Afghanistan. La metà invisibile

Cinque anni di apartheid di genere

Dal ritorno dei talebani, le donne afghane sono state sistematicamente cancellate dalla vita pubblica. Ne abbiamo parlato con Lailuma Sadid, presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa.

Immagina metà dei tuoi cari. Quantifica quella metà, pensando alla metà dei tuoi familiari, dei tuoi amici, dei tuoi conoscenti.

Metà è tanto, in termini assoluti. Se proviamo a immaginare la metà dell’intera popolazione di un Paese, vengono le vertigini.

Sono passati cinque anni dal ritorno dei talebani al potere in Afghanistan, nell’agosto del 2021. Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 circa 21,9 milioni di persone (il 45% della popolazione) hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. La crisi affonda in decenni di conflitti, ed è aggravata dai due terremoti di agosto e novembre 2025, oltre che dai tagli ai finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari.

Ma c’è un’altra metà alla quale pensa Lailuma Sadid, giornalista freelance, ex diplomatica afghana e presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa (Nadoe, Network of afghan diaspora organisations in Europe), quando ci dice: «Immagina un Paese in cui metà della popolazione è bandita da tutto. Ti sembra una cosa umana?». Quella metà è composta dalle donne afghane.

Istruzione, giornalismo e diplomazia

Lailuma Sadid era una studentessa quando i talebani presero il potere per la prima volta, tra il 1996 e il 2001. Una delle prime conseguenze che la colpì riguardò proprio la sua condizione di studentessa, dato che alle ragazze fu vietato il diritto allo studio.

Lailuma organizzò in casa propria una classe clandestina, con il sostegno della famiglia e la complicità dei vicini, che mandavano lì le loro figlie. Ma i talebani la scoprirono e fu picchiata due volte. Le dissero che se avesse continuato avrebbero ucciso lei e chiunque frequentasse le lezioni. Dovette quindi rinunciare: «Il potere era nelle mani dei talebani e tutti sapevano che, quando minacciavano qualcuno, passavano poi ai fatti». Dopo pochi anni, la famiglia si trasferì per motivi di lavoro in un’altra zona del Paese, in una cittadina di circa 30mila abitanti. Intanto il regime era cambiato, ma lì mancava una scuola secondaria femminile.

Quando Lailuma chiedeva alle famiglie perché non mandassero le figlie a scuola, la risposta era sempre la stessa: non c’era possibilità, non c’era altra scuola oltre le elementari. «Quando ho visto che non esisteva una scuola per le ragazze, ho pensato: è impossibile. Le ragazze erano troppo giovani per sposarsi e diventare adulte a quell’età. Con la mia famiglia, siamo riusciti a creare la prima scuola secondaria femminile della provincia». Lailuma lo ricorda come uno dei successi più importanti della sua vita: si diplomarono tremila studentesse dal momento della sua fondazione, nei primi anni 2000, fino al ritorno al potere dei talebani.

Nel frattempo, Lailuma si formò a Kabul come giornalista e iniziò a lavorare.

Nel 2003, fu la prima giornalista donna ad apparire in televisione senza il tchadri, il tradizionale burqa afghano che copre integralmente il corpo e il viso. Fu travolta da minacce e insulti, ma non si fermò, perché: «Era il momento di mostrare che le donne esistevano, che non eravamo più prigioniere nelle nostre case».

Negli anni successivi, Lailuma Sadid lavorò come corrispondente per diversi media internazionali e poi come diplomatica presso l’ambasciata afghana in Belgio, Paese dove oggi vive come rifugiata politica insieme alla sua famiglia, continuando a battersi per i diritti delle sue connazionali.

Una cancellazione sistematica

Dal 2021, i talebani hanno emanato una valanga di decreti e restrizioni che ricordano quelli già in vigore durante il loro primo governo. Nel Paese viene soffocata ogni forma di libertà culturale, politica e mediatica. I giornalisti subiscono arresti arbitrari, le trasmissioni politiche in diretta sono vietate, la musica e i programmi di intrattenimento sono proibiti in televisione e alla radio. Le punizioni corporali vengono inflitte pubblicamente ogni settimana.

