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Fuheis, cittadina a una trentina di chilometri a est del fiume Giordano e a quindici a nord ovest di Amman, la capitale della Giordania, è immersa in un ambiente rurale e montano.
La via principale è costellata di punti di ristoro, diversi dei quali richiamano anche il cibo italiano, dalla pizza alla pasta.
Tra i negozi, ci sono quelli che vendono articoli religiosi, statue per adornare giardini e case, rosari e presepi. Su circa quarantamila abitanti, oltre il 90 per cento sono cristiani.
«Nella piazza principale, ogni anno a dicembre facciamo un grande albero di Natale, e arrivano da tutto il Paese per ammirarlo», dice padre Paul Haddad, parroco della Chiesa greco cattolica melchita di Fuheis.
Nella città, nell’arco di pochi chilometri quadrati, sono presenti cinque chiese di rito cattolico latino e melchita, oltre agli ortodossi.
«I cristiani sono qui da duemila anni, e ancora oggi si celebrano decine di battesimi e matrimoni», sottolinea padre Paul, spiegando che tra i fattori che rafforzano l’identità cristiana della popolazione ci sono le scuole cristiane, le quali, per il loro alto livello di insegnamento, attraggono anche famiglie musulmane.
«Cristiani e musulmani crescono insieme fin dai banchi di scuola, ed è lì che si comincia a coltivare il dialogo tra le fedi», spiega il sacerdote.
La Giordania, incastonata tra Siria, Iraq, Arabia saudita e Israele, ha una superficie poco più grande di un quarto dell’Italia, e conta 12 milioni di abitanti. Di questi, secondo i dati della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), il 95,4 per cento sono musulmani, quasi tutti sunniti. I cristiani sono l’1,3 per cento (circa 156mila). Il resto si divide tra agnostici, atei, baha’i, buddhisti e altre minoranze storiche come zoroastriani e yezidi.
In questo contesto, una città a maggioranza cristiana come Fuheis è un’eccezione.
Altre importanti comunità cristiane nel Paese si trovano a Madaba, la città dei mosaici, a 40 km a sud di Fuheis, dove è forte il culto per Giovanni Battista, o ad Anjara, 50 km a nord di Fuheis, dove c’è il santuario mariano della Madonna del Monte.
I parrocchiani di Fuheis con i quali parliamo non nascondono le difficoltà della convivenza con famiglie di diverse fedi o provenienze: «I cristiani non vendono le case ai musulmani. Le vendono ad altri cristiani per attrarre famiglie che hanno la loro stessa fede da tutto il Paese», spiegano, descrivendo una realtà – comune a tutti i Paesi musulmani – segnata dalla preoccupazione di difendere la propria identità e dal tentativo di conservare una sorta di «christian quarter».
La presenza cristiana, infatti, è drasticamente diminuita negli anni, soprattutto per cause economiche. «Non abbiamo problemi di convivenza tra le fedi. Il mio problema – dice padre Yousef Francis, parroco cattolico latino ad Anjara, originario dell’Egitto ma presente in Giordania con i Missionari del Verbo incarnato da molti anni – è che la comunità perde una, due famiglie l’anno. Prima vanno ad Amman a cercare lavoro. E da lì, poi, vanno all’estero, soprattutto in Canada ed Australia».

Ovunque si vada in Giordania, i cristiani raccontano di essere rispettati. Hanno rappresentanti in Parlamento, nel Governo e anche nelle forze armate.
L’apertura della monarchia hashemita, che da sempre custodisce anche i luoghi santi a Gerusalemme, è confermata dall’ultimo rapporto sulla libertà religiosa di Acs: «Le relazioni tra musulmani sunniti e cristiani nel Paese sono solitamente pacifiche. La comunità cristiana ha più volte lodato la famiglia reale per aver favorito uno spirito di tolleranza. La Chiesa cattolica è presente con parrocchie e istituzioni, come Caritas Giordania. C’è accoglienza anche per i migranti cristiani e indù, provenienti soprattutto dall’Asia, che vivono e lavorano temporaneamente nel Paese».
