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Paju. Percorriamo in auto una strada che passa tra dolci colline poco costruite. Alla guida c’è padre Clement Gachoka, missionario della Consolata keniano, in Corea del Sud dal 2011.
Siamo partiti da Dongducheon, dove si trova una delle comunità dell’Imc nel Paese. Lungo la strada vediamo diversi piccoli stabilimenti, fabbriche di manifattura. Dopo una ventina di chilometri arriviamo in un’area più aperta e piana, la cittadina di Paju. Entriamo in un quartiere di case basse e capannoni di fabbriche. Raggiungiamo la chiesa parrocchiale: è in mattoni rossi e circondata da alberi e fiori.
È già aperta e i fedeli arrivano, un po’ alla volta. Sono quasi tutti di origine africana. I pochi asiatici sono filippini. Padre Clement si appresta a celebrare la messa in lingua inglese.

Si tratta di un’attività nell’ambito della «pastorale dei migranti», uno dei settori di servizio dei Missionari della Consolata in Corea del Sud.
A Paju si trova la sede delle suore coreane Little servants of the holy family, che qui hanno fondato il centro «Paju Bethania for migrants».
Dopo la messa andiamo a visitarlo. In bella mostra su una parete bianca c’è un planisfero. Sotto una scritta recita «Hospitality, Solidarity, Sharing» (ospitalità, solidarietà, condivisione).
I locali del Bethania sono adiacenti alla chiesa. Qui le suore svolgono diversi servizi, come accoglienza, supporto medico, formazione alla cultura e alla lingua coreana, visite, e accudimento dei bambini per mamme lavoratrici. Si tratta di alcune stanze accoglienti e allestite con giochi per bimbi, sedie, e foto alle pareti che ritraggono eventi passati nel centro.
Padre Clement ci parla dell’impegno della Consolata con i migranti: «Lavoriamo nel programma di assistenza sociale delle tre diocesi di Uijeongbu, Inchon e Daejeon. In tutta quest’area di Dongducheon, che è una di quelle con la maggiore popolazione di migranti della provincia, ci dedichiamo a fornire servizi religiosi, cura spirituale, anche sacramentale, catechesi, accompagnamento spirituale delle famiglie e dei giovani».
Ma l’impegno non si ferma qui: «Andiamo incontro ai migranti per i bisogni più urgenti. Ad esempio, l’assistenza medica, i problemi sul posto di lavoro, nel quartiere, nella scuola».
Molto importante, ad esempio, è l’aiuto per la lingua: «La maggior parte dei migranti ha difficoltà a imparare la lingua coreana, che è molto complessa. Inoltre, chi arriva ha altre priorità, ovvero lavorare tante ore al giorno, per guadagnare di più, e quindi non ha né il tempo né l’energia, e talvolta poca capacità, per dedicarsi a imparare la lingua e la cultura coreana. Così li aiutiamo con le traduzioni».

I missionari lavorano in rete con altri organismi che si occupano dei migranti, come le Little servants, un’associazione di laici, un centro cattolico e un altro gruppo di suore coreane.
«Lavoriamo in particolare nella parrocchia di Dongducheon – ci dice padre Clement – e circa due anni fa, le Little servants ci hanno chiesto di collaborare anche a Paju soprattutto nei servizi religiosi, così abbiamo cominciato questo nuovo impegno.
Qui, per diversi anni, i migranti non hanno avuto una vicinanza con la Chiesa cattolica, in particolare mancava il servizio in inglese. Stiamo facendo un lavoro di rienvangelizzazione dei migranti che avevano lasciato la fede. Facciamo catechesi per bambini e adulti in vista di cresime, matrimoni».

In un locale più ampio, alcuni volontari distribuiscono un pranzo. Si fermano a mangiare le stesse persone che sono state a messa, le suore, e pure padre Clement. Veniamo invitati. Ci sediamo con alcune donne del Camerun. Sono originarie sia della zona francofona (da Douala e da Youndé), che da quella anglofona.
Sylvie è arrivata cinque anni fa con il marito, ma lui non ha resistito ed è tornato al Paese quasi subito. Lei ci racconta in un francese con accento tipico dell’Africa centrale: «Lavoro in una fabbrica nella quale si smistano i vestiti usati. È un lavoro pesante, perché devo stare in piedi per otto ore di seguito. Ho anche problemi con la lingua coreana, è difficile da imparare e da capire».
Le chiediamo che cosa l’ha portata a migrare proprio in Corea: «On se cherche!», letteralmente «ci si cerca», ovvero: «Si cerca sempre di andare avanti». Non c’è una vera risposta.
Anche la questione permessi di soggiorno è molto complicata, occorre rinnovarli ogni anno. Non riusciamo a capire se Sylvie attualmente ha i documenti in regola oppure no. Però, certo, li ha avuti. Lei e le altre connazionali presenti, concordano tutte che il livello di sicurezza sociale della Corea è vantaggioso. «Ma il lavoro è duro – rinforza Brigitte una signora un po’ robusta -, e ho sempre mal di schiena».
Bertrand è togolese e ha 54 anni. È in Corea del Sud da tre anni e in patria ha lasciato la moglie e tre figli. È molto attivo in parrocchia, tanto da comparire in quasi tutte le foto appese al centro Bethania. Ci racconta la sua storia in un buon francese: «Sono arrivato con un visto diplomatico dal Sudafrica, dove lavoravo in ambasciata. Poi mi sono fermato». Bertrand è tornato in patria una sola volta.
Dopo il pranzo lui, come altri, si affretta per seguire il corso gratuito di coreano organizzato dalle suore in una stanza adiacente.
Scopriamo che altri migranti sono della Nigeria, del Ghana, delle Filippine. Due donne di quest’ultimo Paese si sono sedute fuori dal centro per preparare, chitarra alla mano, i canti di domenica prossima.

