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Verso Daşoguz. Ishan, la guida turkmena, è l’esatto contrario di quanto pensato leggendo le sue email: è gentile e preparato. Mentre noi ci mettiamo in attesa per fare il tampone nasofaringeo, lui prende in consegna i nostri passaporti. Poco dopo aver espletato le formalità d’ingresso nel Paese, arriviamo a Daşoguz, la prima città dopo il confine uzbeko e porta d’accesso al Karakum, il deserto che occupa circa il settanta per cento della superficie del Turkmenistan.
Approfittiamo dell’ora di libertà concessa da Ishan per guardarci attorno. Daşoguz pare una città tranquilla con palazzi bianchi, strade ampie e poco trafficate. Mentre ci chiediamo dove sia la gente, siamo abbordati da tre ragazzini, appena usciti da una scuola di lingue, entusiasti d’incontrare degli stranieri e di mettere in pratica le loro conoscenze dell’inglese. Vedendoci scattare dei selfie con gli scolari, due giovani negozianti ci osservano divertite. Ci avviciniamo a loro: una gestisce Gyrat, un negozio di materiale per computer, mentre l’altra la piccola sala da tè posta a lato dello stesso, sala nella quale ci accomodiamo, sempre marcati strettamente dai ragazzini.
In cuor nostro, vorremmo chiedere alle due ospiti come funziona internet nel Paese o perché i social sono bloccati, ma rinunciamo subito all’idea per non rischiare di rovinare un clima fatto di cordialità e simpatia.

Quando torniamo all’auto, Ishan ha già riempito il bagagliaio di bottiglie d’acqua. Lasciamo, quindi, Daşoguz per il deserto del Karakum, la cui estensione sta aumentando a causa delle problematiche ambientali (in particolare, il prosciugamento del Lago d’Aral e l’aumento delle temperature).
All’inizio del viaggio la strada è asfaltata, ma presto si trasforma in una pista poco visibile e piena di buche. Il paesaggio desertico ha il suo fascino, ma lungo il percorso è impossibile non notare i detriti che ne sporcano la visione. In particolare, sono tanti gli pneumatici fuori uso e – naturalmente – le immancabili bottiglie di plastica.
La prima meta è Darvaza, trecento chilometri a Sud di Daşo-guz, a circa metà strada dalla capitale Ashgabat.
Darvaza è un cratere di gas naturale che, con poca fantasia ma molto marketing, è stato soprannominato «la porta dell’inferno».
Creato dal collasso di una trivellazione sovietica, il cratere – largo 70 metri, profondo 30 – brucia metano ininterrottamente dal 1971. Ma brucia sempre meno: oggi i fuochi sono pochi e piccoli. La sola attrazione sono ormai i loro bagliori nella notte del deserto. I campi di yurte, sorti nelle vicinanze per ospitare i visitatori, non avranno ancora vita lunga.
Molto più interessante di Darvaza è il villaggio di Yerbent, un centinaio di chilometri più a Sud. «È un villaggio di ex nomadi», ci spiega Ishan. Difficile capire se gli abitanti abbiano guadagnato o perso nella loro trasformazione da nomadi a stanziali. Il villaggio è cresciuto sulla sabbia. Non ci sono strade pavimentate e l’acqua – risorsa sempre più scarsa in Turkmenistan – viene distribuita da un’autobotte. Non si vedono auto, ma ci sono alcune moto di costruzione sovietica.
Davanti alle (modestissime) abitazioni sono stati allestiti piccoli recinti con staccionate in legno che ospitano gli animali, soprattutto cammelli (piuttosto macilenti, in verità). L’unico elemento di «modernizzazione» è un distributore della Türkmennebit, la compagnia petrolifera statale. C’è anche una scuola elementare. Ce ne accorgiamo perché vediamo e sentiamo un gruppo di bambini – tutti rigorosamente in uniforme (le femmine in verde, i maschi in giacca e cravattino) – giocare con allegria in una specie di cortiletto in terra battuta.