Tuttavia, benché sia garantita la libertà di culto, e vengano anche incentivati i pellegrinaggi nei luoghi cristiani dalle stesse autorità giordane, non si può parlare di una vera e propria libertà di religione, perché sono vietati sia il proselitismo che le conversioni al cristianesimo dall’islam.
I conflitti che riguardano tutta l’area del Medio Oriente, da quello tra Israele e Hamas dopo il 7 ottobre 2023 a quello iraniano, hanno inevitabilmente avuto conseguenze anche in Giordania, Paese che ha scelto da anni la via della pace.
Incontriamo ad Amman il Nunzio apostolico monsignor Giovanni Pietro Dal Toso. Egli sottolinea che la comunità cristiana «qui è piccola ma fortunata, perché abbiamo ben tre ministri cristiani nel Governo, e poi i cristiani gestiscono scuole, ospedali, università».
La Giordania, prosegue Dal Toso, «è una terra bellissima, ed è Terra Santa. Può essere meta di turismo, ma soprattutto di pellegrinaggi», esperienze che possono arricchire spiritualmente chi le compie, e aiutare economicamente le comunità cristiane che vi abitano. Ma i pellegrinaggi, a partire dall’ottobre 2023, arrivano con il contagocce: «Quando in Italia si parla di Giordania, in tanti tendono a confondersi e a pensare alla Cisgiordania», prosegue Dal Toso, e questo può rappresentare un freno.
Dopo il 28 febbraio, con l’offensiva di Israele e Usa contro l’Iran, e successivamente contro i villaggi del Libano dove c’è la roccaforte di Hezbollah, anche la Giordania è finita tra i Paesi per i quali, ad esempio le autorità italiane chiedono ai viaggiatori di muoversi con «grande cautela». Le sirene, infatti, talvolta risuonano anche in questo angolo di Medio Oriente che cerca di difendere la pace, perché è difficile proteggere i cieli dal passaggio dei missili.
L’Opera romana pellegrinaggi, però, sta cercando il modo di rilanciare i viaggi di fede nel Paese: «Venire in Giordania – afferma la responsabile dell’Opera, madre Rebecca Nazzaro, pure lei ad Amman – è anche un segno di solidarietà concreta nei confronti dei cristiani che rimangono qui».
Madre Rebecca parla proprio dei giordani cristiani che decidono di non emigrare, nonostante le difficoltà: «Si tratta di un piccolo gregge, come lo ha chiamato papa Leone nel suo viaggio in Turchia, di cui ogni cristiano dovrebbe sentirsi responsabile in uno spirito missionario, a cui tutti siamo chiamati, soprattutto noi che abbiamo la libertà di vivere la nostra fede, affinché possiamo portare anche solo una goccia di speranza, di incoraggiamento, ai cristiani di questo Paese».

Il conflitto israelo-palestinese è al di là dei confini della Giordania, ma ci sono posti del Paese nei quali il dramma della vicina Palestina si sente più forte.
Uno di questi è il luogo nel quale, secondo la tradizione, fu battezzato Gesù, chiamato Betania al di là del Giordano, in arabo Al-Maghtas, sulla sponda est del fiume.
A separare la Giordania dalla West Bank, la Cisgiordania, c’è solo una lingua d’acqua, il fiume Giordano, appunto. Padre Andres Nowakowski, missionario del Verbo incarnato che vive in un convento sul confine, nel quale durante le messe si rinnovano le promesse battesimali, racconta: «Arriva sempre alle nostre orecchie il suono delle sirene. Quando sono passati i droni dall’Iran diretti su Gerusalemme e Tel Aviv, qui ha tremato tutto. Da noi, la guerra non c’è, ma le conseguenze sì: se prima del 7 ottobre 2023 arrivavano uno o due gruppi di pellegrini al giorno, ora ne arrivano uno o due a settimana».
Le bandiere che sventolano sulle acque del Giordano cambiano di colore a seconda della riva sulla quale sono piantate, come anche le divise dei militari che presidiano il sito religioso, un luogo ultrasensibile sotto il profilo della sicurezza.
Nel santuario cattolico, dove vivono religiosi e religiose, si prega ogni giorno per la pace. «Nella parrocchia di Gaza sono della nostra stessa congregazione», ricorda padre Andres.
