L’autobus della paura

San Salvador. Reportage dal quartiere dipinto

C’è stato un tempo in cui, a Zacamil, entrava soltanto l’autobus 44. I pandilleros spadroneggiavano con la violenza. Oggi, questo quartiere popolare della capitale salvadoregna è conosciuto per una rinascita partita dall’arte.

San Salvador. L’autobus numero 44 emerge per metà dalla parete di uno dei palazzi di Zacamil, quartiere popolare nella periferia di San Salvador, capitale del Salvador. Con sei milioni di abitanti, questo è il più piccolo Paese dell’America Centrale.

Per Esmeralda Quintanilla, 57 anni, non c’è opera d’arte più bella di quel murale. È soltanto uno tra i tanti che oggi danno vita al museo a cielo aperto che è diventato Zacamil, dove Esmeralda vive da oltre 27 anni. «Era l’unico autobus che entrava qui, quando il quartiere era controllato dalla banda criminale
Barrio 18. Tutti gli altri bus ci facevano scendere molto prima. Non avevano coraggio di addentrarsi», racconta.

Zacamil è un’immensa distesa di cemento composta da quaranta edifici di edilizia popolare costruiti dal Governo salvadoregno a partire dagli anni Sessanta per accogliere le tante persone che a quell’epoca si spostavano dalla campagna alla città in cerca di lavoro.

I palazzi, allineati uno accanto all’altro e numerati in ordine progressivo, conservano un’estetica austera, dal vago sapore sovietico. Tutto il quartiere ospita circa 4mila abitanti, più tutti quelli che vi orbitano intorno per motivi familiari o lavorativi.

Ma il vero motivo della fama di Zacamil è la sua triste storia di massacri e violenza. Prima, durante la guerra civile degli anni Ottanta, quando è stato teatro dell’offensiva finale «Hasta el tope» del 1989 (del Frente Farabundo Martí, ndr). Poi, nei vent’anni seguenti, è stato uno dei quartieri generali della banda criminale transnazionale Barrio 18 Revolucionarios, una delle due fazioni – l’altra sono i Sureños – in cui è divisa l’organizzazione.

Oggi però il quartiere ha cambianto faccia.

Dal 2024, decine di artisti salvadoregni e internazionali hanno progressivamente ricoperto le facciate degli edifici con murales, mosaici e installazioni luminose. Il progetto, promosso dalla fondazione artistica salvadoregna Custom made stories (Csm), vuole restituire dignità estetica a uno spazio troppo a lungo associato soltanto alla paura e alla violenza, oltre a gettare le basi per una rigenerazione urbana per rendere anche gli spazi abitativi più accoglienti.

Eppure, la paura che la gente sentiva anche solo a camminare nel proprio quartiere per via della presenza di Barrio 18 è impressa ancora nell’architettura.

Gli ingressi delle case hanno quasi tutte una doppia porta di ferro. I balconi sono avvolti in anonime reti metalliche e le finestre si aprono dietro robuste inferriate. «Quando il quartiere era occupato dalle bande criminali, cercavamo di stare in casa il più possibile – racconta Quintanilla -. Nessuno usciva. Qui regnava il silenzio».

Zacamil, un murale dell’artista brasiliana Hanna Lucatelli loda il coraggio e la resilienza delle donne. Foto Simona Carnino.

Nelle carceri di Bukele

Le pandillas (o maras) Barrio 18 e Mara Salvatrucha 13 (MS-13) sono organizzazioni criminali transnazionali nate a Los Angeles tra gli anni Cinquanta e Ottanta e successivamente diffusesi in Salvador e nel resto dell’America Centrale dopo le prime deportazioni di massa di migranti centroamericani alla fine degli anni Novanta. Da allora e per oltre vent’anni, hanno messo a ferro e fuoco l’intero Paese, controllando nello specifico alcuni quartieri come Zacamil, dove imponevano il loro potere con la forza, con omicidi, estorsioni e reclutamenti forzati di minorenni.

