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La testata online Valori, dedicata alla finanza etica, ha deciso di abbandonare i social per coerenza con i propri principi; la rivista Nigrizia dei Missionari Comboniani non userà più la piattaforma X (ex Twitter) di Elon Musk per coerenza con i valori di solidarietà e attenzione alle persone più vulnerabili. Sono solo due esempi di un fenomeno di massa chiamato «social quitting» in cui molte persone stanno lasciando i social network per gli effetti che hanno sugli utilizzatori, per il modo in cui usano i dati degli utenti allo scopo di contrastare il potere enorme concentrato nelle mani dei padroni di queste piattaforme.
In modo simile a quanto era successo a suo tempo con le sigarette, molti americani che si considerano vittime dell’abuso dei social hanno fatto causa alle aziende della Silicon valley e, per la prima volta, un tribunale statunitense ha condannato Meta e Google stabilendo che i loro social media creano dipendenza e fanno male alla salute.
In questo caso, a differenza delle sigarette, la soluzione è molto più semplice, basta cambiare l’algoritmo.
Immaginate una applicazione che vi consenta di seguire le persone che volete, facendovi vedere solo i loro messaggi semplicemente in ordine cronologico, anche se sono su altre piattaforme; immaginate che tutto questo sia decentrato, una rete di nodi che comunicano tra loro, senza nessuna profilazione (raccolta dati sull’utente, ndr).
Potrà sembrare un’utopia fantascientifica, ma non è così. Chiediamo a Carlo Gubitosa, autore e attivista che da decenni si occupa di questi temi, di accompagnarci in questo mondo chiamato «Fediverso». Un mondo che è già qui a portata di mano, attivo e funzionante.
Carlo Gubitosa, che oggi vive a Bruxelles, è nato e cresciuto a Taranto, si è formato nello scoutismo e si è laureato in ingegneria delle telecomunicazioni.
Ha partecipato all’epoca pionieristica della telematica e al suo utilizzo per fini sociali con l’associazione «Peacelink». All’inizio degli anni ‘90 utilizzava un sistema Bbs (Bullettin board system) con cui i computer scambiavano i primi messaggi attraverso la rete telefonica, e ha seguito dall’inizio lo sviluppo di internet prima che gli interessi commerciali e politici entrassero nella rete. Attraverso questi primi scambi, ha ricevuto un testo del Centro nuovo modello di sviluppo (Cnms, di Francesco Gesualdi), ha conosciuto il consumo critico e ha iniziato ad applicarne i principi alla telematica quando internet doveva ancora arrivare. Ha cominciato così a porsi delle domande e a intervenire per tutelare la rete, sviluppata grazie a denaro pubblico, come un bene comune.
Oggi per conto di Peacelink gestisce sociale.network, un social media decentralizzato.

Carlo ci racconta di come internet venga spesso fagocitata da quelle che sono le piattaforme di comunicazione più popolate. Ci dice di un rapporto delle Nazioni Unite che spiega quanto Facebook abbia contribuito al genocidio dei Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar, a causa del fatto che la maggior parte della popolazione accede a internet esclusivamente tramite Facebook e che la piattaforma è stata utilizzata come strumento di odio etnico.
Facebook è stato anche lo strumento decisivo per il fenomeno nazionalista britannico della Brexit. Ha consentito di pilotare una parte degli indecisi utilizzando i dati degli utenti, come mostrato dallo scandalo che ha coinvolto qualche anno fa la compagnia Cambridge Analytica.
Oggi, infatti, esiste una macchina della propaganda che utilizza le nostre informazioni. Il problema non sta nel contenuto dei nostri messaggi, ma nelle tracce che collettivamente lasciamo in rete. Queste consentono, tramite calcoli statistici, di costruire dei motori di ricerca ai quali è possibile chiedere di trovare, ad esempio, gli utilizzatori di una piattaforma che rientrano nel profilo di elettorato indeciso, oppure le persone profilate con particolari caratteristiche (ad esempio una tendenza alla depressione) o con un certo orientamento culturale.