Ma è sulle donne che il peso dei decreti si fa sentire con maggiore brutalità. Secondo Lailuma, l’obiettivo è di ridurre le donne in condizione di schiavitù. Le restrizioni toccano ogni aspetto della vita quotidiana. Le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un parente maschio stretto, né incontrare uomini con i quali non abbiano legami famigliari. È vietato per loro entrare nei parchi, lavorare per organizzazioni non governative (Ong), cantare o leggere ad alta voce in pubblico. Tutti i parrucchieri e i saloni di bellezza femminili sono stati chiusi, mentre i libri scritti da donne sono stati rimossi da librerie e biblioteche.

Come quando Lailuma era giovane, le ragazze sono escluse da ogni forma di educazione secondaria e universitaria. Eppure, come allora, anche oggi esistono forme di resistenza: le classi clandestine continuano a formarsi e la tecnologia ha aperto nuove strade, con corsi e università online seguiti di nascosto, spesso da un telefono, nonostante non sempre sia facile a causa della mancanza di elettricità e del costo di internet.

Le studentesse sono bandite anche dalle facoltà di medicina e le conseguenze si ripercuotono sulla sanità pubblica: la carenza di personale sanitario femminile è drammatica in un Paese in cui le donne, a causa delle restrizioni sui contatti con gli uomini, non possono farsi visitare da medici maschi. Anche nei momenti di emergenza non sono ammesse eccezioni.

Dopo il terremoto che ha colpito le regioni nordorientali del Paese nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 2025, uccidendo più di 2.200 persone, moltissime donne non hanno potuto ricevere soccorsi né cure mediche a causa del divieto di contatto diretto con uomini non familiari.

Gli effetti delle restrizioni non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio. Nelle grandi città sopravvivono più margini di manovra e reti di supporto informali, mentre nelle zone rurali e remote il loro peso si fa sentire maggiormente. Nelle campagne vive circa il 75% della popolazione.

Durante i due decenni che hanno separato il primo e il secondo regime dei talebani, le libertà delle donne erano formalmente riconosciute e i progressi più significativi in termini di accesso all’istruzione, al lavoro e alla vita pubblica si erano concentrati soprattutto nelle aree urbane. Le campagne avevano beneficiato meno di quelle trasformazioni: il che significa che, per molte donne in zone rurali, il ritorno dei talebani ha rappresentato una caduta da una base già più fragile.

Discriminazione penale

A tutto questo si è aggiunto un nuovo Codice penale che, con 119 articoli, divide la società in quattro categorie: religiosi, élite, ceto medio e classe popolare. Sono previste punizioni diverse per lo stesso reato a seconda dello status sociale dell’accusato, seppellendo così il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Anche su questo punto, le conseguenze più drammatiche cadono sulle donne: nel nuovo codice alcuni articoli legalizzano la violenza e la inquadrano come strumento di disciplina sociale. Si stabilisce che se un marito picchia la moglie causando una ferita o una frattura ossea, e la donna riesce a provarlo davanti a un giudice, lui rischia 15 giorni di carcere. Per altri tipi di violenza fisica, psicologica o sessuale, il testo non prevede nulla. Un altro articolo invece commina cinque mesi di prigione per chi maltratta o organizza combattimenti tra animali. Il confronto è a dir poco impietoso.

Un altro esempio è la possibilità per un marito di imprigionare la moglie in casa: se la donna si reca ripetutamente a casa dei genitori senza il suo permesso e non torna quando lui lo richiede, può essere condannata a tre mesi di reclusione.

Allo stesso tempo, un decreto ha eliminato qualsiasi limite minimo di età per il matrimonio, legando l’idoneità matrimoniale alla pubertà. Il matrimonio infantile è stato quindi riconosciuto legalmente per la prima volta dal regime. Inoltre, la stessa legge rende quasi impossibile per una donna divorziare dal marito se lui non acconsente. Il nesso con il divieto di frequentare una scuola è diretto: senza scuola, le ragazze restano in casa e il passaggio verso il matrimonio forzato è breve.

Un rapporto del Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan avverte che la negazione dell’istruzione secondaria sta causando un impoverimento transgenerazionale, destinato a consolidare la dipendenza forzata delle donne afghane dagli uomini.

La difficoltà di opporsi

Chiediamo a Lailuma se, dopo cinque anni, si intravedano fratture interne tra i talebani sulle questioni riguardanti le donne. La risposta è netta: la stragrande maggioranza del movimento condivide la stessa visione, e chi osa discostarsi lo fa pagando un prezzo altissimo.

