Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Haiti. La neve dei Caraibi

L’importanza dello sport come mezzo di riscatto

Richardson è nato ad Haiti, ma è cresciuto sulle Alpi francesi. Un giorno ha deciso di ricongiungersi con le sue origini. E ha portato sulla neve, per la prima volta nella storia, la bandiera rossa e blu, ideata da Catherine Flon nel 1803. La sua storia è in un libro.

Conosco personalmente Richardson Viano da qualche anno. L’ho incontrato per la prima volta in occasione della sua partecipazione alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, quando la sua storia iniziava a emergere, oltre il dato sportivo o la curiosità. Da allora il dialogo, con lui e con la sua famiglia, non si è interrotto, e questo mi ha consentito di raccontare oggi un percorso seguito da vicino.

Haiti, del resto, per me non è mai stata un tema o un oggetto di studio: è un insieme di volti, di voci, di strade percorse tante volte, di case in cui sono stato accolto, di legami familiari e affettivi che hanno inciso profondamente nella mia vita. È da questo rapporto diretto e vissuto che nasce il mio sguardo su ciò che accade oggi nel Paese, ed è lo stesso sguardo con cui, da anni, provo a raccontare Haiti: non esclusivamente dall’alto della geopolitica o, peggio ancora, dal «nostro» punto di vista, ma dal basso delle storie quotidiane, delle persone e della loro ostinata capacità di resistere. Proprio come nella mia prima esperienza di pubblicazione (il libro Haiti, l’innocenza violata, Infinito edizioni, 2011), quando, dopo il terremoto del 2010, con l’amico Marco Bello, conosciuto proprio ad Haiti, avevamo raccolto le voci della società civile haitiana, che gridava al mondo la sua fondata preoccupazione sulla mancata ricostruzione fisica e morale del Paese.

Anche nella co-scrittura della biografia di Richardson, accanto alla voce del protagonista, è stato fondamentale l’apporto dello scrittore per ragazzi Alessandro Corallo, con il quale ho condiviso esperienze di volontariato in Haiti. Corallo è, inoltre, padre adottivo di un giovane haitiano.

La crisi non si improvvisa

Haiti oggi è attraversata da una crisi profonda e tragica. Non è una crisi improvvisa: è il risultato di decenni di espropriazione della popolazione, di uno Stato svuotato, di un potere frammentato, di una violenza che ha preso il posto delle istituzioni. Le parole che usiamo spesso – «instabilità», «emergenza», «caos» – rischiano però di anestetizzare lo sguardo. Dietro quelle parole ci sono innanzi tutto vittime, migliaia di vittime. Poi ci sono persone, famiglie, bambini, giovani che crescono senza orizzonti, e una società civile che resiste come può.

In questo contesto parlare di sport può sembrare marginale, quasi fuori luogo. E invece non lo è. Perché lo sport, in un Paese come Haiti, non è mai solo sport. È spazio simbolico, è possibilità di riscatto, è narrazione alternativa a quella dominante della disperazione.

La storia di Richardson Viano va letta esattamente così.

Richardson nasce nel 2002 a Port-au-Prince. Nei primi anni della sua vita conosce la povertà, l’abbandono, l’orfanotrofio. Poi l’adozione, l’arrivo in Francia in una famiglia italiana, la scoperta di un mondo che sembra non avere nulla a che fare con quello da cui proviene: la neve, le montagne, lo sci alpino. Una disciplina che, per immaginario, per accesso economico, per colore della pelle di chi la pratica, è lontanissima da Haiti.

Eppure Richardson sceglie di tornare simbolicamente indietro. Decide di gareggiare per Haiti. Di portare quella bandiera su piste dove non era mai stata. A Pechino 2022, a soli 19 anni, diventa il primo atleta haitiano della storia a partecipare a un’Olimpiade invernale.

A febbraio 2026, partecipa ai Giochi olimpici di Milano Cortina nelle gare di slalom gigante e slalom speciale. Arrivando, in questi secondi, 29° su 92 atleti in competizione. Richardson non vince medaglie, ma rompe un confine. E chi conosce Haiti sa che rompere i confini simbolici è spesso più difficile che superare quelli materiali.

Parte della delegazione di Haiti a Milano Cortina. Al centro Richardson Viano (con il libro), primo a destra Alessandro Demarchi (autore dell’articolo). @ Meneghello

Quella bandiera sulla neve

Nel libro Ad Haiti sognavo la neve abbiamo cercato di raccontare proprio questo: non l’eccezionalità individuale fine a se stessa, ma il significato collettivo di una storia personale. È anche la storia di un’adozione, vissuta non come un punto di arrivo ma come un percorso lungo, costellato di domande sull’identità, sulle origini, sul senso dell’appartenenza. Un racconto che può parlare a tanti bambini e ragazzi adottati che, a un certo punto della loro crescita, sentono il bisogno di cercare le proprie radici e spesso faticano a trovare modelli di riferimento nella nostra società. Richardson non è un eroe isolato: è il prodotto di relazioni, di scelte, di sacrifici, ma anche di una diaspora haitiana che, pur tra mille contraddizioni, continua a cercare modi per restituire qualcosa al Paese d’origine. Proprio per questo diventa una figura in cui molti possono riconoscersi e immedesimarsi, perché condivide una storia fatta di distacchi, di passaggi, e di un equilibrio cercato nel tempo.

