Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Nepal. Venti himalayani

I giovani protagonisti del cambiamento

Una foto della città vecchia di Bhaktapur; fondata nell’VIII secolo, fu capitale tra il XII e il XV secolo; nel periodo di massimo splendore, durante il regno di Bhupatindra Malla, la città ospitava 172 tra templi e monasteri, sia buddhisti che induisti. Foto Angelo Calianno.

Emigrare o ribellarsi
Povertà e ingiustizie non lasciano scelta

Il turismo internazionale non basta per far uscire il Paese dalla miseria. Milioni di nepalesi sono costretti a emigrare, anche per occupazioni particolari come combattere nelle fila dell’esercito russo. Nell’ultimo anno, i giovani si sono però ribellati per esigere una vita diversa.

Kathmandu. Manca un mese alle elezioni quando – a febbraio – arriviamo nella capitale nepalese. Le strade sono un brulicare di automobili, risciò e soprattutto motociclette, il mezzo di trasporto preferito dai nepalesi. Per strada, data l’elevatissima concentrazione di smog, è quasi sempre necessario indossare una mascherina.

Kathmandu è il cuore della nazione, con oltre 1,7 milioni di abitanti in costante aumento nel contesto di una popolazione complessiva di circa 29 milioni. La città è stata completamente ricostruita dopo il terremoto del 2015 che, con una magnitudo di 7,8, con quasi 9mila morti e decine di migliaia di sfollati, è stato il più devastante della storia nepalese. La ricostruzione è stata un processo lungo e costoso. Tanti sono stati gli aiuti provenienti dall’estero, denaro soprattutto destinato alla ristrutturazione degli edifici storici e di culto. Nei pressi di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, è facile imbattersi in cartelli con la scritta «China Aid», testimonianza delle donazioni del governo cinese. La Cina ha contribuito in maniera significativa alla riedificazione inviando quasi 500 milioni di dollari. Tuttavia, gli aiuti si sono concentrati solo sui centri di interesse storico e turistico, lasciando i villaggi nelle zone rurali con ancora visibili tutti i segni della devastazione.

Fatta eccezione per i pellegrini che si recano al Budhanath Stupa – uno dei principali monumenti al mondo per i buddhisti e miracolosamente rimasto quasi intatto dopo il terremoto -, in Nepal,  a febbraio non sono ancora arrivati i visitatori stranieri. La stagione turistica comincerà a marzo, praticamente in concomitanza con le elezioni parlamentari. I possibili scontri a ridosso delle votazioni preoccupano non poco gli operatori turistici. Gli introiti maggiori del Paese, infatti, provengono principalmente dal turismo di montagna, soprattutto quello legato alle escursioni verso l’Everest.

Partecipare a una spedizione è un’attività per nulla economica. Il costo totale per provare a raggiungere la vetta, partendo dal campo base, va dai 40mila agli 80mila dollari a persona, a seconda dell’agenzia alla quale ci si affida. Il prezzo raggiunge anche i 100mila dollari se la guida è occidentale. Di questa cifra, lo Stato incassa 15mila dollari per il permesso di scalata.

Considerati questi numeri, quasi tutta l’economia gira attorno al turismo. Chiunque qui, dal titolare del negozio di souvenir all’autista di taxi, proporrà un proprio contatto che si occupa di organizzare viaggi verso le vette delle montagne più ambite. Moltissimi dei giovani, presenti durante le manifestazioni di protesta di settembre 2025, lavorano come guide o portatori.

La politica, un impegno elitario

Camminando per le strade di Kathmandu, non vediamo alcun poster che raffiguri le foto dei candidati, nessuno che distribuisca volantini elettorali o qualcosa che possa farci capire che presto si andrà alle urne. Una persona ci spiega: «Non è usanza nepalese fare una campagna elettorale come quelle che fate in Occidente. Qui è più discreta. Alcuni candidati vanno casa per casa, oppure, al massimo, ci sono piccoli comizi di quartiere, ma non vedrai mai la città tappezzata di foto e volantini. Nelle zone rurali, e in quelle di montagna, se non ci fosse qualcuno ad avvisarli, nessuno saprebbe nemmeno che a breve ci saranno le elezioni».

La nostra ricerca, per comprendere meglio quello che potrebbe accadere, parte dai protagonisti delle rivolte di settembre, quelli che oggi dovrebbero essere la nuova speranza per il Nepal.

Davanti a quella che era la sede del Parlamento, ora chiusa a causa della devastazione durante le proteste, incontriamo Jagat B.K.. Ha 28 anni, è un medico che da tre anni lavora in Florida, negli Usa. Come molti nepalesi, nel settembre 2025 si trovava nel proprio Paese in vacanza per partecipare al festival religioso del Dashain, la festività induista più importante del Nepal. Dopo le proteste, B.K. ha deciso di non tornare negli Stati Uniti e di rimanere qui per contribuire, con l’attivismo, a quello che sarà il futuro del suo Paese.