Oggi quelle organizzazioni sono state in gran parte smantellate durante lo stato di emergenza (el régimen de excepción) introdotto dal presidente conservatore di ultradestra Nayib Bukele il 27 marzo 2022 come strategia per disarticolare le cellule criminali di MS-13 e Barrio18. Da allora oltre 92mila persone sono state arrestate. Il Salvador è diventato uno dei Paesi con il più alto tasso di detenzione al mondo, con una persona in carcere su 50 abitanti. Molto di più degli Stati Uniti che, con i loro due milioni di detenuti, primeggiano per numero assoluto di incarceramenti e certamente molto più dell’Italia dove, nonostante il sovraffollamento delle prigioni, il rapporto è di un carcerato ogni 900 abitanti.

In Salvador, in questi ultimi quattro anni, gli omicidi sono crollati. Da 115 a neppure 2 ogni centomila abitanti. Il risultato è un Paese molto più sicuro, ma anche al centro di crescenti critiche per il costo umano della sua politica. Secondo un rapporto interno della polizia salvadoregna rivelato da un gruppo di hackers e attivisti politici che si cela sotto lo pseudonimo di Guacamaya, e successivamente avallato anche da un’indagine di Human rights watch, il 36% dei detenuti, ossia 33mila persone, sarebbe in carcere nonostante non abbia legami certi e provati con le pandillas.

Per molti salvadoregni, però, la sicurezza è una conquista talmente inaspettata che i diritti umani dei presunti innocenti in carcere passano in secondo piano. Per loro, oggi è possibile camminare per strada senza il timore costante di trovarsi coinvolti in una sparatoria. Questo cambiamento radicale ha portato l’indice di gradimento di Bukele alle stelle. Tuttavia, molte organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty international, hanno criticato aspramente il regime di emergenza che ha portato di fatto alla sospensione dei diritti civili nel Paese. Oggi è vero che è possibile camminare nel centro di San Salvador in sicurezza, ma è altrettanto vero che basta una denuncia, anche non fondata, da parte di un vicino di casa per essere arrestato con l’accusa di appartenere alle bande criminali. A migliaia di persone detenute verrebbe, inoltre, negato l’accesso a un giusto processo, il diritto alla difesa e all’accertamento delle responsabilità individuali. Da aprile, infatti, sono iniziati i processi di massa che riuniscono nella stessa udienza anche 400 imputati alla volta, portando a condanne collettive, aspetto che ha spinto un gruppo internazionale di esperti che indagano sulle violazioni dei diritti umani nel Paese (Gipes) a definire le «misure di sicurezza applicate dal Salvador nella sua guerra alle pandillas come crimini di lesa umanità».

Eppure, il ricordo di un passato dominato dalle pandillas continua a segnare la memoria collettiva e le ferite individuali sono ancora aperte.

Ragazzi chiacchierano alla sera vicino a un campetto di Zacamil; nel periodo delle maras la cosa era impossibile. Foto Simona Carnino.

Diffidenza e omertà

Per oltre vent’anni anche la vita familiare di Esmeralda Quintanilla è stata scandita dagli ordini delle maras. Persino andare a trovare sua sorella era un rischio. Una viveva a Zacamil, roccaforte del Barrio 18, l’altra a Mariona, territorio controllato dalla mara Salvatrucha 13. Attraversare il confine tra i due quartieri poteva costare la vita.

«Per festeggiare il Natale o i compleanni ci davamo appuntamento in un ristorante di una zona commerciale», racconta Quintanilla.

Luis Luna, 36 anni, vive a Zacamil dal giorno della sua nascita e si considera un sopravvissuto. «Io non sono mai entrato nelle bande: il calcio mi ha salvato – racconta -. Ma per i ragazzi era facile cadere nel giro. È un quartiere popolare dove tanti non arrivano a fine mese; quindi, bastava accettare qualche favore come un paio di scarpe costose, del cibo o qualche soldo per ritrovarsi in debito con i membri delle bande. E prima o poi quel favore doveva essere restituito».

La prima cosa che Esmeralda Quintanilla faceva non appena tornava a casa era perquisire gli zaini e le stanze delle figlie. «Guardavo sotto i materassi dei loro letti e, se trovavo una matita che non riconoscevo, le obbligavo a restituirla. In quegli anni le bande reclutavano anche le ragazzine».