Ripartiamo verso la parrocchia di Dongdoucheon. Padre Clement ci racconta la sua esperienza: «Fino dal mio arrivo, a Inchon, ho iniziato a lavorare con i migranti. La cosa che mi ha aiutato di più è che io stesso mi vedo come un migrante. Anche se ho tutto il necessario per vivere, vivo in un Paese straniero. Un punto di vista privilegiato che mi ha aiutato a lavorare con queste persone, condividere le loro difficoltà e le sfide che affrontano». Ci spiega il missionario: «La difficoltà più grande è proprio l’adattamento a vivere in un Paese che non è il tuo: la lingua, la cultura, il cibo. E poi c’è la questione lavoro. Questi immigrati vengono qui in Corea alla ricerca di una vita migliore per loro stessi e per quelli che dipendono da loro. Ma non riescono quasi mai a lavorare nel campo per cui hanno delle competenze. Ad esempio, un’insegnante si ritrova a lavorare in fabbrica. Questo porta a problemi sul ritmo della vita – ad esempio i turni di notte -, che causano disturbi di salute fisica e mentale. Iniziano le malattie come diabete, ipertensione».
Nel 2022, padre Clement ha conseguito una specializzazione in «Pastorale dei migranti», all’università Urbaniana a Roma. Subito dopo è tornato in Corea, proprio a Dongducheon, per affiancare padre Tamrat Defar, anch’esso missionario della Consolata, che lavorava con i migranti. Padre Tamrat in seguito è stato trasferito.

Il missionario ci parla della situazione dei migranti irregolari: «Alcuni Stati hanno un accordo con la Corea del Sud e possono inviare lavoratori. Questi arrivano con il permesso di lavoro e sono destinati a determinate fabbriche. Quando non c’è un accordo tra Stati, invece, le persone arrivano con un visto turistico o con altri tipi di visti, e poi restano nel Paese senza documenti. Anche quelli che vengono con il contratto, una volta scaduto, cercano di restare. Nonostante tutto, qui hanno una vita di qualità migliore, almeno dal punto di vista economico, rispetto a quella in patria. Tutto questo fa aumentare il numero di migranti senza documenti».
Per i lavoratori regolari, l’azienda fa in modo che possano accedere a tutti i servizi, compresi quelli sanitari. Ma i lavoratori irregolari non ne hanno diritto. In questo la Chiesa cattolica e altre organizzazioni, stanno intervenendo per aiutarli.
«Per quanto riguarda la scuola – ci spiega padre Clement – i governi locali, come comuni e provincie, riconoscono che bambini e ragazzi vivono sul loro territorio e quindi devono andare a scuola come gli altri. Fino all’istruzione secondaria, dunque, non hanno problemi. È all’università che diventa molto difficile accedere. Il Governo nazionale non ha ancora affrontato questo tema».

Nel frattempo, arriviamo alla chiesa parrocchiale di Dongducheon, dove padre Clement deve celebrare una messa in inglese per le comunità di migranti di quest’area.
La chiesa è grande, e vi si accede tramite un’ampia scalinata. Arrivano alla spicciolata molti africani, filippini, alcuni coreani. Ci sono anche le suore «Blessed Sacrament sisters of charity», che collaborano nella pastorale dei migranti. Vediamo anche diverse famiglie di origine africana con figli adolescenti o bambini. Alcuni di loro hanno vestiti confezionati con le stoffe colorate dei loro Paesi di origine.
Anima la celebrazione un bel coro misto e molto affiatato, composto di africani, filippini e un coreano. Un giovane filippino suona il piano elettrico.
Padre Clement, dopo la messa condivide con noi alcune sue preoccupazioni: «I ragazzi e i bambini che avete visto a messa sono nati qui in Corea, da genitori immigrati molti anni fa. Sono la cosiddetta “seconda generazione”. Sono andati a scuola qui, parlano coreano, mentre a casa parlano altre lingue. Molti di loro non sono mai andati nel Paese di origine. Hanno vissuto sempre in Corea, si sentono coreani, perché non conoscono altro. Il dilemma è che questi giovani, davanti alla società, sono stranieri. C’è una questione di senso di appartenenza. Quando parlo con loro mi dicono che si sentono persi per quanto riguarda la propria identità personale».
In Corea del Sud la legge non prevede lo jus soli, se nasci da coppia di stranieri, rimani straniero, molto sovente senza documenti, perché i tuoi genitori non li hanno.

