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Mentre ci avviciniamo a Brumadinho, una cittadina a poco meno di sessanta chilometri da Belo Horizonte (la capitale dello stato del Minas Gerais, nel Sud Est del Brasile), notiamo che tutto intorno a noi è ricoperto di polvere rossa. I marciapiedi, le auto, le case.
Lungo la strada c’è un via vai di camion, che si muovono in entrambe le direzioni. Il cielo è limpido, il sole splende. Ci aspettiamo di vedere colori vivaci. Invece, una patina vermiglia nasconde ai nostri occhi le reali tonalità di ciò che ci circonda.
È l’effetto dei metalli pesanti rilasciati dalle attività estrattive, che spuntano come funghi tutt’intorno, ovunque lo sguardo si posi.

Sono quegli stessi materiali che colorano di marrone le acque del rio Paraopeba che scorre a poca distanza da Brumadinho. Mentre percorriamo la strada che lo fiancheggia, Tatiana Rodrigues, attivista del «Movimento atingidos por barragens» (Mab, letteralmente, Movimento dei colpiti dalle dighe), lo ribadisce: «Il colore del fiume è dovuto ai metalli pesanti, nient’altro».
Tatiana abita a São Joaquim de Bicas, la terza località, dopo Brumadinho e Mario Campos, a essere stata colpita nel 2019 dal collasso della diga di stoccaggio dei residui derivanti dall’estrazione di ferro nella miniera di Córrego do Feijão, posseduta dalla multinazionale brasiliana Vale. «Dopo il disastro – ricorda l’attivista – Vale è stata obbligata a bonificare il fiume. Ma ormai sono passati sette anni e ancora non l’ha fatto. Ne ha ripulito solo il 20%. E non lo diciamo noi: sta scritto nei report dell’azienda stessa».
Tuttavia, ciò che preoccupa Tatiana e altri difensori dei diritti umani non è solo la mancata bonifica – in tutto, Vale dovrebbe risanare circa 50 chilometri di corso d’acqua (mentre l’area complessiva di riparazione socio ambientale arriva a 320 chilometri di distanza) -. Ciò che preoccupa è anche il modo in cui viene fatta quella poca effettivamente realizzata. Tatiana si pone una serie di domande alle quali non è possibile dare una risposta: «Come avviene la pulizia? Come vengono rimossi i metalli pesanti e lo sporco? Dove vengono portati e scaricati? Come viene fatto il trasporto?».
Ad esempio – racconta -, a São Joaquim de Bicas, le operazioni di bonifica sono appena iniziate. Ma questo non ha fatto altro che aumentare il traffico di camion all’interno del centro abitato, portando inquinamento e dispersione di particelle e metalli pesanti tra le abitazioni e la popolazione.
Secondo la Fundação Oswaldo Cruz (Fiocruz) e l’Universidade federal do Rio de Janeiro (Ufrj), nei comuni più colpiti dal disastro, nel 57% dei bambini sotto i sei anni, sono state rilevate tracce di arsenico superiori ai livelli di riferimento (nel 2021, ciò riguardava il 42% dei bambini). La presenza di arsenico – spiegano i ricercatori – è legata alle polveri disperse durante la bonifica e allo spostamento continuo dei mezzi pesanti di Vale.