Quando lo intervistiamo ha appena terminato un colloquio con Sushila Karki. «Ho incontrato la prima ministra per chiedere la possibilità di posticipare le elezioni. Questa richiesta è qualcosa a cui aderiscono molti nepalesi. Per noi non ci sono le condizioni per votare ora. Bisognerebbe prima di tutto cambiare il sistema elettorale e vigilare sulla compravendita dei voti. Inoltre, in Nepal candidarsi costa 10 milioni di rupie nepalesi (circa 58mila euro). In un Paese dal reddito così basso, vuol dire che la politica diventa un’esclusiva per un ristretto gruppo d’élite.

Quello che è accaduto a settembre credo fosse inevitabile. Era solo una questione di tempo. La corruzione aveva raggiunto livelli troppo alti. L’ostentazione della ricchezza dei figli della politica, e l’oscuramento dei social media, sono stati la scintilla decisiva. Personalmente, non avrei mai detto che la protesta potesse raggiungere il livello che ha toccato. Pensavo sarebbe stata una normale manifestazione come tante ce n’erano già state in passato.

Ero lì quando la polizia ha cominciato a sparare, sono stato testimone di tutto. Da medico, sono subito andato a soccorrere i feriti. A tantissimi ho praticato un primo soccorso e, con l’aiuto di altri ragazzi, abbiamo portato i feriti in ospedale. A un certo punto, non facevamo altro che fare la spola tra il luogo degli scontri e il pronto soccorso, siamo andati avanti così per tutto il giorno. Ma devo dirvi che la violenza non è partita né dagli studenti né dai gruppi organizzati dei manifestanti. Chi ha attaccato le forze dell’ordine, e poi fomentato la folla, è stato il gruppo dei Tob (Tibetan origin blood). Sono stati loro, a bordo di motociclette e con il volto coperto, a tentare di sfondare le barricate della polizia, soprattutto nel secondo giorno di proteste. Basta guardare i video in internet per poterlo constatare».

I Tob, a cui fa riferimento B.K., in questi giorni sono oggetto di molte controversie. I Tibetan origin blood sono una sorta di associazione culturale di Kathmandu, in particolare formata da motociclisti che hanno in comune origini tibetane. La maggior parte di loro però è nata in Nepal da famiglie arrivate nel Paese due o tre generazioni fa. Il gruppo si è formato ufficialmente nel 2024 e si è sempre occupato di organizzare concerti e attività sui social media. I Tob si sono sempre dichiarati estranei alla politica, affermando di non avere nessun legame con il movimento «Free Tibet». Tuttavia, sono in tanti a sospettare che il gruppo sia stato finanziato da qualche partito politico di opposizione per creare caos, e favorire la caduta del Governo. La Polizia ha aperto formalmente un’indagine a riguardo. Sono stati interrogati diversi membri di spicco del Tob, in particolare uno dei suoi leader, Tenzin Dawa. A oggi, non è stata trovata nessuna prova a sostegno delle accuse.

La coordinatrice del «GenZ front»

Una delle protagoniste delle manifestazioni di settembre, apparsa anche su diverse riviste, è la giovane attivista Rakshya Bam, coordinatrice del movimento: GenZ front.

Già prima delle proteste che hanno fatto cadere il Governo, Rakshya era nota all’opinione pubblica per la sua lotta contro la violenza di genere, e a sostegno dei diritti dei venditori ambulanti (una delle leggi dell’ultimo Governo vietava la vendita per strada di prodotti agricoli, nonostante per tantissime persone delle zone rurali quest’attività rappresenti l’unica fonte di sostentamento).

Quando la incontriamo, Rakshya ci racconta: «La protesta, prima di essere portata per le strade, è nata sui social. I ragazzi della generazione Z hanno cominciato a esporre e condividere i post dei figli dei politici con l’hashtag: #NepoKids, ovvero ragazzi/figli del nepotismo. Quelle immagini hanno suscitato nervosismo, tensione e indignazione. Il blocco dei social media, poi, ha fatto il resto. Dovete comprendere che, per una generazione che vive sui social media, il loro oscuramento è a tutti gli effetti una violazione della libertà d’espressione. Il Governo ha sottovalutato la forza dei giovani. Lo ha fatto anche la polizia, che si è trovata totalmente impreparata nel fronteggiare una folla così numerosa».

Quando le chiediamo come mai si è arrivati a un tale livello di violenza, ci risponde: «La violenza non è qualcosa che ha riguardato il nostro gruppo o gli studenti, anzi. Io sono stata tra quelle che hanno invitato la gente ad andare a casa, perché ho capito che la situazione stava diventando troppo pericolosa. Le violenze sono partite da questi gruppi di motociclisti a volto coperto, persone che, ancora oggi, non sono state identificate».

Rakshya conclude: «Io sono d’accordo con le elezioni anticipate. Il voto è l’unico mezzo con cui possiamo davvero cambiare qualcosa. La cosa più importante è che il prossimo governo sia stabile, che lotti contro la corruzione e che avvii indagini su tutta quella parte di politica corrotta che ci ha portati fino a questo punto».

