Mondo. Dieci sfide per l’Onu

Il rapporto dell’International Crisis Group fotografa lo stato delle Nazioni Unite

Le Nazioni Unite appaiono sempre più deboli e paralizzate, ma hanno dimostrato di essere un’impalcatura necessaria, per quanto imperfetta, per fare cooperare gli Stati, fornire aiuto umanitario, organizzare operazioni di pace e gestire crisi che pochi altri potrebbero affrontare con la stessa efficacia, specialmente nella protezione della popolazione civile. Lo afferma, in un rapporto uscito il 14 settembre, l’International Crisis Group, prestigiosa organizzazione indipendente che fa ricerca sulle crisi nel Mondo. La scelta imminente del successore di António Guterres come Segretario generale, sottolinea il rapporto, può rappresentare un’occasione importante per ricalibrare e rivitalizzare il ruolo dell’Onu, ma ci sono alcuni impegni che l’organizzazione deve onorare se vuole dimostrare la sua utilità.
Crisis Group ripercorre gli eventi dell’ultimo anno per descrivere in che contesto si è arrivati all’apertura, lo scorso 8 settembre, dei lavori dell’81° Sessione dell’Assemblea generale Onu, che dal 18 settembre entrerà nella fase più intensa con le riunioni di alto livello: quelle in cui parlano i capi di Stato e di governo.
Sulle crisi principali, a cominciare dal conflitto fra Stati Uniti e Iran, il Consiglio di sicurezza – l’organo Onu che ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali – è bloccato dai veti incrociati dei tre membri permanenti di maggior peso: Usa, Cina e Russia. Quanto agli altri membri permanenti, Regno Unito e Francia, e a quelli eletti a rotazione, la necessità di mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti li ha spesso dissuasi dall’opporsi anche solo a parole all’avventurismo dell’amministrazione Trump.
Ma, pur nell’evidente stallo sui dossier principali, resta vero che Trump ha cercato, per quanto di malavoglia, l’avallo del Consiglio di sicurezza per l’approvazione del mandato del Consiglio di pace (Board of peace) per la ricostruzione di Gaza e della missione multilaterale per Haiti. Non solo: quando non sentono minacciati i propri interessi vitali e vedono possibili vantaggi strategici – come nella gestione dei conflitti in Repubblica democratica del Congo o in Sud Sudan – gli Usa si sono mostrati più disposti a collaborare e a mantenere le missioni Onu sul campo.

Sei crisi dove contare
È anche lavorando su questi spiragli, afferma il rapporto, che l’Onu potrebbe ricostruire almeno in parte il suo ruolo. E può farlo gestendo il meglio possibile dieci sfide.
La prima è il Libano, dove Israele si sta scontrando con Hezbollah, il movimento paramilitare politico-religioso sostenuto dall’Iran. L’Onu deve tentare di evitare lo smantellamento della propria missione, Unifil, richiesto da Stati Uniti e Israele, e mantenere nel sud del Paese una forza di pace che stemperi le tensioni per evitare un’escalation.
C’è poi la drammatica situazione di Gaza, sulla quale il Consiglio sicurezza ha le mani legate fino alla fine del 2027, quando scadrà il mandato del Board of peace presieduto da Trump per l’amministrazione transitoria di Gaza approvato dal Consiglio stesso. Nel frattempo, gli Stati membri dovrebbero usare l’Assemblea generale per contrastare l’inconcludenza dell’impianto voluto da Trump farla presente quando si tratterà di decidere se rinnovare il suo mandato.
Ci sono anche due crisi africane, fra loro connesse, su cui si misurerà l’azione delle Nazioni Unite: il Sudan e la Repubblica centrafricana. Nel primo caso, è in corso la più grave catastrofe umanitaria del pianeta, causata da una guerra che oppone l’esercito regolare, sostenuto dall’Arabia Saudita, e le Rapid support forces (Rsf), appoggiate dagli Emirati arabi uniti. Ci sono, in questo momento, due tentativi di mediazione: uno è portato avanti dal cosiddetto Quad, composto dagli Usa, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, l’altro è promosso dal Quintetto, che riunisce Unione africana, Unione europea, il blocco economico del corno d’Africa e le Nazioni Unite, ma lo stallo è totale. Il lavoro che l’inviato del Segretario generale potrebbe fare, suggerisce il rapporto, include combinare il lavoro delle due coalizioni mediatrici.
Uno dei rischi dell’inazione in Sudan è l’estensione del conflitto e dell’emergenza umanitaria ai Paesi vicini, come la Repubblica centrafricana, che già ora ospita 40mila rifugiati sudanesi e fornisce combattenti in cambio di denaro sia all’esercito sudanese che alle Rsf. In Repubblica centrafricana è presente una missione Onu, Minusca, il cui mandato dovrebbe essere rinnovato a novembre: in quella sede, nota il rapporto, il Consiglio di sicurezza dovrebbe assicurare che la missione – a cui Usa e Cina vogliono tagliare buona parte dei fondi – resti comunque in grado di proteggere i civili, specialmente donne e ragazze a costante rischio di abusi.
La missione ad Haiti, la Forza di repressione delle gang (Gsf, in inglese), deve essere efficace nel contrastare le bande criminali, offrire ai membri che vogliono lasciarle delle alternative concrete di reinserimento sociale e rafforzare l’apparato giudiziario perché faccia luce sui legami fra le gang e alcuni personaggi influenti nel Paese.
Quanto poi al conflitto in Myanmar, lo spazio di azione a livello politico è scarso e le Nazioni Unite possono solo concentrarsi sull’aiuto umanitario: il terremoto del maggio 2025 ha mostrato che l’Onu è una delle pochissime organizzazioni in grado di mobilitare aiuti in quantità e in tempi adeguati alla gravità di disastri come quello.

