducia con Dio comporta che l’unico «signore del creato» diventa l’uomo. Lungi dall’essere un suo degradamento, l’uomo diventa l’unico responsabile della possibilità del creato di entrare in dialogo con Dio.
È quello che papa Francesco ha intuito e spiegato nell’enciclica «Laudato si’».
E quindi? Vale la pena provare a riassumere ciò che è stato detto finora leggendo i primi capitoli della Genesi: la natura è creata, come noi, e questo ci pone in una dimensione di intimità, di comunione con essa. Questa creazione, però, non può soddisfare il desiderio dell’uomo di scambio alla pari. Possiamo cogliere nella creazione alcuni tratti di somiglianza all’essere umano, ma essa rimane inferiore.
Questo, lungi dal giustificarne uno sfruttamento sconsiderato, diventa la ragione per cui l’uomo è chiamato a prendersi cura della natura, di fatto suo «signore» e custode. Dio si ritira dal mondo creato e rompe per questo la relazione con tutto, tranne con l’essere umano.
Quest’ultimo è chiamato a un compito chiaro, quello di ricostruire l’unità del creato facendo da «tramite» tra il divino e la natura. Ciò che si salverà, ciò che troverà la vita in Dio, dovrà passare dalla mediazione umana.
Ecco allora che il compito che si apre davanti all’uomo, «signore del creato», è tutt’altro che banale. L’uomo è chiamato a essere il responsabile del creato, colui che sarà chiamato a riportare tutto al Padre.
Angelo Fracchia
(Danza a tre, 2-continua)