Prima di salutarci, Rakshya ci confida di essere stata avvicinata da alcuni partiti con una proposta di candidatura: le hanno chiesto di essere uno dei nuovi volti del Nepal. La giovane attivista ha rifiutato dicendo di non sentirsi ancora pronta e di non avere la giusta esperienza. In ogni caso, Rakshya vede un suo possibile futuro in ambito politico.

Un venditore nella piazza di Durbar Square, nel centro di Kathmandu; alle sue spalle, l’hotel Sugat che, negli anni ’70, è stato uno degli alloggi più popolari tra i viaggiatori che arrivavano in questo Paese. Foto Angelo Calianno.

Chi ha assassinato 76 manifestanti?

Oggi, delle tensioni di settembre rimangono le macerie dei luoghi attaccati nel centro di Kathmandu: centri commerciali legati alle caste politiche ed edifici come l’hotel Hilton, incendiato per essere di proprietà di una delle famiglie che governavano il Paese.

Non lontano da quello che rimane dell’hotel, incontriamo Bhawani, giovane nepalese che, da settembre, capeggia un gruppo di ragazzi e ragazze che dormono in tenda presidiando uno spazio pubblico in segno di protesta. Questi giovani, dal 19 gennaio, sono in sciopero della fame per chiedere giustizia per le 76 vittime uccise durante gli scontri.

Così come Jagat B.K., anche Bhawani è del parere che queste elezioni dovrebbero essere posticipate: «Non possiamo avere delle elezioni se prima non si farà luce su chi ha ucciso i nostri 76 compagni. Dopo mesi, non abbiamo ancora risposte. Inoltre, per noi non si possono avere delle votazioni se prima non otterremo quello che chiediamo al Governo: che siano rilasciati gli attivisti in carcere e puniti coloro che hanno assassinato i manifestanti; che siano indagati i politici corrotti e stabilita un’elezione diretta del Primo ministro; che siano previsti nuovi emendamenti costituzionali o riscritta completamente la Costituzione; che venga assicurata la possibilità di votare a chi vive all’estero».

Uno dei punti fondamentali che tutti lamentano, infatti, è la questione delle migliaia di giovani che, a marzo, non potranno votare perché vivono in altri Paesi.

La prostituzione

Il Nepal non prevede nessuna modalità di voto a distanza. Per le elezioni di marzo sono stati stimati circa 19 milioni di votanti. Si è registrato, in questi anni, che i nepalesi all’estero sono quasi il 10% degli aventi diritto al voto. Questa cifra non comprende chi è emigrato illegalmente, cosa molto comune per tanti lavoratori che partono, soprattutto verso Emirati arabi uniti, Arabia Saudita e Malaysia. Secondo la rivista dell’organizzazione non governativa Nepal economic forum, il numero dei migranti irregolari supererebbe addirittura il 20% dell’elettorato nepalese. Una ricerca, della stessa organizzazione, stima in centinaia di migliaia le persone che, ogni anno, attraversano i confini senza documenti.

Una tristissima realtà che riguarda spesso chi è costretto a lasciare il Nepal per cercare un futuro migliore, è quella della prostituzione legata alla tratta di esseri umani. Le organizzazioni Save the Children e l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) hanno stimato che, ogni anno, siano quasi diecimila le ragazze minorenni nepalesi che finiscono nei bordelli indiani.

Sono state diverse le inchieste giornalistiche, soprattutto del network Asia News, che hanno raccolto queste storie.

Negli articoli si menziona l’altissima richiesta, da parte degli indiani, di ragazze nepalesi per la loro esoticità e il colore della pelle, più chiaro rispetto a quello delle ragazze indiane. Sempre secondo i reportage, questo farebbe aumentare del doppio il «valore» delle prostitute. La maggior parte di loro proviene dai villaggi più poveri e remoti del Paese, vengono vendute dalle proprie famiglie per saldare debiti, oppure ingannate con promesse di lavoro e di una vita migliore.

Una veduta del cuore della città vecchia di Kathmandu attorno a Durbar square; la piazza Durbar è stato uno dei luoghi più danneggiati dal terremoto del 2015; oggi, soprattutto grazie ai fondi Unesco e aiuti dalla Cina, tutti i monumenti sono stati ricostruiti. Foto Angelo Calianno.

I «Gurkha» e l’esercito britannico

Durante le nostre ricerche, siamo anche venuti a conoscenza di un altro tipo di migrazione, quasi sconosciuta ai media: quella dei ragazzi nepalesi che fuggono verso la Russia. Si tratta di giovani che, per denaro, passano il confine arruolandosi nelle file dell’esercito russo e vengono mandati a combattere in Ucraina.

Dopo molti tentativi di contatto e molte risposte negative a causa del loro timore di essere scoperti, siamo riusciti a incontrare alcuni di loro.

Ram (nome di fantasia) ci racconta: «Io stavo per finire il mio servizio nell’esercito, quando sono stato avvicinato da un “broker” che mi ha proposto di andare a combattere per i russi. Uno stipendio base per un soldato in Nepal è di 200-250 dollari al mese. I russi mi hanno offerto più di 2mila dollari. Una volta arruolati, ci viene dato un bonus che, a seconda della nostra competenza o specializzazione, può raggiungere anche 20mila dollari. In più, dopo un anno di missioni, ci promettono anche un passaporto russo. Tutti i soldi che guadagniamo li mandiamo a casa per sostenere le nostre famiglie».