Chi utilizza questi dati può identificare un target di persone da convincere a votare o acquistare come desidera il committente, e questo aumenta in maniera spropositata il potere nelle mani di chi possiede le piattaforme, in un regime che Yanis Varoufakis (economista e politico greco, ndr) definisce «Tecnofeudalesimo».
Dobbiamo, quindi, applicare gli strumenti del consumo critico alle tecnologie elettroniche per appropriarci degli obiettivi del loro utilizzo. E possiamo farlo perché abbiamo nelle nostre mani un grosso vantaggio: la facilità con cui possiamo cambiare gli strumenti che utilizziamo. Esistono, infatti, moltissime applicazioni sviluppate secondo i principi del software libero che funzionano meglio, non profilano gli utenti e offrono gratuitamente servizi che nelle piattaforme commerciali sono forniti in cambio dei nostri dati e in alcuni casi a pagamento.
Prendiamo, ad esempio, Mastodon, che è una piattaforma per lo scambio di messaggi equivalente a X. Mastodon, essendo una applicazione libera, può essere utilizzata da chiunque. Ad oggi esistono circa diecimila comunità digitali che utilizzano questo software e comunicano tra di loro. C’è poi l’equivalente di YouTube che si chiama PeerTube, l’equivalente di Facebook si chiama Friendica; Pixelfeld corrisponde a Instagram, Funkwhale a Spotify, Castopod è utilizzato per i podcast, e così via.
L’insieme di queste alternative basate su software libero e su di una rete decentrata si chiama «Fediverso», oggi nel mondo raccoglie circa 15 milioni di persone organizzate intorno a 20mila comunità virtuali.
Siccome non ci sono algoritmi che monetizzano le interazioni a vantaggio di chi possiede la piattaforma e degli inserzionisti, la prima sensazione di chi si affaccia al Fediverso è quella di un luogo molto più tranquillo, dove è più facile trovare le persone con gli stessi interessi e creare comunità che interagiscono con le altre tramite una migliore circolazione dei contenuti.
Questo progetto di «comunità federate» che parlano tra di loro si basa su di un protocollo di comunicazione di libero utilizzo chiamato Activity Pub, sviluppato dal consorzio W3C (World wide web consortium), fondato dal ricercatore Tim Berners-Lee, il quale aveva in precedenza sviluppato presso il Cern di Ginevra e rilasciato per utilizzo pubblico il protocollo http che è alla base di internet.

L’uso di queste piattaforme è l’applicazione concreta nella nostra vita quotidiana digitale del principio gandhiano della coerenza tra mezzi e fini: se con quello che comunichi vuoi avere un impatto positivo nella direzione di un maggior rispetto dell’ambiente e delle persone, non puoi utilizzare piattaforme che hanno come obiettivo l’arricchimento dei proprietari con interessi personali, politici ed economici che sono opposti ai nostri valori.
La domanda che si pone Carlo è se queste piattaforme raggiungeranno la massa critica sufficiente per permettere alle reti federate, decentrate e autogestite di diventare il modello dominante della comunicazione su web: questo potrà avvenire solo con l’attivazione dei cittadini.
Per iniziare a esplorare questo mondo e partecipare a questa trasformazione Carlo suggerisce di chiedere se nella propria cerchia di contatti c’è già qualcuno che utilizza queste piattaforme e iniziare a comunicare con loro tramite questi strumenti, ad esempio utilizzando Signal (equivalente di WhatsApp).
Chi già usa queste piattaforme può invitare nuovi utenti e dare loro le prime informazioni. Anche i riferimenti segnalati nel box possono aiutare a muovere i primi passi in questo mondo.
Come dice Carlo: «Attivarci rispetto alle tecnologie, ragionarci sopra, vedere quali alternative ci sono e come possiamo abitarle fino da ora, è il primo passo per andare nella direzione della loro applicazione al bene comune, alternativa alla concentrazione su scala globale in grandi piattaforme private».
Andrea Saroldi