Il contatto con i confratelli di Gaza è continuo: «Per noi è molto difficile sopportare il pensiero che qui la vita continua in modo abbastanza normale e che di là, invece, no.
La pace non è ancora arrivata», chiude con tristezza il religioso.
Betania è anche un importante luogo di dialogo tra le confessioni cristiane. A pochi metri, l’una dall’altra, ci sono una chiesa cattolica, una greco ortodossa e una degli ortodossi che fanno riferimento al Patriarcato di Mosca.
«Ci incontriamo periodicamente – riferisce padre Andres -, anche per decidere come accogliere i pellegrini, e recitiamo, in queste occasioni, un salmo insieme».
Non mancano scambi di doni, di bottiglie di vino, da parte dei monaci nuovi arrivati.
Il dialogo tra le diverse confessioni non è scontato, né in Terra Santa, né in altri luoghi.
Basta spostarsi di pochi metri e i cellulari cambiano gestore e fuso orario. I territori dei due Paesi, infatti, qui, dove il fiume fa da confine, si compenetrano.
Padre Andres ci parla della speranza che si riesca a voltare pagina, perché l’eco della guerra tra Israele e Hamas, a Betania di Giordania, non è costituito solo dal suono delle sirene, ma anche dal calo dei viaggi di fede, e quindi dell’economia, e dall’aumento delle famiglie cristiane che cercano fortuna all’estero.
Qui, sulla riva del Giordano, si prega e si spera guardando al futuro. Il santuario cattolico in costruzione non è finito, mancano i mosaici e diversi servizi per i pellegrini, «ma contiamo di essere pronti per il 2030 – assicura padre Andres – quando celebreremo i duemila anni del battesimo di Gesù».
In Giordania ci sono diverse opere di solidarietà «made in Italy». Un esempio è «l’Arsenale dell’incontro» a Madaba, dove andiamo a incontrare tre consacrate del Sermig, il Servizio missionario giovanile, nato a Torino nel 1964 da una intuizione di Ernesto Olivero.
Appena fuori della città, hanno aperto un centro diurno per assistere ragazzi disabili ai quali offrire anche una chance per il loro futuro. Ci sono laboratori di arte, di mosaico, di cucina e di agricoltura sostenibile.
A guidare questa coraggiosa esperienza sono Cristiana, Chiara e un’altra Chiara. Le tre donne hanno lasciato l’Italia, imparato l’arabo e si sono messe al servizio delle famiglie in difficoltà. L’opera fa riferimento alla rete caritativa del Patriarcato latino di Gerusalemme.
«L’idea è molto semplice – spiega una delle tre, Chiara Giorgio -: ci si incontra a partire da ciò che ci unisce, come quella sofferenza che accomuna tanti che è la disabilità». Una condizione che in Giordania ha un’elevata incidenza nella popolazione. Nell’Arsenale dell’incontro si cerca allora di trasformare «la sofferenza in una opportunità per imparare a incontrarci» e «diventare famiglia attorno ai più piccoli, perché loro ci insegnino a dialogare».
I bambini e giovani seguiti nella sede del Sermig di Madaba sono attualmente 275, «ma abbiamo duecento persone in lista d’attesa», fanno presente le missionarie, sottolineando che la richiesta è cresciuta anche per il passaparola tra le famiglie.
Al piano terra c’è una cappella. Come nelle altre sedi del Sermig, a chiudere il tabernacolo è lo sportello a tenuta stagna dei forni con i quali in passato si realizzavano bombe e armi. Un simbolo per dimostrare che la conversione, a partire dagli oggetti per passare ai cuori, è possibile.
«L’Arsenale dell’incontro – spiega Chiara – oggi dà lavoro a 29 persone tra educatori, educatrici e servizi ausiliari. Tra loro c’è anche un giovane ex assistito che oggi lavora a pieno titolo. Un segno di speranza anche per tutti gli altri».

Parla italiano anche la piccola produzione di vino che è stata aperta ad Anjara, al santuario della Madonna del Monte.