I soldati nepalesi sono molto ricercati da Mosca per il loro particolare addestramento. I combattenti vengono chiamati Gurkha, come i guerrieri tradizionali della regione del Gorkha, nel Nepal centrale, tra Kathmandu e Pokhara. Per anni, i soldati nepalesi hanno combattuto anche nelle file dell’esercito del Regno Unito, partecipando a guerre nelle Falkland, in Iraq e in Afghanistan.

Secondo un’inchiesta di Al-Jazeera, ogni anno circa 20mila nepalesi presentano domanda per entrare nelle forze speciali britanniche. Di questi, ne vengono assunti soltanto trecento.

Sul fronte ucraino (per denaro)

Considerando la pesante situazione economica interna e la grave carenza di soldati russi sul fronte ucraino, negli ultimi anni il fenomeno dei combattenti nepalesi è aumentato in maniera esponenziale. Prima di cadere, il Governo segnalava circa duecento soldati nelle file dell’esercito di Mosca. Fonti non ufficiali, però, parlano di oltre 15mila persone arruolate sin dall’inizio della guerra.

Dopo diverse ricerche, riusciamo a raggiungere un altro ex soldato che ha voglia di raccontarci la sua storia. Il suo nome è Dawa, ha 26 anni e, dopo essere stato ferito in Ucraina, si è rifugiato in Giappone. «Una volta finiti gli studi, cercavo un modo per sostenere economicamente la mia famiglia, ma, in Nepal, è molto difficile trovare lavoro. Nel mio villaggio, ho conosciuto una persona che mi ha parlato della possibilità di potermi arruolare. Insieme, allora, abbiamo contattato un agente su TikTok. Questa persona ci ha detto che avremmo guadagnato circa 2mila dollari al mese e ci ha anche rassicurato che non saremmo mai stati mandati in prima linea, tuttalpiù avremmo lavorato nelle retrovie per occuparci di logistica.

Una volta arrivato a Mosca, con un visto turistico, sono rimasto alcuni giorni in un hotel indicatomi dall’agente e poi sono stato mandato in un campo d’addestramento. Lì ho trovato gente proveniente da tutto il mondo: India, Cina, Giappone, Africa, Bangladesh e anche Stati Uniti. Ho cominciato il mio lavoro nelle squadre di salvataggio. Ovunque c’era dolore e tristezza. Ho visto montagne di corpi accatastati, soldati che avevano perso gli arti o che erano impazziti. Dopo quelle scene, pian piano ho perso la speranza di sopravvivere a quella guerra. A un certo punto, hanno cominciato a scarseggiare i ricambi dei soldati per la prima linea e, così, mi hanno mandato al fronte. Il giorno prima della partenza, ho chiamato mia madre dicendole che molto probabilmente non sarei più tornato. In un’imboscata, sono stato ferito gravemente a una gamba. Nonostante la mia ferita fosse grave e non del tutto guarita, dall’ospedale da campo venivo rispedito continuamente al fronte. In quei giorni ho cominciato a pensare a qualche modo per fuggire. Tutti i miei amici erano morti, ho capito che sarei morto anche io se non me ne fossi andato. Così mi sono messo in contatto con un altro agente, questa persona aveva già aiutato altri nepalesi a scappare dalla guerra. Grazie al suo aiuto, ancora gravemente ferito e senza documenti, sono riuscito a fuggire».

Quando chiediamo a Dawa se è valsa la pena arruolarsi per denaro, ci risponde: «Oggi penso che non sarei mai dovuto partire. Sarei dovuto rimanere nel mio villaggio e lavorare nella fattoria di famiglia. Vi rilascio questa intervista anche per dire a tutti quelli che pensano di arruolarsi, assolutamente di non farlo».

L’arruolamento nelle file dell’esercito russo è illegale, per questo è impossibile trovare statistiche certe. Parlando, però, con le famiglie dei combattenti, si capisce che sono tantissimi quelli che non sono più tornati.

Jeena e sua figlia Smriti (in piedi); Jeena mostra l’ultima lettera ricevuta da suo marito, in carcere in Ucraina. Foto Angelo Calianno.

Storia di Ishwor

Ishwor è un uomo di 39 anni, ex soldato nepalese attualmente detenuto in un carcere ucraino. Nella periferia di Kathmandu incontriamo sua moglie Jeena e sua figlia Smriti, di 13 anni.

Jeena racconta: «Ishwor è andato a combattere nel 2023. È entrato in Russia con un visto turistico e, dopo due mesi di prove, lo hanno arruolato. Nei primi mesi, ci inviava regolarmente denaro, dopodiché, non abbiamo più avuto sue notizie. Insieme, con altre cinquanta famiglie a cui è capitata la stessa cosa, siamo andate a chiedere aiuto al ministro degli Esteri e all’ambasciata russa, ma senza successo. Siamo riuscite a ottenere qualche informazione solo grazie alla Croce Rossa internazionale, i loro operatori sono riusciti a trovare mio marito rintracciandolo in un carcere ucraino.

