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«Senza documenti è come se non esistessi. Non puoi nemmeno comprarti una sim per il telefonino. Quando uno Stato decide di toglierti la nazionalità, ti sta uccidendo civilmente». A parlare è Franklin Dinol, coordinatore nazionale del movimento «Reconoci.do», che da oltre tredici anni rivendica la piena cittadinanza per la popolazione dominicana di origine haitiana nata nella Repubblica Dominicana e che, dalla sera alla mattina, è diventata apolide.
Tutto è iniziato il 23 settembre del 2013. Quel giorno, Franklin e altre 200mila persone hanno smesso di essere dominicane. A nulla è servito che fossero nate e cresciute nella parte orientale sull’isola caraibica, che la loro prima lingua fosse lo spagnolo o che tutti i loro legami umani, accademici e professionali fossero lì. Di colpo, la loro cittadinanza è stata annullata.
Con la sentenza 168/13, il Tribunale costituzionale ha eliminato retroattivamente il diritto alla nazionalità per nascita – lo ius soli – per tutte le persone nate tra il 1929 e il 2010 da genitori di origine haitiana, mantenendo di fatto questo diritto solo per i figli di genitori dominicani o di stranieri regolarmente presenti sul territorio e non di origine haitiana. Da quel momento, un’intera popolazione si è ritrovata sospesa in una vita improvvisamente irregolare, con limitazioni in ogni aspetto dell’esistenza. «Quando fu emessa la sentenza io ero all’università – racconta Jermania Sevito, avvocata e attivista di Reconoci.do -. Proprio il 23 settembre sono stata costretta a lasciare gli studi, come è successo a Franklin e a tante altre persone di origine haitiana. Da allora abbiamo perso anni di vita, perché senza cittadinanza non puoi proseguire gli studi, né accedere a un lavoro formale, né sposarti, e tanto meno registrare i tuoi figli all’anagrafe. È una situazione davvero terribile».

La sentenza è nata in un contesto storico di odio e discriminazione nei confronti della popolazione haitiana. Già dai primi anni Duemila, migliaia di famiglie incontravano ostacoli nel registrare le proprie figlie e i propri figli all’anagrafe, in un sistema applicato in modo del tutto arbitrario. In alcuni municipi le iscrizioni venivano accettate, mentre in altri venivano rifiutate con la motivazione che si trattasse di figli di haitiani, anche quando i genitori, pur originari di Haiti, erano nati nella Repubblica Dominicana e beneficiavano quindi dello ius soli.
A causa dell’atteggiamento discriminatorio di alcuni funzionari, molte famiglie sono state costrette a spostarsi da una provincia all’altra alla ricerca di impiegati pubblici disposti a registrare i neonati, con un enorme dispendio di energie e risorse economiche per il trasporto.
«Nel 2013 lo Stato dominicano si è finalmente tolto la maschera davanti al mondo – racconta Felipe Fortines, avvocato di origine haitiana e membro di Reconoci.do -. Con la sentenza 168/13 ha trasformato una violazione dei diritti umani in una politica pubblica, decretando di fatto il genocidio civile di una parte dei suoi cittadini».

Dal 2013 la condizione di apolidia ha esposto migliaia di persone alla detenzione e alla deportazione forzata verso Haiti, generando un clima di paura tale da rendere rischioso perfino camminare per strada per le persone di origine haitiana. «Se sei nero o hai un cognome francofono, devi portare sempre con te i documenti – spiega Dinol -. La polizia migratoria ferma persino persone afrodiscendenti dominicane, come i garifuna o persone di altra ascendenza, che non hanno alcuna origine haitiana».
Le retate migratorie si basano sulla profilazione razziale, e negli ultimi mesi si sono intensificate nelle comunità più povere, nei quartieri popolari e negli storici bateyes, gli insediamenti informali dove vivono molte famiglie di origine haitiana che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero. «La gente non dorme più a casa – racconta Epifanía St. Chals Lichardo, attivista di Reconoci.do -. Preferiscono passare la notte nelle chiese o nei campi di canna da zucchero. Si organizzano in gruppi e si nascondono per evitare di essere arrestati e deportati il giorno dopo».
La politica della mano dura del governo del presidente Luis Abinader, liberale di centrodestra, si inserisce in una lunga tradizione di anti haitianismo, radicata storicamente in questa parte dell’isola e rafforzata durante la dittatura di Rafael Trujillo. Emble- matico è il massacro del perejil del 1937, in cui furono uccisi tra i 9mila e i 20mila haitiani presenti alla frontiera. Perejil significa prezzemolo, ed era la parola che le truppe di Trujillo chiedevano di pronunciare per identificare gli haitiani, i quali, parlando creolo (kreyol) come prima lingua, facevano difficoltà a pronunciare correttamente la «jota».
Da allora, sebbene non si siano più verificati massacri di tale portata, le politiche migratorie violente della Repubblica Dominicana continuano a produrre vittime.
Tra settembre 2024 e metà 2025 sono state deportate ad Haiti oltre 370mila persone, tra migranti e dominicani privati della nazionalità. Una cifra enorme per un Paese di appena 11,5 milioni di abitanti che, dal 2022, sta costruendo un muro di oltre 400 chilometri lungo la frontiera con Haiti, in linea con le politiche di sicurezza antimigranti promosse da Paesi come Stati Uniti e Ungheria. «Stanno deportando persino i minori – denuncia Epifanía -. Ci sono famiglie che non mandano più i figli a scuola per paura». Sebbene il ministero dell’Istruzione garantisca formalmente l’accesso all’istruzione di base indipendentemente dallo status migratorio, nella pratica molte famiglie preferiscono non rischiare. Inoltre, per proseguire gli studi e accedere alla formazione tecnica o all’università, l’atto di nascita è indispensabile. All’Università autonoma di Santo Domingo, l’ateneo pubblico del Paese, chi non ha documenti deve pagare le tasse in dollari, come uno studente straniero. «Così è impossibile – riassume Dinol -. Per studiare devi lavorare e per lavorare ti servono i documenti. È un circolo vizioso».

