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Riga. Stella è greca, ma vive a Oslo. Chiede di farle una foto. In effetti, dalla cima del campanile di San Pietro si può godere di una vista spettacolare. La chiesa – luterana dal XVI secolo – si trova nella Città vecchia (Vecrīga), ma il panorama si allarga ben oltre: sul fiume Daugava (che la delimita) e i suoi ponti, in particolare quello ferroviario, il più vecchio tra tutti, e ancora sui palazzi liberty nel quartiere dell’Art nouveau. Forse, però, ciò che attira maggiormente lo sguardo dei visitatori sono i campanili delle chiese cristiane e le cupole di quelle ortodosse.
Quella della capitale lettone è una storia ricca di colpi di scena. Riga fu fondata nel 1201 dal vescovo Alberto (da allora in poi Alberto di Riga), esponente della nobile casata tedesca von Appeldern. Il prelato aveva ottenuto l’appoggio di papa Innocenzo III, desideroso di convertire al cristianesimo le popolazioni baltiche.
Per adempiere alla missione papale, Alberto di Riga costituì pure un ordine monastico militare, i «Cavalieri portaspada» (Fratres militiae Christi), poi confluiti nell’«Ordine livoniano», a sua volta sezione autonoma del celebre «Ordine teutonico» (sorto nel 1191).
Il quadro cambiò con la Riforma protestante (dal 1517 in poi): quasi tutte le chiese divennero luterane, compresa la cattedrale fatta costruire dal vescovo Alberto nel 1211. A partire dalla Seconda guerra mondiale e fino al 1991, ci fu un altro giro della storia: per reprimere la libertà di culto, gli occupanti sovietici chiusero le chiese o le trasformarono in luoghi di ritrovo, sale per concerti, magazzini e altro ancora.
Nel 1991, con l’indipendenza del Paese, tornò anche la libertà di espressione religiosa. Oggi, in Lettonia ci sono tre gruppi principali – luterani, cattolici e ortodossi russi – e una parte consistente della popolazione (20-30 per cento) che si dichiara non religiosa.
In più, recentemente (il 9 ottobre 2025), il Parlamento lettone (la Saeima, che – peraltro – sarà rinnovata a ottobre 2026) ha riconosciuto come religione tradizionale del Paese la Dievturība, un culto neopagano che recupera credenze esistenti prima dell’arrivo del cristianesimo (come accaduto con la Romuva in Lituania).

Come già visto in Estonia, anche a Riga l’odio verso Mosca è palese, comprensibile e attuale (viste le ricorrenti minacce di Putin e della sua corte). Ne abbiamo conferma visitando due musei, entrambi situati nella Città vecchia. Il primo è il più conosciuto. Si trova nella piazza del Municipio, accanto al palazzo delle Teste nere, che nel Medioevo ospitava una nota confraternita («gilda») di mercanti. Il «Museo dell’occupazione della Lettonia» – questo il suo nome – si trova in una costruzione moderna, di colore nero e – a dire il vero – anche piuttosto opprimente (quasi fosse un avvertimento di quanto il visitatore troverà al suo interno).
Il museo è stato istituito nel 1993 per ricordare i 51 anni di occupazione della Lettonia per mano dei regimi nazista (dal 1941 al 1944) e sovietico (dal 1940 al 1941 e dal 1944 al 1991); per commemorare coloro «che sono stati ingiustamente condannati e assassinati» e coloro «che sono fuggiti dalle forze di occupazione e si sono dispersi in tutto il mondo».
Il visitatore viene introdotto negli spazi museali con un breve video storico proiettato su uno schermo a forma di mondo. Partendo dal patto Molotov-Ribbentrop, vengono presentati Hitler e Stalin, i due principali carnefici della Lettonia, protagonisti ricorrenti in tutta l’esposizione.

Se il Museo dell’occupazione prende in esame un lungo periodo storico, il secondo riguarda soltanto due anni, il 1990 e il 1991. È un museo molto piccolo e poco conosciuto. Si trova sempre nella Città vecchia, ma in una viuzza laterale e con una porta d’ingresso quasi anonima, se non fosse per la scritta «Muzejs».
Appena entrati, troviamo un atrio minuscolo e semi buio e una ripida scala in legno. Le foto alle pareti ci suggeriscono però che siamo nel posto giusto: il «Museo delle barricate».
In tempi di guerre tecnologiche (droni, intelligenza artificiale, satelliti), il termine «barricate» suona obsoleto, eppure rimanda a cittadini comuni che scesero nelle vie per lottare a mani nude contro le forze d’occupazione sovietiche.
La storia racconta che il 4 maggio 1990 i deputati lettoni votarono il ripristino dell’indipendenza della Repubblica di Lettonia, risalente al 18 novembre 1918. Il governo di Mosca – all’epoca era presidente Michail Gorbaciov – dichiarò l’illegittimità della decisione. Nell’autunno e nell’inverno del 1990, le attività militari sovietiche si intensificarono. Dopo l’attacco alla torre televisiva di Vilnius, in Lituania, il 13 gennaio 1991 mezzo milione di persone si radunò a Riga, sulle rive del fiume Daugava, per una enorme manifestazione di protesta. Nella capitale e in altre località della Lettonia attorno ai principali edifici pubblici furono erette barricate, presidiate da cittadini disarmati. La protesta continuò dal 13 al 27 gennaio 1991 finché Mosca desistette dai suoi propositi e, alcuni mesi dopo, riconobbe ufficialmente l’indipendenza (6 settembre). Il museo delle barricate ricorda quel periodo con fotografie, filmati, ricostruzioni ambientali.



