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L’Associazione padre Bruno Del Piero di Roveredo in Piano (Pn), tra le sue iniziative di sostegno concreto alle missioni, ha proposto già in passato un viaggio in Colombia per visitare i territori dove il missionario della Consolata ha vissuto e portato il messaggio evangelico per più di 50 anni (1963-2014).
Lo scorso agosto si è concretizzato un sogno: siamo partiti con la nipote Loredana Del Piero, il gruppo era guidato da Alberto Cancian, che era già stato in quelle regioni con il missionario roveredano e ha poi scritto «La Mission Contada – storia dei missionari della Consolata in Caquetá e Putumayo».
A Cartagena del Chairá siamo andati pellegrini alla tomba di padre Bruno, che ora riposa tra i suoi parrocchiani, la sua gente di Colombia.
Durante le due settimane del viaggio nell’Amazzonia colombiana, Caquetá e Putumayo, abbiamo incontrato molte persone che ancora ricordano l’opera missionaria del sacerdote nostro conterraneo, per loro era un missionario santo, vicino alla gente, «caminante y navegante evangelizador» come recita la targa posta in suo onore nella chiesa in piazza a Leguizamo.
Nel viaggio siamo stati accompagnati dai missionari della Consolata, abbiamo ricevuto ospitalità nelle case delle missioni a Bogotà, Leguizamo, Solano, Florencia, Cartagena del Chairá. Abbiamo potuto conoscere il servizio che loro svolgono in territori difficili, spesso privi di strade, raggiungibili solamente via fiume, navigando per ore con le canoe; sviluppano progetti di promozione sociale, conservazione e valorizzazione delle culture indigene, salvaguardia della biodiversità naturale, metodi di agricoltura sostenibile dove la deforestazione avanza e sono evidenti forme di sfruttamento pesante delle risorse con conseguenti danni ambientali enormi.
Abbiamo visitato comunità indigene, incontrato campesinos nelle fincas (fattorie), accompagnati da padre Benjamin di Leguizamo, padre Angelo Casadei di Solano, padre Ariel di Florencia. Al Comedor (una specie di ristorante per i poveri) di Puerto Leguizamo siamo stati ospiti di suor Yaneth e dei tanti bambini allegri e festanti con genitori e cuoche super organizzate.

Siamo stati accolti sempre con grande partecipazione, gioia e curiosità.
È stato un viaggio molto emozionante e impegnativo, mai comodo, lontano dai percorsi turistici. Entrare nella foresta pluviale amazzonica bagnata o inondata dai maestosi fiumi Caquetá e Putumayo, ammirare e ascoltare la ricchezza di flora e fauna straordinarie, sentire sulla pelle l’aria calda e umida di giorno e di notte, le piogge equatoriali torrenziali, i roventi raggi del sole quasi allo zenit, vedere i tanti arcobaleni sui fiumi, i tramonti infuocati e poi i cieli stellati.
Abbiamo capito ancora di più l’importanza e l’urgenza di proteggere un tale capolavoro del Creato, «Santuario della Natura».
Grazie a padre Bruno per i suoi insegnamenti, la sua testimonianza e le sue opere che hanno creato legami e amicizie tra comunità e persone così diverse e una grande riconoscenza ai tanti missionari e missionarie che con generosità, passione e competenza vivono e lavorano instancabilmente in quelle terre lontane.
Rosa Del Piero, Roveredo in Piano (Pn), 16/09/2026

Nel cuore di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, sorge un edificio di tre piani. Un tempo era una scuola elementare; oggi è un centro di accoglienza sociale per le persone che si trovano in situazioni di difficoltà: la Casa della Misericordia. Vuole essere ciò che il suo nome esprime: una casa che accoglie tutti, soprattutto chi è ferito, chi sta vivendo un momento di sofferenza, chi ha perso il senso della propria vita e chi ha bisogno di essere accompagnato e guarito nel cuore.

Quest’opera è nata sei anni fa, quando i missionari della Chiesa cattolica in Mongolia si sono riuniti per leggere insieme la realtà della società e della Chiesa alla luce del Vangelo e per cercare un cammino comune.
Dall’ascolto della realtà sono emerse, tra le situazioni che richiedevano risposte più urgenti e concrete, le famiglie in crisi e il numero crescente di persone senza dimora stabile.
È nata così l’idea di creare un luogo nel quale, come Chiesa, poter servire con amore le persone più fragili: un piatto di cibo caldo, un luogo dove potersi fare una doccia e ricevere vestiti puliti, assistenza medica, ma soprattutto uno spazio dove trovare ascolto, accoglienza e sostegno per affrontare le difficoltà e costruire un futuro più sicuro e stabile. Un luogo dove la vita, anche quando è ferita e fragile, possa essere sostenuta e tornare a crescere.