Arriviamo ad Ashgabat carichi di aspettative. È raccontata come la «città bianca», la «città dei primati» (certificati dal Guinness world records, una mania del secondo presidente del Paese): che la capitale turkmena sia sorprendente ci sarà presto evidente.
Nel frattempo, Ishan ha lasciato il posto al suo collega Dovran, che ci mette subito sull’avviso: «Non potete fotografare il palazzo del presidente e quelli dei ministeri». Già sapevamo, ma è un’ulteriore conferma che il Turkmenistan è uno dei paesi più chiusi al mondo tanto da essere paragonato alla Corea del Nord.
La sua storia inizia come quella degli altri Paesi «stan»: con l’indipendenza dall’Unione Sovietica. È il 27 ottobre del 1991. Il Partito comunista viene trasformato nel Partito democratico del Turkmenistan, capeggiato da un ex dirigente del primo, Saparmyrat Niyazov. Questi assume il titolo di Turkmenbashi (Türkmenbaşy), «capo dei turkmeni», guidando il Paese con pugno di ferro e stravaganze assortite fino alla sua morte, avvenuta nel 2006. Il suo successore è il vice Gurbanguly Berdymuhamedov, che governa per 16 anni. Nel 2022, il potere passa al figlio di questi, Serdar Berdymuhamedov, l’attuale presidente che, pur molto giovane, prosegue sulla strada del «culto della personalità». Nel gennaio del 2023, la Costituzione viene modificata in maniera significativa tornando al Parlamento unicamerale, ma soprattutto ampliando il ruolo dell’«Halk Maslahaty» (il Consiglio del popolo) alla cui guida si pone Gurbanguly Berdymuhamedov, ex presidente e padre del presidente attuale.
Insomma, il potere turkmeno è una questione di famiglia. Un potere che si regge soprattutto sulle entrate ottenute dalle esportazioni di gas naturale di cui il Paese possiede le quarte maggiori riserve (accertate) al mondo. Il rovescio della medaglia racconta che il Turkmenistan risulta al primo posto mondiale come Paese inquinatore da metano (dati 2025).

Ricostruita dopo il devastante terremoto del 6 ottobre 1948, oggi Ashgabat è la «capitale bianca», anzi bianchissima: la gran parte degli edifici sono rivestiti in marmo bianco (di Carrara), tutte le macchine sono bianche (e lustre come appena lavate), idem i lampioni. Le strade sono viali amplissimi, con poche auto e ancora meno persone, anche se la città conta oltre un milione di abitanti (in un Paese di 7,5 milioni).
Se alcune strutture sono belle ma anche funzionali (come, ad esempio, il villaggio olimpico), altre sono soprattutto eccentriche e altre ancora sono esagerate. Ci sono i monumenti celebrativi: all’indipendenza, alla neutralità, all’Alabay (un tipo di cane originario della regione).
C’è il cosiddetto «palazzo della felicità» (vi si celebrano i matrimoni): una grande struttura futurista, ma dall’insieme vera-
mente pesante. Ci sono poi i palazzi governativi: l’edificio del ministero degli Affari esteri presenta – al suo 15° e ultimo piano – un globo gigantesco con la mappa del mondo e il Turkmenistan evidenziato. Il palazzo del ministero dell’Istruzione, invece, ha la forma di un libro, mentre quello del ministero del Gas sembra un accendino.
Insomma, ad Ashgabat tutto è declinato al superlativo: i palazzi, i monumenti, le strade, i parchi, i musei, le fontane.
Una città che sazia gli occhi, ma non la mente: il pathos è assente. Nel visitatore straniero l’unica vera invidia nasce dalla pulizia, che è assoluta. Tanto è raro incontrare persone, tanto è frequente imbattersi in addetti alle pulizie, spazzini, giardinieri.
Non stupisce, pertanto, che per strada non si trovino cartacce, bottiglie di plastica, escrementi di animali o mozziconi di sigaretta (anche perché fumare nei luoghi all’aperto è assolutamente vietato).
Per incontrare cittadini turkmeni ci rechiamo al più famoso mercato coperto della capitale. Si trova in pieno centro ed è conosciuto come il «bazar russo». A essere precisi, lo stile della struttura – caratterizzata da un unico, grande tetto di cemento – si rifà a quella nota come «architettura modernista sovietica». Il bazar non è sicuramente affollato, ma un po’ di gente c’è. Come ci sono – finalmente – anche colori diversi dal bianco che domina la città. Sono quelli dei prodotti esposti dai vari venditori: frutta e verdura fresca, meloni turkmeni (simbolo e orgoglio nazionale), frutta secca, spezie, chal (il latte di cammella fermentato) e molto altro. Non mancano i banchi che, a peso, vendono uova di storione. I contenitori con le più pregiate – quelle dello storione beluga – sono in bella mostra nelle vetrine. Da dove provengano è difficile saperlo. Di norma, lo storione arrivava dalle acque del Mar Caspio, ma da alcuni anni è in atto una moratoria sulla pesca (confermata a novembre 2025) a causa della sua drastica riduzione.