Un giorno mi è arrivata una lettera, ho riconosciuto la sua calligrafia e ho capito che mio marito era davvero vivo. Non ci credevo, sono quasi svenuta dall’emozione. Gli è permesso scrivere, in un limitato spazio, su di una lettera che poi ci viene consegnata dalla Croce Rossa. Qui è durissima senza di lui, non abbiamo soldi. Io cerco di fare tanti lavori per far studiare mia figlia, ma non scrivo mai nulla di queste cose nelle mie lettere. Dico sempre a mio marito che va tutto bene e che vogliamo solo che torni presto a casa. In ambasciata ci hanno detto che potrebbe essere presto rilasciato, grazie a un’operazione di scambio tra prigionieri, ma non ho più saputo nulla a riguardo e non ricevo lettere da novembre».

Prima di cadere, il governo di Kathmandu aveva fatto pressione su Mosca per fermare questi arruolamenti illegali. Nonostante le promesse, la Russia continua a far finta che questa situazione non esista. Di recente, sono stati scoperti diversi canali, su TikTok e Telegram, tramite i quali diventa sempre più semplice entrare in comunicazione con i broker e avviare le procedure di arruolamento.

Angelo Calianno

Un cartello di China Aid, l’organizzazione di Pechino che ha finanziato la ricostruzione dopo il terremoto del 2015. Foto Angelo Calianno.

Nepal, «paradiso dei comunisti»
Da monarchia a repubblica

Dal 2008, il Nepal è una repubblica parlamentare federale. Fino a quella data, il Paese era stato retto da una monarchia assoluta, caduta dopo una guerra civile scatenata da gruppi di ideologia maoista. Oggi il potere esecutivo spetta al Primo ministro, mentre quello legislativo e giudiziario sono separati. Si vota normalmente ogni 5 anni, ma le proteste della «Generazione Z» di settembre 2025 hanno portato allo scioglimento del Parlamento e alle elezioni anticipate dello scorso 5 marzo 2026.

Il Nepal ha un panorama politico estremamente frammentato. Attualmente sono registrati 120 partiti, 68 di questi hanno presentato una propria candidatura alle elezioni. Nuovi partiti nascono e muoiono in continuazione, oppure si assiste ad alleanze e scissioni dei gruppi storici.

In Nepal è assente una corrente politica che, almeno secondo i parametri occidentali, possa essere considerata di destra. Tutti i partiti, infatti, fatta eccezione per quelli centristi e quelli conservatori nostalgici della monarchia, si considerano di sinistra, almeno per ideologia. Il Nepal è stato soprannominato «Il paradiso dei comunisti», ma nella realtà dei fatti non è esattamente così.

Lungo un sentiero all’interno del Paese, una scritta murale di uno dei numerosi partiti comunisti del Nepal. Foto Paolo Moiola.

Sigle e simboli, ideologia e realtà

Esistono due grandi partiti comunisti, entrambi nati con la denominazione Cpn (Communist party of Nepal): il Cpn-Mc (Communist party of Nepal-Maoist centre) e il Cpn-Uml (Communist party of Nepal-Unified marxist leninist).

K.P. Sharma Oli, primo ministro nell’ultima legislatura, era membro e leader del Cpn-Uml. Questo partito, pur professandosi di sinistra e di ideologia marxista-leninista, in realtà, quando è stato al potere non ha assolutamente agito in favore del popolo o delle classi operaie. Il Cpn-Uml, negli anni, è stato accusato di nepotismo, clientelismo familiare e corruzione in tutti gli appalti pubblici del suo ultimo mandato. Malgrado le denominazioni di nascita, quindi, i partiti nepalesi non seguono una corrente ideologica coerente: la denominazione non ne definisce affatto le azioni.

Dopo le proteste del settembre 2025, è nato un nuovo, l’ennesimo, partito comunista: l’Ncp (Nepali communist party), che punta a inglobare membri di entrambe le altre due organizzazioni in una nuova forza politica. L’unione tra i maoisti e i marxisti-leninisti era già stata provata nel 2018, ma senza molto successo.

Dato l’alto grado di analfabetismo in Nepal, il voto si esprime solo con una croce sul simbolo, non è previsto scrivere nessun nome dei candidati sulla scheda elettorale. Per questa ragione, i simboli dei partiti in Nepal sono estremamente distintivi e riconoscibili. I maoisti del Cpn-Mc hanno la classica falce e martello, i marxisti-leninisti del Cpn-Uml un sole, i People socialist party Nepal un ombrello, il Nepali congress l’albero, il Rastriya swatantra party (Rsp) una campana in un cerchio, ecc.

La difficile lotta alla corruzione

Il Partito per l’indipendenza nazionale (Rsp), vincitore delle ultime elezioni, è stato fondato nel 2022 e si identifica come partito centrista e anti corruzione. Tuttavia, il suo fondatore, Rabi Lamichhane, è stato arrestato nel 2024 proprio con l’accusa di frode e riciclaggio di denaro.