Una paura latente che, con il tempo, si era trasformata in una forma di diffidenza collettiva. «Ver, oír y callar (guarda, ascolta e poi stai zitto): questo era il motto dei membri delle bande. E lo facevamo anche noi. L’omertà era il modo per sopravvivere», conclude Quintanilla.

Esmeralda Quintanilla, 57, Luis Luna, 36, Thelma Chávez, 29, residents of Zacamil, and Ethel Colato of the Custom Made Stories Foundation pose in front of a mural created as part of the Zacamil urban and artistic regeneration project. San Salvador, El Salvador, April 25, 2026.

Museo a cielo aperto

«Quando siamo arrivati qui per proporre un progetto che utilizzasse l’arte come strumento per ricostruire il tessuto sociale, ci siamo resi conto che prima di tutto bisognava ricostruire i rapporti di fiducia, incrinati dopo anni di paura e isolamento», spiega Ethel Colato di Custom made stories, promotrice del progetto di architettura sociale e arte visiva.

Ed effettivamente tra gli abitanti, all’inizio, prevaleva lo scetticismo.

«Pensavamo fosse la solita propaganda di qualche partito politico che promette molto e fa poco», racconta Thelma Chávez, 27 anni, residente a Zacamil e leader comunitaria, come Luna e Quintanilla. «Poi abbiamo visto che volevano davvero fare qualcosa per noi e per il quartiere e abbiamo cambiato idea».

Oltre agli interventi artistici, il progetto punta al recupero degli spazi pubblici come il campetto da calcio e al restauro degli edifici deteriorati dopo anni di abbandono istituzionale.

«Stiamo creando un museo a cielo aperto a Zacamil – continua Colato -. Ma soprattutto vogliamo cambiare mentalità e creare un ambiente bello, sano e dignitoso, dove possano tornare a vivere anche i piccoli negozi e attività commerciali che negli anni hanno chiuso, piegati dalle estorsioni».

La trasformazione dello spazio urbano è stata affidata ad artisti provenienti da diversi Paesi. Una gigantesca «Gioconda latinoamericana», realizzata dall’artista venezuelano Oscar Olivares con migliaia di tappi di plastica riciclati, emerge tra gli edifici grigi con i suoi tredici metri di altezza. A pochi isolati di distanza, una Vergine neoclassica dell’artista italiano Andrea Ravo Mattoni volge lo sguardo verso il cielo di Zacamil, quasi in segno di intercessione, mentre di fronte a un’area verde l’artista brasiliana Hanna Lucatelli rende omaggio al coraggio delle donne del quartiere.

«Non ero mai entrato a Zacamil prima d’ora perché ovviamente non aveva una buona reputazione – racconta Gerardo Gómez, artista salvadoregno -. Mi sento felice di aver partecipato al progetto in cui ho pensato di fare un murales ricordando la vita quotidiana del quartiere. Ho dipinto i negozi, il vecchio cinema e gli autobus. In un angolo ho messo anche i membri delle bande, perché la memoria non può essere cancellata. Fa parte di ciò che è successo e, attraverso l’arte, ho voluto partecipare all’elaborazione emotiva di quel passato».

Per Gómez, l’arte non serve quindi a trasformare Zacamil in una cartolina turistica, ma a permettere agli abitanti di raccontare la propria storia da una prospettiva diversa.

In un altro isolato, l’opera di un altro artista salvadoregno, Roque Espinoza, 56 anni, recupera invece la storia contadina dei primi abitanti del quartiere. «È bellissimo vedere Zacamil libero dalle bande, come quando ero bambino», racconta.

Espinoza oggi vive nelle campagne del dipartimento di Sonsonate, ma considera il progetto un esempio di riqualificazione urbana costruita insieme alle comunità. «Sono un umile contadino ed è stato un dono della vita poter dipingere qui – dice l’artista -. Credo che Zacamil dovrebbe diventare un esempio di come si possono trasformare anche altri quartieri: un cambiamento con e per le persone».

Geraldo Gómez davanti alla sua opera a Zacamil. Foto Simona Carnino.

La riqualificazione è al centro

Effettivamente non tutta San Salvador sta vivendo lo stesso tipo di riqualificazione inclusiva. Intenso è il dibattito che coinvolge il centro storico dove il processo di rigenerazione dello spazio urbano ha portato all’espulsione di residenti e piccoli commercianti.