Oltre ai mercati, anche le moschee sono luoghi interessanti per incontrare la gente turkmena. Nel Paese, il 90 per cento della popolazione segue l’islam sunnita (di scuola hanafita). I cristiani sono circa il 6 per cento, quasi tutti ortodossi della Chiesa russa; i cattolici sono alcune centinaia. Tutte le fedi religiose sono sottoposte a un rigido controllo da parte dello Stato.
Dovran ci porta a visitare le due moschee principali della capitale: la Ärtogrul Gazy e la Türkmenbaşy Ruhy.
La prima si trova in centro, ha quattro minareti, un cortile e un elegante porticato interno. Quando stiamo per accedere al salone, manca poco all’Asr (la preghiera pomeridiana, la terza delle cinque), cosa che ci viene fatta gentilmente notare da un uomo mentre ci stiamo togliendo le scarpe. Gli assicuriamo che la nostra visita sarà veloce. All’interno, sui tappeti – unico elemento decorativo della sala – sono seduti alcuni uomini, mentre le donne sono in uno spazio separato.
Eretta a Gypjak, poco fuori di Ashgabat, la moschea di Türkmenbaşy Ruhy è – invece – gigantesca e sfarzosa con rivestimenti in marmo di Carrara, quattro minareti di oltre 90 metri e cupole dorate. È testimonianza visibile del livello a cui arrivò il culto della personalità di Niyazov, primo presidente e dittatore del Paese. Nei primi anni del Duemila, egli fece costruire la struttura nel suo villaggio natale (Gypjak), la fece chiamare con il suo soprannome (Türkmenbaşy o Turkmenbashi) e vi costruì a fianco il mausoleo per sé e la sua famiglia.
La particolarità della moschea è, però, un’altra. Le sue pareti sono decorate con versetti non solo del Corano, il libro sacro dell’islam, ma anche – e qui sta lo scandalo per molti fedeli musulmani – del Ruhnama («Libro dell’anima»), opera agiografica (giudicata un mix sconclusionato di storia, folclore e religione) di Niyazov stesso, da lui resa obbligatoria in scuole, università e – appunto – moschee. Ad essa, nella capitale, è stato addirittura dedicato un monumento a forma di libro (che, nelle ore notturne, può pure aprirsi e illuminarsi).

È ancora buio quando usciamo dalla hall dell’hotel, passando davanti a un gigantesco ritratto del presidente turkmeno, quello giovane.
Dobbiamo camminare un po’ con i bagagli perché le strade attorno sono state bloccate. Dovran non spiega il motivo, ma dice che non c’è problema. Con ragione: lungo il breve percorso verso l’aeroporto internazionale non incrociamo neppure un’auto.
Vediamo la meta già da lontano perché – anche qui e ancora una volta – l’architettura vuole stupire: l’edificio del terminal – dedicato al primo presidente (e dittatore) Niyazov – ha la forma di un falco. Mentre, al suo interno, lo scalo pare lo specchio della capitale: futurista e sfarzoso, ma vuoto di gente.
Paolo Moiola
(4 – fine)