I membri del partito hanno sempre difeso il proprio presidente, dichiarando che l’arresto, in realtà, sia solo una persecuzione per combattere un partito che lotta contro la corruzione, e che l’accusa sia stata montata per proteggere i veri colpevoli appartenenti alle forze politiche storiche.

An.Ca

Donne a Changu Narayan durante una «puja», rituale dell’induismo durante il quale si fanno offerte (fiori, cibo, incenso) alla divinità; il tempio di Changu Narayan è la più antica meta di pellegrinaggio nella valle di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.

Tutto è iniziato con un «post»
Il cammino verso un nuovo paese

I social e la Generazione Z sono stati fondamentali per scuotere il Nepal. Occorre però aspettare le prime mosse di Balendra Shah, il  vincitore delle elezioni di marzo e nuovo Primo ministro, per capire se sarà vera rivoluzione. 

Settembre 2025. Da giorni, attraverso i social media, i ragazzi della «Generazione Z» stanno denunciando la deriva e la corruzione del Governo. Ogni post condiviso dai giovani nepalesi, soprattutto su TikTok, riporta un hashtag in particolare: #GenZRevolution. La parola è diventata immediatamente il marchio di una nuova rivoluzione che sembra stia per arrivare.

A scatenare le indignazioni sono stati, soprattutto, alcuni post sui social media dei figli delle alte cariche dello Stato. Video di vacanze di lusso, automobili, alberghi esclusivi, voli in prima classe, orologi e gioielli.

In un Paese dove lo stipendio medio di un lavoratore si aggira intorno agli 80 dollari al mese, in quella che è stata dichiarata la nazione più povera dell’Asia (e la trentottesima nel mondo secondo la classifica «World’s poorest countries 2025» di Global finance), questa ostentazione di ricchezza ha fatto esplodere la rabbia. Sono stati soprattutto gli studenti a manifestare il proprio dissenso, loro che, da anni, non riescono a immaginare un futuro che non sia fuori dalla propria nazione.

Le visualizzazioni dei post di denuncia si moltiplicano, gli studenti creano diversi gruppi su Telegram e cominciano a pianificare delle possibili proteste anche per strada.

Due degli attivisti entrati in sciopero della fame il 19 gennaio 2026; alle loro spalle, le foto delle 76 persone uccise durante gli scontri di settembre 2025. Ad oggi nessun colpevole è stato individuato. Foto Angelo Calianno.

Giovani in strada

Il 4 settembre 2025, il governo nepalese oscura 26 tra le piattaforme social più usate. Il divieto è la goccia che fa traboccare il vaso. L’8 settembre, migliaia di ragazze e ragazzi, soprattutto studenti, decidono di riversarsi per le strade di Kathmandu.

La protesta parte in maniera pacifica, tantissimi sono anche i minorenni che sfilano con le divise della propria scuola. Il corteo raggiunge il palazzo del Parlamento, la polizia ha transennato l’area. Nessuno tra le forze dell’ordine si aspettava così tanta gente. Il corteo comincia a lanciare slogan contro il primo ministro K.P. Sharma Oli.

La polizia intima alla folla di non avvicinarsi troppo alle transenne. Alcune persone, che sembrano estranee al corteo, almeno a giudicare dal loro abbigliamento, cominciano a spingere e calciare la barriera predisposta dalle autorità. Accerchiate e in inferiorità numerica, le forze dell’ordine rispondono lanciando lacrimogeni e getti d’acqua dagli idranti: si accende una battaglia urbana. Non riuscendo a respingere la folla, la polizia comincia prima sparare proiettili di gomma e, in seguito, pallottole vere.

Dopo aver assistito ai fatti in tv, alla protesta si uniscono anche gli adulti. La seconda ondata di manifestanti attacca i centri economici legati alla politica, luoghi come la villa del ministro dell’Interno Ramesh Lekhak.

Alla fine degli scontri sono 19 i morti e oltre 200 i feriti. Ma tutto questo è solo il preludio di quanto sta per accadere.

Il 9 settembre il Governo toglie il blocco dai social media e istituisce un coprifuoco nella capitale, ma ormai è troppo tardi per placare gli animi. La folla, composta non più solo da studenti ma da persone di ogni generazione, sfonda i posti di blocco della polizia usando automobili e motociclette. Il corteo arriva fino alla sede del Parlamento, incendiandola. Vengono distrutti anche il palazzo del Governo e la sede della Corte suprema. Inoltre, vengono attaccate e incendiate le residenze dei membri dei partiti storici del Nepal (il Cpn-Uml e il Cpn-Mc) e, ancora, viene vandalizzata la casa del presidente Ram Chandra Poudel.

Il 10 settembre il primo ministro Karma Oli annuncia le dimissioni, seguito a ruota da molti membri del suo partito. In strada arrivano i militari che istituiscono un nuovo, e più esteso, coprifuoco. L’arrivo dell’esercito (che al contrario della polizia, in Nepal, è estremamente rispettato), le dimissioni del Primo ministro, e la promessa di elezioni anticipate, calmano momentaneamente le proteste.