«Recentemente ci sono stati cambiamenti – continua padre Clement -, il Governo, vedendo la quantità dei migranti senza documenti in Corea, e i tanti figli, permette a chi ha minori che vanno a scuola, di rimanere in Corea per accudirli fino al compimento dei diciotto anni e la conclusione della secondaria. Passata questa soglia, il permesso “speciale” decade. A quel punto dovrebbero tornare in patria».
Un aspetto complicato delle seconde generazioni è che «i genitori iniziano a perdere la comunicazione con i propri figli, non riescono più ad avere relazioni profonde, significative, perché i figli parlano male la lingua dei genitori, e questi hanno difficoltà con il coreano. Una volta un genitore mi ha chiesto: “Per favore padre, spiegami cosa sta dicendo mia figlia”».
Il missionario continua: «La nostra grande preoccupazione, dunque, non sono i genitori, ma i figli: la vita di questi giovani non appartiene alla loro patria, ma neanche, completamente, alla Corea». Padre Clement vuole dire che non hanno gli stessi diritti e opportunità di un giovane coreano.
Dopo la messa, davanti alla chiesa, molti fedeli si intrattengono tra loro o con le suore. Padre Clement saluta un coreano che è venuto per la prima volta con la moglie filippina. Incontriamo una coppia di giovanissimi indiani, che hanno una figlia di tre mesi. Ci fermiamo, poi, a parlare con i nigeriani. Ci sono alcune famiglie, padre, madre con due o tre figli adolescenti.
Un papà mi dice di essere in Corea da 22 anni, parla inglese con un grosso influsso di «pidgin english». Un altro nigeriano mastica un inglese stentato e ci presenta uno dei suoi tre figli, un ragazzone alto e un po’ sovrappeso. Anche lui e la moglie sono emigrati dal loro Paese circa vent’anni fa.
Sono tutti vestiti a festa e ripartono con delle grosse automobili. Sembrano famiglie stabilizzate.
Padre Clement ci parla anche della caccia al migrante: «Ci sono momenti nei quali la polizia annuncia di fare il cosiddetto “clack down”, ovvero retate alla ricerca di migranti senza documenti. I poliziotti vanno nelle fabbriche, alle fermate degli autobus, in certi quartieri, per strada nelle ore di inizio e fine lavoro. Se hai l’aspetto di uno straniero ti fermano. Usano, quindi, un sistema di riconoscimento facciale e vedono subito se hai il permesso di soggiorno oppure no. Nel primo caso non hai nulla da temere. Altrimenti vieni arrestato».
C’è anche un altro fenomeno pericoloso che si sta diffondendo: «Si tratta di gruppi di giovani di estrema destra che fermano i migranti e chiedono loro i documenti, se non li hanno chiamano la polizia. Non sono autorizzati a farlo. Gli estremisti filmano tutto e dicono che è dovere del poliziotto arrestare il malcapitato. C’è una polemica su questo modo di fare, e molti coreani, ovviamente, non sono d’accordo».

Con padre Clement andiamo nella zona vicina alla base militare degli Stati Uniti «Camp Casey» (nel Paese ce ne sono molte, installate dopo la firma dell’armistizio con il Nord del 1953). È zona di migranti.
Qui la base era molto grande, ma è stata ridimensionata e diverse truppe sono state sposate in un’altra. Nel quartiere erano nati decine di night club. Qui venivano – e ancora vengono -, trafficate le ragazze filippine, attirate con promesse di lavoro, ma poi obbligate a prostituirsi. Sono tanti i locali, ma diversi paiono chiusi, ricordi di un passato poco glorioso. Altri sono aperti, o apriranno verso sera.
In questa zona le case sono vecchie, proprietà di anziani che non le hanno rimodernate e le affittano a immigrati. Incontriamo molti africani, filippini, indiani o pachistani. Padre Clement ne riconosce diversi che poco prima erano a messa.
Vediamo anche qualche americano camminare per le vie. Sono chiaramente giovani soldati in borghese: muscoli, maglietta e calzoncini. Militari occidentali, migranti africani e asiatici, night club: una strana commistione.
Marco Bello