Dall’aprile 2025, il presidente Abinader ha varato un pacchetto di quindici misure che inaspriscono ulteriormente le politiche migratorie. Tra queste, la numero 11 obbliga gli ospedali pubblici a verificare e denunciare lo status migratorio dei pazienti. In pratica, i medici sono costretti a tradire il giuramento di Ippocrate, che impone loro di tutelare la riservatezza dei pazienti, soprattutto quando tali informazioni possono metterli in pericolo.
Da allora, gli ospedali si sono trasformati in una nuova frontiera del controllo migratorio, colpendo in particolare le donne incinte dominicane di origine haitiana o migranti, che evitano di recarsi in qualsiasi struttura sanitaria per paura di essere arrestate e deportate.
«Questa non è una politica del “ti curo e poi ti deporto” – afferma Dinol -. È una misura di negazione del diritto alla salute. Chi andrebbe in ospedale sapendo che ad aspettarlo c’è un agente della migrazione?».
Il caso di Lourdia Jean-Pierre riassume le conseguenze di queste politiche. Nel maggio 2025, al nono mese di gravidanza e in condizioni di salute delicate, la donna è stata costretta a partorire in casa per timore di essere deportata. È morta dopo il parto e le autorità migratorie hanno arrestato ed espulso il neonato e il padre. Lo Stato non ha nemmeno rilasciato il certificato di morte e i familiari l’hanno seppellita in clandestinità, temendo arresti anche durante il funerale. «Senza documenti qui non sei una persona – commenta Fortines -. Lo Stato non ti riconosce nemmeno quando muori».
Di fronte a questa violenza in ambito sanitario, Amnesty International ha chiesto al governo dominicano di garantire l’accesso alla salute senza discriminazioni e di proteggere chi difende la giustizia e i diritti umani. Finora, però, non si è verificato nessun cambiamento.

In questo contesto da caccia alle streghe, Reconoci.do è diventata la voce locale più forte contro la denazionalizzazione, con una rete di circa 600 leader in diverse comunità del Paese. Il movimento nasce dalla campagna avviata nel 2007 contro la negazione arbitraria della cittadinanza e si costituisce formalmente nel 2011 per accompagnare le persone colpite dall’apolidia e fare pressione per il recupero della nazionalità.
Una prima vittoria, seppur parziale, è arrivata nel 2014, quando lo Stato ha approvato la legge di naturalizzazione 169/14. La norma ha diviso la popolazione di origine haitiana in due gruppi: il gruppo A, composto da chi era già registrato all’anagrafe, e il gruppo B, formato da chi non era mai stato registrato alla nascita.
«Oggi, delle 61mila persone del gruppo A, oltre 34mila non hanno ancora recuperato la nazionalità, mentre nel gruppo B solo 8.755 sono riuscite ad accedere al processo – spiega Dinol -. In totale, circa 150mila persone vivono ancora in condizione di apolidia».


«In realtà ci è stata concessa solo la naturalizzazione, che equivale a una cittadinanza di seconda categoria – commenta Fortines -. Per questo lottiamo affinché tutte e tutti recuperino la piena nazionalità e perché lo Stato riconosca che non siamo stranieri naturalizzati, ma dominicani al 100%». Fare attivismo politico nella Repubblica Dominicana ha un costo elevato. Nel 2024 Franklin Dinol è stato arrestato attraverso la pratica illegale della «profilazione razziale», nonostante avesse ottenuto la naturalizzazione. «In realtà mi hanno fermato perché stavo denunciando la corruzione della polizia di frontiera e volevano zittirmi – racconta -, ma dopo la liberazione ho continuato a fare attivismo».
La «denazionalizzazione» nella Repubblica Dominicana è uno dei casi più gravi di apolidia del continente ed è stata condannata sia dalla Commissione interamericana dei diritti umani sia dalla Corte interamericana.

Quando una persona dominicana di origine haitiana viene deportata, non vuole restare ad Haiti nemmeno un’ora. Non solo perché non parla né creolo né francese e non ha legami familiari dall’altra parte dell’isola, ma soprattutto per la violenza che da anni soffoca il Paese più povero del continente americano (secondo dati della Banca mondiale), oggi controllato in gran parte da bande criminali in un contesto di assenza dello Stato (cfr MC aprile 2026).
«La gente paga migliaia di pesos ai coyotes per rientrare nella Repubblica Dominicana – denuncia Dinol -. Ed è lì che rimane intrappolata nelle reti di tratta e traffico di esseri umani, che operano con la complicità delle autorità migratorie».
Una stessa persona può essere deportata più volte nel corso della vita. «Questo sistema produce clandestinità, violenza e, soprattutto, enormi profitti – conclude Dinol -. Ed è contro questo che continuiamo a lottare».
Simona Carnino
Raúl Zecca Castel (autore del servizio fotografico) è antropologo culturale e dal 2013 dedica le sue ricerche alle condizioni di vita dei migranti haitiani in Repubblica Dominicana. Nel 2025 ha pubblicato il libro foto etnografico «Bateyes. Una realtà dominicana» (Edizioni Arcoiris).