Il marchio del vino è «La Giara», e l’azienda è stata avviata grazie all’aiuto della Conferenza episcopale italiana. In essa si offre una formazione e anche un’occasione di guadagno ai giovani.
Italiana è anche la statua della Madonna che fu portata decenni fa in questo angolo della Giordania da un prete italiano, don Angelo Foresto, oggi sepolto presso l’area del santuario insieme alla madre.
Il sito di Anjara, oltre a essere l’unico santuario mariano della Giordania, è anche una vera e propria parrocchia. Essa ha aperto, grazie alla dedizione di religiosi e religiose, anche in questo caso del Verbo incarnato, una serie di opere di misericordia: una scuola, un centro per la fisioterapia dedicato ai ragazzi disabili, un punto Caritas che aiuta le famiglie in difficoltà, e un orfanotrofio. «Ma noi non li chiamiamo orfani – ci tiene a precisare padre Yousef Francis, parroco e responsabile di tutta la struttura -, li chiamiamo “i bambini della casa”».
E qui, presso il santuario di Anjara si ripete l’invito di riprendere i pellegrinaggi, perché il turismo era uno dei pochi settori trainanti dell’economia.
Nell’area mediorientale la Giordania è considerata un Paese a reddito medio, ma la disoccupazione supera il 21 per cento (il 31 se si considerano solo le donne).
Il ritorno dei pellegrini è auspicato anche a Madaba, dove è custodita la prima mappa della città di Gerusalemme. In particolare, si spera in una prossima visita di Papa Leone XIV.
A farsi portavoce di questo desiderio è padre Tareq Abu Hanna, parroco della chiesa latina della Decapitazione di San Giovanni Battista: «Abbiamo avuto la visita in Giordania, e anche qui a Madaba, di quattro pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Auspichiamo che anche Leone venga qui. Conosce la nostra realtà tramite il Patriarca Pierbattista Pizzaballa e sa che lo aspettiamo».
«Sappiamo che per il 2033 è in programmazione un grande evento in Terra Santa», riferisce don Giovanni Biallo, assistente spirituale dell’Opera romana pellegrinaggi, parlando dei duemila anni dalla morte e resurrezione di Cristo, anniversario per il quale papa Leone ha già parlato, a fine novembre, nel corso del suo viaggio in Turchia, di un incontro ecumenico da tenersi a Gerusalemme, dopo quello che si è svolto l’anno scorso a Nicea.
«Ricordo quando venne papa Francesco in Terra Santa, il primo luogo che visitò fu proprio la Giordania».
Quanto a papa Leone, «abbiamo la certezza – conclude don Giovanni – che ha un desiderio molto profondo di venire in questa terra. È qui che noi cristiani siamo nati».
Manuela Tulli

Sono più di 2,39 milioni, secondo l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi nel vicino Oriente), i rifugiati palestinesi registrati in Giordania.
La maggior parte di essi, per motivi storici che risalgono agli anni tra il 1948 e il 1967, hanno cittadinanza giordana.
Circa il 18 per cento vive in dieci campi profughi ufficiali sparsi in tutto il territorio. Oltre a questi dieci, ce ne sono altri tre non ufficiali, e altri rifugiati vivono vicino ai campi. La gran parte dei profughi palestinesi nel Paese sperimenta condizioni socio economiche difficili.
Dopo il 7 ottobre 2023, la linea ufficiale del Governo giordano è stata quella della chiusura della frontiera, con l’intento di arginare lo «svuotamento» della Cisgiordania.
Ai profughi palestinesi si aggiungono quelli provenienti da altri Paesi. Secondo l’Unhcr, erano circa 561mila a fine 2025, per la gran parte siriani, poi iracheni, yemeniti, sudanesi, somali e altri. Circa l’80% di essi non vive in campi per rifugiati, ma nelle aree urbane. Quasi la metà di questa popolazione rifugiata è costituita da minorenni.
Dal dicembre 2024, con il cambio di regime nella confinante Siria, molti profughi provenienti da quel Paese stanno tornando nella loro terra. L’Unhcr prevede che entro la fine del 2026, la popolazione di rifugiati registrata in Giordania (esclusi i palestinesi) potrebbe diminuire a 290mila persone.
Luca Lorusso