Come rafforzare l’istituzione
Gli altri quattro banchi di prova che il rapporto cita sono di tipo più istituzionale. Riguardano innanzitutto la necessità di unirsi nel sostegno alla Corte penale internazionale (Cpi), che mai come ora gli Stati Uniti sembrano decisi a smantellare. La linea d’azione ipotizzata da Crisis Group include, ad esempio, che gli Stati membri offrano servizi bancari di base ai funzionari della Corte quando le sanzioni da parte degli Stati Uniti li privano dell’accesso ai loro conti correnti.
Occorre poi proteggere tutto il lavoro delle Nazioni Unite sul sostegno alle donne e alle ragazze. Per tagliare i costi, una delle ipotesi è unificare il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), che si occupa di salute sessuale e riproduttiva, con Un Women, che invece promuove cambiamenti legislativi che tengano conto delle questioni di genere. Il rapporto raccomanda di valutare con attenzione le conseguenze di una fusione: in Afghanistan, ad esempio, l’ Unfpa ha programmi di educazione alla salute mestruale e sostegno alle ostetriche di cui i talebani riconoscono la necessità, mentre con Un Women il regime afghano ha contrasti continui. Unire le due agenzie potrebbe finire per limitare il lavoro di entrambe.

Peacekeeping
Anche le operazioni di mantenimento della pace (peacekeeping) richiedono una profonda revisione: da più di dieci anni, il Consiglio di sicurezza non autorizza un invio di caschi blu su larga scala e il personale militare e di polizia si è dimezzato. Un rapporto del Segretario generale pubblicato lo scorso agosto dà una diagnosi chiara: l’Onu si trova spesso a dover sostenere fragili cessate il fuoco e processi politici in contesti di violenza endemica, ci sono sfide nuove, come le campagne di disinformazione e gli attacchi informatici, per le quali l’organizzazione è poco preparata e il Consiglio di Sicurezza è diviso e distratto. Guterres ha proposto una serie di risposte, molto tecniche, sulle quali chi gli succede potrà lavorare; ma la difficoltà più grande sarà ricostruire il consenso intorno all’idea che investire nei processi di mediazione e di costruzione della pace sia necessario e conveniente per tutti.
L’ultimo punto riguarda il Segretario generale, che dovrà spendersi in prima persona nel lavoro di risoluzione delle crisi e rendere di nuovo efficiente il Segretariato, in particolare quando occorrerà fornire al Consiglio di sicurezza proposte concrete per gestire le crisi: proposte che ora, a detta dei membri del Consiglio, arrivano in ritardo e sono spesso mediocri. Il prossimo Segretario generale, la cui selezione è iniziata nel novembre 2025 ed è ancora in corso, entrerà in carica il 1° gennaio 2027.

Chiara Giovetti

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