Pattugliate costantemente dalla polizia e dall’esercito, in un’atmosfera sospesa tra militarizzazione e turismo, le strade intorno alla piazza principale Gerardo Barrios, dove si affaccia

 la storica cattedrale Salvador del Mundo, sono diventate uno dei principali simboli dell’amministrazione Bukele.

Accanto al palazzo nazionale, la nuova biblioteca nazionale di El Salvador (Binaes), costruita con il sostegno economico della Cina e aperta 24 ore al giorno tutti i giorni dell’anno, è circondata quasi esclusivamente da catene commerciali internazionali, da Wendy’s a Starbucks. A parte qualche pupuserías (tipica tavola calda salvadoregna), sono sparite le librerie, le ferramenta, i negozi di piccola sartoria e vari altri punti commerciali.

La trasformazione ha reso il centro più sicuro e attrattivo per visitatori e investitori stranieri, ma non tutti hanno beneficiato dello stesso cambiamento. Secondo una ricerca dell’Università di El Salvador, la gentrificazione, ossia l’imborghesimento, e la turistificazione del centro storico avrebbero «favorito processi di esclusione e sfollamento dei ceti popolari, in particolare dei venditori ambulanti e dei piccoli commercianti».

«Molti salvadoregni hanno dovuto abbandonare i loro negozi storici, per lasciare spazio a grandi catene di ristoranti e caffetterie», racconta Samuel Ramírez di Movir, il movimento che rappresenta i familiari delle vittime del regime di eccezione e una delle poche voci dissidenti del Salvador in questo momento. «Le tasse sono aumentate in modo sproporzionato per le piccole imprese e il centro storico è diventato un luogo pensato soprattutto per i turisti, perché la maggior parte dei salvadoregni non può permettersi di mangiare lì e quindi lo frequenta molto raramente».

Il contrasto è particolarmente evidente in un Paese dove il salario minimo si aggira intorno ai 400 dollari mensili, mentre il paniere del costo della vita è di circa 258 dollari al mese. Una situazione che pesa soprattutto sul 60% della popolazione che vive di lavori informali. A beneficiare maggiormente della trasformazione sono invece i grandi investitori e i proprietari immobiliari che destinano le abitazioni agli affitti turistici di breve durata, come per esempio la piattaforma AirB&B che offre stanze anche a prezzi superiori ai 50 dollari a notte nelle zone commerciali.

«La sicurezza è importante, ma ormai c’è, per cui lo stato di emergenza non sarebbe più necessario – conclude Ramírez –. Invece, è fondamentale che il governo si impegni per l’autonomia economica delle persone. La verità è che Bukele si mantiene al potere continuando a promuovere la logica securitaria senza pensare alle gravi difficoltà dei suoi cittadini».

«Santa Zacamil» è il murale dell’artista italiano Andrea Ravo Mattoni. Foto Simona Carnino.

L’orgoglio di Zacamil

A pochi chilometri dal centro storico, Zacamil racconta un’altra possibilità di trasformazione urbana, basata sulle necessità degli abitanti.

«Sappiamo che i murales non sono l’unica cosa di cui la gente ha bisogno e che c’è ancora molto da fare – conclude Ethel Colato -. Vogliamo organizzare eventi e restituire alla popolazione l’opportunità di uscire di casa e riappropriarsi definitivamente di uno spazio che è sempre stato loro, ma che per molto tempo non hanno potuto utilizzare».

Per Esmeralda Quintanilla, questa trasformazione si misura soprattutto nelle piccole libertà quotidiane. Oggi può invitare i suoi familiari a pranzo a casa, sedersi per strada a chiacchierare con i vicini o camminare senza paura nel quartiere dove ha vissuto per quasi tre decenni.

«Dopo tanti anni in cui nessuno voleva mettere piede nelle strade di Zacamil, oggi vedere arrivare artisti e persone da tutto il mondo è motivo di grande orgoglio», dice.

Simona Carnino

A Zacamil, i murales sono parte fondamentale del progetto di rigenerazione urbana del quartiere. Foto Simona Carnino.
 
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