Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Il copione era già scritto: era sufficiente metterlo in scena. Alla tre giorni elettorale della Russia (dal 18 al 20 settembre) erano in palio i seggi della Duma – la camera bassa dell’Assemblea federale cui spetta il potere legislativo – e decine di posti da governatore. Con il 57,86 per cento dei suffragi ha stravinto «Russia unita». Il partito del presidente Vladimir Putin potrà contare su 355 seggi (erano 324 nella precedente legislatura) su 450, una maggioranza schiacciante.
Alla votazione hanno risposto il 56 per cento degli aventi diritto. Tra essi anche il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, grande sostenitore di Putin e della guerra ucraina.
Con enorme distacco, sono entrati nella Duma altri tre partiti, tutti di mero contorno formale, sempre schierati con Russia unita: il Partito comunista (40 seggi), il Partito liberal-democratico (25) e Nuova Gente (20). Nella nuova Duma non ci saranno partiti d’opposizione perché nessuno ha potuto partecipare alla tornata elettorale. Il solo partito apertamente contrario alla guerra contro l’Ucraina, «Yabloko», era già stato escluso ad agosto dalla Corte suprema russa.

L’unico intoppo di cui si sia venuti a conoscenza è stata la temporanea scomparsa della candidata dei Verdi Yulia Kuznetsova, che si era presentata con lo slogan «Per la vita, la pace e la libertà». Per il resto, come si siano svolte le operazioni elettorali è difficile dirlo con certezza, ma ipotizzare irregolarità su vasta scala – come sostengono Novaya Gazeta e Russian election monitor – non è un azzardo. A seguirle non erano, infatti, ammessi organismi internazionali indipendenti, ma soltanto osservatori nominati da Mosca, tra cui anche un gruppo di italiani fedeli alla causa di Putin.
Le elezioni russe si sono tenute anche anche nelle regioni occupate militarmente da Mosca: nella Crimea (annessa illegalmente già nel 2014) e nei territori ucraini di Donetsk, Luhansk, Kerson e Zaporizhzhia. E poi in Abkhazia e Ossezia del Sud, regioni della Georgia annesse nel 2008. E sei seggi elettorali sono stati aperti addirittura in Transnistria, territorio appartenente alla Moldova, Paese candidato ad aderire all’Unione europea.
Oltre ai parlamentari della Duma, sono stati eletti anche molti governatori. Tra questi Ramzan Kadyrov, presidente della Cecenia e conosciuto come «il macellaio di Grozny». Candidato di Russia unita, Kadyrov è stato confermato nella carica con il 99,85 per cento dei voti (incrementando il 99,7 del 2021). Sembra uno scherzo, ma è il dato ufficiale della Commissione elettorale centrale.
Sulle elezioni si attendono le relazioni degli «osservatori italiani» e i commenti dei tanti media e politici che difendono e giustificano la Russia. Invece, sul futuro della guerra di Putin è difficile fare previsioni. Da tempo, però, si vocifera circa la possibilità di una nuova mobilitazione – ovvero un arruolamento di massa – per la guerra contro l’Ucraina.
Paolo Moiola