Così la Chiesa ha iniziato il cammino per costruire questa «casa» e dare inizio al servizio.
Nel 2023 abbiamo avuto la grande gioia della visita di Papa Francesco in Mongolia. Durante la sua visita, il Papa ha benedetto gli ambienti già completati e ha inaugurato ufficialmente la Casa della Misericordia, affidandole una missione precisa: riconoscere nel volto di chi soffre il volto di Gesù e offrire gratuitamente il nostro servizio a chi è nel bisogno, come testimonianza concreta della fede.
Ha detto: «Questa casa che voi avete costruito e che oggi ho la gioia di benedire e inaugurare è un’espressione concreta di farsi carico dell’altro […] perché dove c’è accoglienza, ospitalità e apertura agli altri si respira il buon odore di Cristo (2 Cor 2,15)».
Da allora, centinaia di persone hanno attraversato le porte di questa casa.
Alcune vi arrivano per un periodo limitato, in un momento particolarmente difficile della loro vita. Ricevono medicine, cibo, vestiti e sostegno. Poi, quando ritrovano una certa stabilità – spesso perché riescono a trovare un lavoro – non tornano più. Sono soprattutto giovani senza lavoro, persone che lo hanno perso, oppure migranti interni, provenienti dalle campagne, che arrivano in città alla ricerca di nuove opportunità. Sono giovani uomini, donne o famiglie che hanno bisogno di un aiuto temporaneo, fino a quando riescono a trovare un alloggio o a ricevere il primo stipendio.

Altri, invece, vivono situazioni di fragilità più profonde. Alcuni hanno un lavoro, ma il loro reddito non è sufficiente per vivere. Altri sono persone con disabilità che non possono contare su un sostegno familiare stabile. Altri ancora vivono con una dipendenza, nella maggior parte dei casi dall’alcol, e hanno progressivamente perso il sostegno della famiglia e della società, fino ad arrivare a perdere anche il luogo in cui vivere.
Sono queste le persone che, nel tempo, abbiamo imparato a conoscere un po’ più da vicino. Alcuni di loro hanno avuto una professione, un buon lavoro, una famiglia. Erano medici, poliziotti, professionisti. Poi, una tragedia, un dramma familiare, una situazione dolorosa o una brutta esperienza sul lavoro li ha portati a perdere la speranza e, poco alla volta, ad abbandonarsi all’alcol.
Noi siamo qui per tutti loro.
Una persona che frequenta la Casa ci ha detto un giorno: «Quando vengo qui mi sento di nuovo persona».
Queste parole ci ricordano il senso più profondo di ciò che facciamo. Ringraziamo Dio per la possibilità di essere, anche solo attraverso piccoli gesti, canali del suo amore per ogni persona che entra da quella porta.

Un amore che non giudica.
Un amore che sostiene la vita quando questa diventa fragile.
Un amore che, attraverso gesti semplici e concreti, può restituire dignità e far rinascere la speranza.
Perché crediamo che dentro ogni persona, anche quando sembra essere stata sconfitta dalla vita, ci sia sempre un bene che può essere riscoperto, sostenuto e fatto crescere.
Questa è la Casa della Misericordia: una casa dove nessuno dovrebbe sentirsi dimenticato e dove, attraverso l’accoglienza, possiamo riscoprire insieme che ogni vita ha valore.
suor Sandra Garay, Ulaanbaatar, 12/08/2026

Carissime amiche e amici dell’Associazione «Amici Missioni Consolata, da bambini vi bastava un sassolino per giocare. Lo lasciavate cadere in un laghetto, e subito nasceva un cerchio, poi un altro e un altro ancora. Cerchi di onde che andavano a toccare le sponde e svanivano. Incuriositi, gettavate un’altra pietruzza: e i cerchi ritornavano e scomparivano.
Cerchi come i pensieri, le sfide, gli avvenimenti che vanno e vengono, che ritornano e si allontanano. Cerchi come i corsi e ricorsi storici.
«Il Punto», accanto al «Bicerìn» di Torino, è stato come «un sassolino sul laghetto». Ha fatto nascere tanti eventi: persone che entravano nel negozio per chiedere informazioni, che compativano l’Ucraina invasa da Putin, che piangevano su Gaza devastata da Netanyahu, che si vergognavano di Trump con il suo spudorato dito medio all’insù…
Improvvisamente silenzio. I sassolini non cadevano più sul laghetto. «Il Punto» era chiuso.
Ma riecco «Il Punto», nuovamente aperto. È questo il mio sogno e il mio augurio più sincero. Voi, amiche e amici, siete ritornati anche per acquistare il panettone per il prossimo Natale, ma soprattutto per vivere momenti di ospitalità, confronto e collaborazione, per riascoltare le storie dei perdenti della vita, come pure per sognare un futuro in pace.
«Il Punto» è pure «un punto interrogativo». Tutti ci domandiamo: «Dove stiamo andando con le tragedie attuali?».
Amiche e amici, ritornate a «Il Punto». Risponderemo insieme con speranza agli interrogativi della vita, all’ombra del Santuario della Consolata.
padre Francesco Bernardi
Dar es Salaam, 08/08/2026
P.S.: «Il sassolino sul lago» è anche il titolo del piccolo libro che ho appena pubblicato con l’editrice Effata, per «raccontare e raccontarsi sui ponti tra Tanzania e Italia». Il libro propone un collage di ricordi, impressioni, racconti legati alla mia vita di missionario, cercando di mantenere uno sguardo capace di vedere la bellezza divina, umana e naturale che è attorno a me.

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Il Punto ha riaperto in Piazza della Consolata a Torino dopo essersi adeguato alle nuove normative riguardanti le associazioni non profit.