Fuori dalla Città vecchia le automobili possono circolare. Riga, tuttavia, rimane una città visitabile a piedi.
Il nostro primo incontro è con Milda, il nome dato alla figura femminile che svetta sulla cima del «Monumento alla libertà», a 42 metri d’altezza. Il monumento risale al 1935, anche se, per i lettoni, la libertà arrivò soltanto nel 1991. Ai piedi di Milda depose una corona di fiori anche papa Francesco durante la sua visita del 25 settembre 2018. Fortuna ha voluto che i sovietici non si siano accaniti sull’opera, come invece erano soliti fare.
A pochi passi di distanza dal monumento, su un lato del grande e ordinato parco pubblico dell’Esplanade, sorge la cattedrale della Natività di Cristo, una chiesa ortodossa costruita a fine Ottocento in stile neobizantino, sormontata da grandi cupole dorate.
Negli anni dell’occupazione da parte di Mosca, l’edificio subì le conseguenze dell’ideologia sovietica. Tra esse la più vistosa avvenne nel 1960 quando – nell’ambito della campagna antireligiosa di Nikita Kruscev – la cattedrale fu trasformata in un planetario. Recuperata, tornò alle sue funzioni originali dopo la riconquista dell’indipendenza. Gli interni della chiesa sono sontuosi con un’esposizione di pregevoli icone. Appena entrati, da uno spazio defilato, udiamo (senza comprenderne le parole) la voce forte di un pope, accompagnato da quella ripetitiva di alcune donne che salmodiano all’unisono.
In teoria, la Chiesa ortodossa lettone opererebbe sotto quella di Mosca guidata dal patriarca Kirill, grande sostenitore di Putin. Diciamo «in teoria», perché l’8 settembre 2022 (cioè l’anno dell’invasione russa dell’Ucra-ina) il Parlamento lettone ha modificato la legge sulla Chiesa ortodossa locale, per garantire la sua piena indipendenza e autocefalia. E questo per evitare interferenze da parte del patriarcato russo. La Chiesa lettone si è adeguata alla decisione, che invece è stata respinta con veemenza dal patriarca Kirill che ha parlato di «falsa autocefalia» e di «palese ingerenza dello Stato» negli affari della Chiesa ortodossa.

La Natività di Cristo è nel quartiere dell’Art nouveau, la corrente architettonica conosciuta in Italia con il nome di Liberty. In questa zona si trovano i palazzi costruiti all’inizio del Novecento secondo quel canone e sopravvissuti al periodo sovietico, quando incuria e cambi di destinazione costituivano la prassi.
Alberta iela e Elizabetes iela sono le vie (iela, in lituano) più famose. La prima delle due (che deve il suo nome al vescovo Alberto) è una strada residenziale che ospita anche molte ambasciate. Le facciate dei suoi palazzi liberty possono piacere o non piacere, ma rapiscono lo sguardo per la loro ricchezza di elementi architettonici (finestre sporgenti, torrette e logge) e decorativi (stucchi, mosaici e vetrate; e ancora sculture raffiguranti la natura, gli animali o le persone).
Anche in Brīvības iela (via della Libertà), al numero civico 61, c’è un edificio liberty. Poiché fa angolo con Stabu iela, è stato soprannominato la «Casa d’angolo». Interessante per lo stile (con le sue bow window, le finestre ad arco), il palazzo è però famoso soprattutto per la storia che racchiude: qui – infatti – c’era la sede locale (uffici e prigioni) del Kgb, i famigerati servizi segreti sovietici. «Chi varcava quella porta – viene spiegato – spesso non ne usciva più o vi ritornava cambiato per sempre».

I russi dell’Impero zarista non erano stati come i russi dell’Unione Sovietica. I primi avevano dominato sulla Lettonia per 197 anni, i secondi per 45, ma – fatta la tara con le diverse epoche storiche – furono i secondi a produrre i maggiori danni.
L’era degli zar fu caratterizzata da politiche fortemente classiste, ma anche dalla ricerca della bellezza nell’architettura e nelle arti. Ne abbiamo conferma viaggiando verso il castello di Bauska, città a pochi chilometri dal famoso palazzo di Rundāle.
Si tratta di una residenza nobiliare in stile barocco e rococò costruita tra il 1736 e il 1740 dai Duchi di Curlandia, su progetto dell’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli.
Nel 1795 la regione e il palazzo passarono in mani zariste che preservarono quest’ultimo con cura fino alla rivoluzione bolscevica del 1917. I decenni seguenti furono travagliati. Dopo la Seconda guerra mondiale, i sovietici utilizzarono la sontuosa dimora come deposito di grano e scuola elementare. La grande sala da pranzo del Duca fu adibita a palestra scolastica. Finalmente, nel 1972, le autorità comuniste trasformarono la residenza in un museo.
Lasciato il palazzo di Rundāle, riprendiamo la via principale in un paesaggio completamente pianeggiante e agricolo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la vita nelle campagne lettoni cambiò radicalmente. I sovietici obbligarono i contadini a trasferirsi nei kolkhoz, le fattorie collettive. Con la riconquista dell’indipendenza, la terra venne restituita agli antichi proprietari, ma il processo fu disordinato e inefficiente. Successivamente, con l’ingresso del Paese nell’Unione europea e l’arrivo dei sussidi agricoli, la situazione è sensibilmente migliorata.
I campi che oggi vediamo dal finestrino dell’auto appaiono ordinati e ben tenuti. A dominare sono le coltivazioni di colza. Il loro colore giallo intenso ci accompagnerà lungo la strada verso la Lituania.
Paolo Moiola
(2-continua)