La figlia di Tatiana aveva sette anni quando la diga nella miniera di Córrego do Feijão è collassata. Oggi ne ha quattordici. Per metà della sua vita, ha vissuto sulla sua pelle le conseguenze di uno dei peggiori disastri legati all’attività mineraria nella storia del Brasile. E probabilmente – lo confermano ulteriori dati dei ricercatori di Fiocruz e Ufrj sui metalli pesanti, soprattutto piombo e mercurio, rilevati nei corpi degli abitanti del luogo – continuerà a viverli ancora a lungo.
«All’inizio, l’impatto è stato emotivo», ricorda Tatiana. Lei non ha perso nessun familiare nel collasso, ma conosceva comunque molte delle 272 persone che hanno perso la vita. «Poi – continua – sono arrivati gli impatti ambientali. Io, ad esempio, allevavo galline per vendere le uova. Da un giorno all’altro ne sono morte cinquantadue, senza preavviso. Stessa cosa per tre gatti e per i cani».
Ci dice di aver dovuto chiudere la propria attività economica perché non poteva vendere nulla. Addirittura, per diversi giorni, non è riuscita nemmeno a uscire di casa, a causa del fango e dell’acqua che avevano invaso il centro abitato. Lo sversamento degli scarti dell’attività mineraria nel rio Paraopeba aveva infatti causato un’ondata violenta di rifiuti tossici che aveva travolto i paesi a valle. In totale, circa 12 milioni di metri cubi di fanghi tossici (composti principalmente da scarti dell’estrazione del ferro e da metalli pesanti).
Nel frattempo, raggiungiamo la periferia di São Joaquim de Bicas dove Tatiana indica alcune abitazioni: «Quando è collassata la diga, quelle case sono state sommerse dall’esondazione di fanghi tossici provenienti dal Paraopeba». Le chiediamo per quanto tempo sono rimaste coperte, e la sua risposta è priva di esitazioni: «Un mese».
Oltre a provocare vittime tra i minatori (che – per la maggior parte – si trovavano nella mensa, subito sotto lo sbarramento) e l’inondazione di interi centri abitati, il collasso della diga ha causato anche la distruzione di diverse infrastrutture essenziali per la vita quotidiana degli abitanti della regione. Ad esempio, è diventato inutilizzabile l’impianto di captazione e purificazione dell’acqua del rio Paraopeba, gestito dalla Copasa (la società idrica statale) e, per almeno quindici giorni, São Joaquim de Bicas e i paesi circostanti sono rimasti senza fornitura idrica.
Ma anche se l’infrastruttura non fosse andata distrutta, quell’acqua non avrebbe – comunque – potuto essere utilizzata per le attività umane. Nei giorni immediatamente successivi al collasso della diga, nel fiume sono stati rilevati livelli di manganese, ferro e alluminio, decine di volte superiori rispetto ai limiti stabiliti dalla legge. E sono stati individuati anche metalli pesanti come piombo, arsenico e cadmio.
Ancora oggi, a distanza di sette anni, si stima che nel Paraopeba ci siano 1,6 milioni di metri cubi di fanghi tossici. Questi, soprattutto durante la stagione delle piogge, quando i sedimenti sul fondale vengono smossi, rischiano di essere trasportati più a valle in tratti non interessati dalle operazioni di bonifica, e fanno raggiungere al fiume picchi di inquinamento enormi.
Coltivare è diventato troppo pericoloso e così molti abitanti del luogo hanno perso la loro principale fonte di reddito. Anche la pesca è diventata impossibile. La comunità indigena Pataxó hã-hã-hãe, che vive lungo il corso del fiume, è stata privata della sua principale fonte di sussistenza, mentre il suo legame con una risorsa naturale fondamentale è stato messo a repentaglio.

La vista delle acque torbide del Paraopeba ci accompagna per tutto il periodo in cui rimaniamo a Brumadinho. Oltre a essere un monito costante sulla vulnerabilità dell’ecosistema naturale, ci ricorda continuamente anche la fragilità del sistema di approvvigionamento idrico della regione metropolitana di Belo Horizonte.
Nel 2019, infatti, il fiume aveva un ruolo cruciale nella fornitura di acqua ai circa 19 milioni di abitanti dell’area. Proprio per evitare che la regione venisse privata di risorse idriche o rischiasse il razionamento, il reservatório (un bacino artificiale attivo dai primi anni Novanta per la fornitura di acqua alla regione) del rio Manso – fiume che si getta nello stesso Paraopeba alcuni chilometri più a valle rispetto al luogo della rottura della diga – era stato letteralmente «spremuto».
Ci spostiamo proprio da quelle parti. Mentre osserviamo il rio Manso scorrere lento sotto di noi, parliamo con Guilherme Fonseca, analista dei rischi per l’Instituto de direitos humanos (un’organizzazione che lavora al fianco dei difensori dei diritti umani, soprattutto in zone di estrazione mineraria). L’acqua è azzurra e lungo la riva la vegetazione è fitta e di un verde rigoglioso.
Non sentiamo più i rumori della miniera dietro di noi, nascosta da una striscia di vegetazione, e il traffico incessante dei camion lungo la strada.
Ma Guilherme ci riporta rapidamente alla realtà: «Con il collasso della diga, Vale ha dovuto costruire un’altra struttura di captazione dell’acqua, a monte del punto in cui si è verificata la rottura». In questo modo, le risorse idriche vengono prelevate un paio di chilometri più in alto, dove non sono ancora contaminate.
Poi, circa 13 chilometri di tubature «convogliano l’acqua nel reservatório del rio Manso, dove viene trattata, nella Estação de tratamento de água (Eta). Oggi, il rio Manso rifornisce circa il 40% di Belo Horizonte». L’adutora (come viene chiamato il sistema di tubazioni) e il potenziamento dell’Eta, affinché diventasse una sorta di hub regionale, sono costati più di due miliardi di reais (circa 300 milioni di euro). In più, il sistema di tubature è stato al centro di numerose controversie giuridiche, legate soprattutto all’espropriazione dei terreni su cui si sviluppa.
Infatti, l’infrastruttura – necessaria per garantire la sicurezza idrica di Belo Horizonte – è andata a impattare su un territorio reso già estremamente fragile dalle attività estrattive. L’ecosistema naturale è stato ulteriormente devastato e anche le fonti di reddito – soprattutto agricoltura e pesca – di molti abitanti dell’area ne hanno risentito.
Tuttavia, queste dinamiche – come sottolinea Guilherme – non sono nuove per la regione: «Già la costruzione del bacino artificiale del rio Manso, che oggi è fondamentale, aveva avuto un impatto ambientale considerevole. Per realizzarlo, erano state sgomberate diverse abitazioni e abbattuti molti alberi. Quindi, di fatto, ogni volta, siamo di fronte a un disastro ambientale che ne determina un altro».