Tre giorni dopo, viene nominata l’ex giudice supremo Sushila Karki come Primo ministro di un governo di transizione. La Karki, nota per la sua strenua lotta alla corruzione, rimarrà in carica fino alle elezioni.

Le elezioni e il vincitore

L’ex primo ministro Karma Oli, travolto dalla rivolta di settembre 2025. Foto Wikimedia.

Cinque Marzo 2026, è il giorno tanto atteso delle elezioni. Nonostante il timore di molti, non c’è stato nessun disordine nei giorni precedenti. Oggi, sono stati disposti più di 300mila uomini come forze di sicurezza. Gli elettori arrivano a Kathmandu (la capitale, infatti, concentra la metà della popolazione e gran parte delle sezioni elettorali) da tutti gli angoli del Paese, anche dalle remote aree ai piedi dell’Himalaya.

I ragazzi appartenenti alla Generazione Z, tra i primi a votare, riempiono i social media di foto dove mostrano il proprio pollice macchiato di inchiostro. L’inchiostro, sull’unghia del dito, rappresenta da decenni un sistema antifrode per impedire che si voti più di una volta, cosa molto comune in passato.

Alla fine della giornata, l’affluenza è del 60%. Sulla percentuale pesa molto l’assenza dei tantissimi giovani all’estero per lavoro.

Ci vogliono cinque giorni per effettuare lo spoglio di tutte le schede ma, alla fine, il 10 marzo, il Nepal ha il suo vincitore: si tratta di Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco di Kathmandu.

La commissione elettorale valida i voti e certifica la maggioranza, dopodiché, il 27 marzo, il vincitore Shah ottiene il voto di fiducia durante la prima convocazione parlamentare. Nelle stesse ore, viene arrestato l’ex primo ministro K.P. Sharma Oli, accusato delle violenze durante gli scontri di settembre.

Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco, vincitore delle elezioni di marzo 2026. Immagine Wikimedia.

Il partito di Balendra Shah, l’Rsp (Rastriya swatantra party, ovvero Partito per l’indipendenza nazionale), ha ottenuto una maggioranza con uno scarto quasi senza precedenti nelle moderne elezioni nepalesi: 125 seggi, staccando di netto il partito dell’Nc (il Nepali congress) che di seggi ne ha conquistati solo 18. L’Rsp è un partito che ha nella sua ideologia il liberalismo economico, il socialismo progressista e la trasparenza. Durante la campagna elettorale, il nuovo premier aveva promesso ai nepalesi l’istruzione gratuita e 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro.

La vittoria di «Balen», così veniva soprannominato Shah durante la sua carriera artistica, è stata soprattutto frutto dei tanti voti della Generazione Z che, sin dalle proteste di settembre, sperava nella sua vittoria come nuovo premier. Balen aveva conquistato i giovani con i testi delle sue canzoni, spesso veri e propri slogan contro la vecchia classe politica nepalese. Nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria, Balendra Shah ha detto: «Aspettiamo a festeggiare. Abbiamo perso tanti amici nelle rivolte del 2025, priorità è giustizia per loro».

Gruppo di soldati nepalesi. Foto Paolo Moiola.

Felici e in attesa

Dopo l’annuncio della vittoria di Shah, abbiamo nuovamente interpellato i giovani nepalesi, intervistati prima delle elezioni, per sentire i loro commenti a caldo. Tutti, anche chi era contrario alle elezioni anticipate, si sono dichiarati molto felici della vittoria ma, soprattutto, della sconfitta dei partiti storici e della vecchia classe politica.

Tra canti e festeggiamenti per le strade di Kathmandu, la Generazione Z ripone molta speranza in questo nuovo governo. Per la prima volta, in Nepal, i giovani sembrano essere stati i protagonisti del loro destino: sono riusciti a smascherare il nepotismo con l’arma dei social media, hanno fatto cadere un governo e sono stati decisivi per la vittoria di un partito. Solo il futuro potrà dire loro se la fiducia è stata ben riposta, e se l’ex rapper riuscirà davvero a trasformare i suoi slogan e le canzoni di protesta, in riforme concrete per il cambiamento del suo Paese.

Angelo Calianno

Cerimonia funebre induista al tempio di Pashupatinath. Foto Paolo Moiola.

Indù nel paese di Buddha
Le fedi dei nepalesi

Anche se il Nepal ha dato i natali a Buddha, il buddhismo non è la religione predominante. La maggior parte della popolazione pratica l’induismo. Islam e cristianesimo sono presenti, ma costituiscono fedi minoritarie.

In Nepal, il culto religioso più antico è attestato dall’ottavo secolo prima di Cristo ed è conosciuto come kiratismo. Il nome deriva dai Kirati, un gruppo etnico autoctono presente ancora oggi, per lo più nelle zone ai piedi dell’Himalaya. Il kiratismo è un sistema di credenze animiste legato al culto della natura e degli antenati, con pratiche sciamaniche.