Ne è un esempio il caso di Shir Mohammad Abbas Stanikzai, ex viceministro degli Affari esteri talebano. In un discorso pubblico aveva sostenuto che le restrizioni imposte alle donne, in riferimento all’accesso all’istruzione, fossero contrarie ai principi dell’islam. Aveva ricordato che ai tempi del profeta Maometto la conoscenza era aperta sia agli uomini che alle donne. Aveva dichiarato, riferendosi al divieto sull’istruzione secondaria e universitaria: «Non c’è alcuna giustificazione per questo, né ora né in futuro. Stiamo commettendo un’ingiustizia nei confronti di 20 milioni di persone».

Dopo questo discorso, il leader supremo dei talebani, Hibatullah Akhundzada, ha ordinato il suo arresto e Stanikzai è fuggito dal Paese.

«Una piccola minoranza ha idee diverse riguardo alle donne; solo sull’istruzione, non su tutte le libertà e i diritti che ci spetterebbero. Ma anche solo questo non rientra nell’ideologia dei talebani», dice Lailuma, aggiungendo una considerazione più ampia sui problemi che nascono quando politica e religione si intrecciano. Il caso Stanikzai dimostra che anche il minimo di dissenso, all’interno del regime, viene sistematicamente soffocato.

Apartheid di genere

Alcune organizzazioni della società civile insieme a esperti delle Nazioni Unite chiedono che l’apartheid di genere venga riconosciuto come crimine contro l’umanità, in quanto «atti disumani commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo di genere su qualsiasi altro, commessi con l’intenzione di mantenere tale regime».

Lailuma Sadid è convinta che questa definizione sia l’unica adeguata a descrivere ciò che accade nel suo Paese. Codificare l’apartheid di genere come crimine nel diritto internazionale significherebbe stabilire uno standard legale chiaro per affrontare la repressione sistematica delle donne, non solo in Afghanistan, ma ovunque si verifichi, riconoscendola come crimine e non come eccezione culturale.

Nel frattempo, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati di arresto nei confronti di due alti dirigenti talebani, il leader supremo e il presidente della Corte suprema afghana Abdul Hakim Haqqani, accusandoli di crimini contro l’umanità per la persecuzione sistematica di donne e ragazze.

Secondo la Cpi, vi sono motivi fondati per ritenere che i due abbiano ordinato l’attuazione di politiche che hanno privato le donne dell’istruzione, della privacy, della vita familiare e delle libertà fondamentali di movimento, espressione, pensiero e religione.

Normalizzare i rapporti

Mentre scriviamo, è in programma per l’estate del 2026 un incontro a Bruxelles tra rappresentanti dei talebani e funzionari della Commissione europea. Viene descritto come tecnico, finalizzato a coordinare il rimpatrio di afghani considerati un rischio per la sicurezza o privi dei requisiti per restare nell’Unione europea. Sarebbe la prima volta dal 2021 che funzionari talebani vengono ospitati in Europa. Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione opponendosi esplicitamente all’invito.

Lailuma Sadid guarda con indignazione questa prospettiva. Per lei non si tratta di una questione tecnica, bensì di legittimazione: «È la normalizzazione di questa situazione. Stanno invitando nella capitale dell’Unione europea membri dello stesso gruppo nei confronti del quale la Cpi ha emesso mandati di arresto per crimini contro l’umanità».

Ripensiamo a quella metà. La raffiguriamo nella mente, la applichiamo a un’intera popolazione, e ci rendiamo conto che non riusciamo davvero a farlo. C’è qualcosa in quella cifra che sfugge alla comprensione.

Lailuma Sadid quella metà la conosce: sa com’è il viso di quelle ragazze, ha percorso le strade dei villaggi dove si tengono le classi clandestine, ricorda le studentesse che si sono diplomate nella scuola che aveva contribuito a costruire. Sa anche che quella metà potrebbe essere dimenticata, perché il mondo guarda in fretta altrove.

In Lailuma c’è qualcosa di ostinato, ben lontano però dall’ottimismo. Assomiglia alla consapevolezza che il silenzio ha un costo, che viene pagato sempre dalle stesse persone, e questo la spinge a parlare e a tenere attivi i collegamenti tra la diaspora e la popolazione, in particolare le donne, rimaste in Afghanistan. Là, in questo momento, c’è una ragazza che studia di nascosto. Non sappiamo come sia il suo volto e non sappiamo se domani riuscirà ancora a farlo. Sappiamo solo che lo sta facendo perché, come dice Lailuma, «Continueremo a lottare finché non avremo ottenuto i nostri diritti».

Eva Castelletti

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