Il fiume non è l’unico elemento naturale a essere duramente colpito dal disastro. Mentre ci mostra il punto in cui sorgeva la diga, Guilherme commenta: «Quando è collassata, il fango ha portato con sé la foresta sottostante: dove è passato non è rimasto più nulla».
L’attivista indica un’area di fronte a noi: «Quel punto verde chiaro che vedete laggiù è proprio dove c’era la diga. È più chiaro del resto della zona perché ora Vale sta cercando di riempirlo con nuovi alberi».
Questa opera di riforestazione apparente non è cosa nuova per le aziende minerarie. Molte cercano di nascondere l’impatto delle proprie attività piantando nuovi alberi sui giacimenti dismessi, oppure lasciano una striscia di vegetazione tra la strada e il deposito: «È una strategia della società mineraria lasciare sempre questa “capa”» (copertura, ndr) per nascondere la miniera e far sembrare che in realtà non ci sia nulla».
Poco più avanti, poi, Guilherme ci fa osservare la tecnica, ancora più drastica adottata da Vale per camuffare il giacimento di Córrego do Feijão: un alto muro che, per diverse centinaia di metri, impedisce di vedere il luogo del collasso.
«Nel 2021 – ricorda Guilherme – lo Stato del Minas Gerais e Vale hanno raggiunto un accordo. Hanno stabilito una cifra – 38 miliardi di reais – per il processo di riparazione. Una parte è stata destinata al territorio colpito, sotto forma di risarcimenti o per la bonifica del Paraopeba. Ma dal punto di vista ambientale, quando viene commesso un reato, il responsabile dovrebbe ripristinare le condizioni precedenti»: una cosa che, a distanza di sette anni, a Brumadinho e nei paesi vicini non è ancora avvenuta.
«Lassù, dove c’era la miniera, stanno ancora portando via i residui e stanno facendo lavori di contenimento». Guilherme accenna al via vai continuo di camion su e giù dalla montagna: «Questo flusso è tutto al servizio di Vale e ci sono centinaia di persone coinvolte. La città oggi, paradossalmente, vive di questo processo di riparazione. Ma si tratta di una riparazione tra virgolette», dice con tono amaro, e conclude: «Dopo il disastro, Brumadinho è diventata un gigantesco cantiere».
Nel frattempo, l’estrazione continua: «Il complesso del Paraopeba è molto grande. In questo territorio, ci sono altre venti miniere e una decina di dighe senz’acqua». Nella città «rossa», l’aria è ancora impregnata di metalli pesanti. Mentre i camion, carichi di minerali, continuano a passare, incuranti, di fronte agli striscioni che, all’ingresso di Brumadinho, a distanza di sette anni, chiedono giustizia per le 272 vittime.
Aurora Guainazzi

Il Movimento atingidos por barragens (Mab) è stato fondato negli anni Ottanta per sostenere coloro che subivano le conseguenze della creazione di progetti idroelettrici. Il movimento porta avanti una lotta collettiva per la difesa delle risorse naturali e del territorio delle comunità colpite. Nelle aree estrattive, l’obiettivo è rendere consapevoli, organizzare e mobilitare coloro che sono colpiti dal collasso delle dighe, in modo che possano rivendicare e difendere i propri diritti.
L’Instituto de direitos humanos, invece, come ci ha spiegato la sua vicedirettrice, Maria Emília da Silva, «lavora nei campi della promozione dei diritti e della ricerca e interviene in modo diretto nel settore dei diritti dell’uomo e del cittadino». Maria Emília è anche coordinatrice generale del Programa de proteção aos defensores de direitos humanos (letteralmente, Programma di protezione per i difensori dei diritti umani), che l’Istituto porta avanti con altre realtà della società civile brasiliana per proteggere molti degli attivisti nelle aree di estrazione mineraria.