Nel 623 avanti Cristo, a Lumbini, nell’attuale Nepal meridionale, nasce Siddhārtha Gautama, meglio conosciuto come Buddha. Tuttavia, bisogna aspettare quasi due secoli per vedere la diffusione del buddhismo nel Paese. Nel 400 dopo Cristo, dall’India, arrivano i Licchavi, dinastia che impone l’induismo e il sistema delle caste. Nonostante l’imposizione, induismo e buddhismo riescono a coesistere per secoli senza particolari problemi.

Le cose cambiano con l’arrivo del re Narayan Shah, sovrano che, nel 1769, unisce tanti piccoli Stati nel Nepal che conosciamo oggi. Shah dichiara l’induismo religione di Stato ed espelle i missionari cristiani. Bisogna aspettare il 2008, con la caduta della monarchia, per arrivare a una concezione laica dello Stato.

Oggi in Nepal la coesistenza è pacifica e con elementi che qualcuno definisce sincretici. Per esempio, gli induisti venerano Buddha come un’incarnazione di Vishnu, i buddhisti onorano divinità induiste come Shiva. Le due religioni condividono templi – ad esempio, quello di Pashupatinath – e alcune cerimonie come il Newar, funzione che incorpora i riti di entrambe le religioni.

In Nepal, è presente anche una minoranza musulmana, totalmente sunnita, arrivata qui con le migrazioni dei mercanti che provenivano dal Kashmir. 

Secondo i dati del censimento del 2021, l’induismo è seguito dall’81,2 per cento della popolazione. Seguono il buddhismo (8,2%), l’islam (5%), il kiratismo (3,2%) e il cristianesimo (1,8%). Poi ci sono altre minoranze animiste, jainisti, sick, baha’i.

Padre Silas Bogati è l’amministratore apostolico del Nepal. (Screenshot)

Il cristianesimo

Le prime tracce di cristianesimo sono da ricondurre al 1628, con l’arrivo di un missionario gesuita: il portoghese padre Juan Cabral. La maggior parte delle conversioni, però, si ebbero a partire dagli anni Cinquanta dello stesso secolo. Stando alle cronache dell’epoca, esse avvennero, per lo più, per fuggire dal sistema castale e usufruire degli aiuti sociali promessi dalla Chiesa.

I cristiani, in Nepal, oggi sono sottoposti a leggi anti-proselitismo. Le pene per conversioni forzate o offese religiose sono punite con multe fino a mille euro e con detenzioni fino a 5 anni.

Il 90% dei cristiani è protestante. Secondo l’Annuario pontificio e fonti ecclesiali come Agenzia Fides, i cattolici nel Paese sono appena ottomila.

Pur essendo un’esigua minoranza, la comunità cattolica del Nepal è stata spesso bersaglio di attacchi. Uno degli episodi più gravi avvenne nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, a Kathmandu, il 23 maggio 2009. Durante una messa domenicale, una bomba, nascosta in un sacchetto di plastica, uccise due persone e ne ferì altre trenta.

L’attacco fu opera di una donna: Sita Thapa Shrestha, militante della Nepal defence army (Nda), formazione radicale induista. L’Nda si macchiò di diversi attentati durante il primo decennio degli anni 2000, tra cui l’omicidio di un sacerdote salesiano e diverse campagne intimidatorie per cacciare i cristiani dal Nepal. I gruppi estremisti, specie dopo la fine della monarchia, hanno accusato le conversioni cristiane di essere un pericolo per l’identità indù. Dopo l’attentato del 2009, l’Nda venne smantellato e dei suoi componenti oggi non vi è più traccia. Nuove fazioni, tuttavia, continuano a minacciare le minoranze religiose, non solo cristiane ma anche musulmane.

Tra queste spicca l’Hindu samarat sena, banda radicale che propaga accuse infondate di proselitismo. Tramite volantini e social media, il gruppo minaccia, tra l’altro, di incendiare le chiese durante le celebrazioni eucaristiche. Fortunatamente, nessuna di queste organizzazioni ha raggiunto il livello di violenza e pericolosità dell’Nda.

Da gennaio 2025, l’amministratore apostolico del Nepal è padre Silas Bogati, già parroco della Cattedrale dell’Assunzione a Kathmandu. Padre Bogati ha lodato pubblicamente le proteste dei GenZ di settembre 2025, sottolineando l’impegno giovanile e sperando in un futuro di buon governo e di lotta alla corruzione.

Angelo Calianno

L’interno della cattedrale cattolica di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.

Ha firmato il dossier:

Angelo Calianno:  Giornalista e fotografo, è specializzato in reportage da luoghi di conflitto. Per MC ha scritto di Iraq, Siria (Rojava), Afghanistan, Palestina, Pakistan e Libano.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC, a sua volta autore di un reportage sul Nepal pubblicato ad aprile 2007.

La cattedrale di Kathmandu – consacrata all’Assunzione di Maria – è la principale chiesa cattolica del Nepal, si trova nel quartiere di Park Street, a circa 5 km dal centro di Kathmandu; costruita nel 1760 da frati cappuccini, fu uno dei primi edifici cristiani del Paese e sopravvisse anche alle espulsioni del 1769. La cattedrale è stata restaurata più volte. Foto Angelo Calianno.
SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Iscriviti alla nostra newsletter