Lo sport, in Haiti, è da sempre uno dei pochi spazi di riconoscimento nazionale condiviso. Il calcio, soprattutto. Non è un caso che la recente qualificazione della nazionale haitiana ai prossimi Mondiali abbia avuto un impatto emotivo enorme, dentro e fuori dall’isola. In un Paese senza presidente, senza parlamento funzionante, senza sicurezza, quella qualificazione ha rappresentato una rara, fragile, ma reale forma di unità.

Richardson si inserisce in questa stessa traiettoria simbolica.

Appartenere a due mondi

La sua figura parla ai giovani haitiani, e non solo, in modo diretto: non promette soluzioni facili, non nasconde la fatica, non cancella le disuguaglianze. Racconta però che esistono percorsi non lineari, che l’identità non è una gabbia, che si può appartenere a più mondi senza tradirne nessuno.

Questo è un messaggio profondamente politico. In un Paese dove la politica è percepita come assente o distante, corrotta, violenta, lo sport diventa uno dei pochi linguaggi ancora credibili. Non perché sia puro, ma perché è comprensibile, visibile, concreto. Si vince o si perde davanti a tutti. Si cade e ci si rialza sotto gli occhi di tutti.

Oggi molte eccellenze sportive haitiane crescono fuori dal Paese. Anche la nazionale di calcio si è allenata e ha disputato le partite casalinghe negli Stati Uniti. Molte altre figure di rilievo sono espressione della diaspora o di origine haitiana, come la tennista Naomi Osaka, alcune stelle del calcio femminile, dell’Nba e del baseball.

Altre storie sono simili a quelle di Richardson, con uno sforzo personale enorme per costruire e coprire i costi della carriera sportiva. Come lo sciatore fondista Stevenson Savart, esordiente olimpico proprio a Cortina nello sci di fondo con grande attenzione mediatica, adottato in Francia, o lo skater Gasny Pierre Louis, che vive in Cile.

Un’immagine diversa

Tutto ciò non riduce, anzi rafforza, il valore simbolico di queste esperienze: sono storie che tengono vivo un legame, che mostrano possibilità, che offrono a un’intera comunità un’immagine diversa di sé e del proprio futuro.

Haiti non riesce al momento a sviluppare talenti in casa o rendere lo sport accessibile a tutti. Non solo per l’invivibilità e l’instabilità che segnano la vita quotidiana nel Paese, ma anche per la cronica carenza di fondi, infrastrutture e programmi sportivi strutturati. In questo contesto diventa evidente quanto sarebbe decisivo poter investire sul territorio. Le scuole, i centri educativi, le attività sportive di base dovrebbero esistere o resistere nei quartieri di Port-au-Prince e nelle province, perché servirebbero a restituire senso, a costruire immaginari alternativi a quelli delle gang armate, che oggi rappresentano, tragicamente, una delle poche forme di potere organizzato visibile.

In questo senso, il percorso di Richardson non è un’anomalia folkloristica da raccontare con stupore esotico. È una storia che interroga direttamente chi si occupa di cooperazione, di politica internazionale, di solidarietà. Ci chiede se siamo capaci di vedere Haiti non solo come luogo di emergenza permanente, ma come spazio di soggetti, di talenti, di possibilità.

Anche la scelta estetica delle divise olimpiche haitiane va letta così. Non come semplice operazione di immagine, ma come affermazione culturale. Portare sulle piste alpine i colori, i simboli, la pittura naïf haitiana significa dire: esistiamo, siamo qui, non come problema ma come cultura viva. In un mondo che spesso concede visibilità ad Haiti solo quando c’è un terremoto, un uragano o un massacro, questa presenza ha un valore politico enorme.

Bucare la rassegnazione

Naturalmente lo sport non può sostituire la politica. Non può fermare la violenza, ricostruire lo Stato, garantire diritti. Ma può fare una cosa fondamentale: tenere aperta una crepa nell’immaginario della rassegnazione. Può ricordare che Haiti non è solo il luogo dove «tutto va male», ma anche un Paese che continua a produrre senso, bellezza, resistenza.

Scrivere oggi di Richardson Viano, per me, significa questo. Raccontare Haiti dal punto di vista di chi la vive, la ama, la soffre, senza indulgenza e senza pietismo. Significa riconoscere che anche una discesa tra i pali può diventare un atto di dignità collettiva. E che, in un Paese attraversato da una crisi senza fine, ogni gesto che restituisce possibilità di futuro, per quanto fragile, merita di essere preso sul serio.

La storia di Richardson Viano funziona perché non è irraggiungibile: non racconta un’eccezione da ammirare a distanza, ma un percorso fatto di domande, di cadute, di ripartenze. È una storia che può parlare a molti, soprattutto a chi cresce con identità plurime, a chi è stato adottato e a un certo punto sente il bisogno di capire da dove viene, a chi cerca un volto in cui riconoscersi senza sentirsi fuori posto.

Ad Haiti sognavo la neve nasce con questa intenzione: restituire complessità senza togliere umanità. In un tempo in cui Haiti è spesso raccontata solo attraverso la violenza e la perdita, fermarsi su una storia come questa significa scegliere di guardare anche ciò che resiste, ciò che prova a immaginare un futuro, ciò che prima di essere realizzato deve essere sognato. Ed è forse da qui, da questi piccoli segni di possibilità, che può ricominciare un racconto diverso del Paese.

Alessandro Demarchi

Anniversario amaro

Fine mandato per il Consiglio presidenziale, resta il Governo di transizione

Infine è arrivato il 7 febbraio 2026. Data simbolo per Haiti, perché in quel giorno, quarant’anni fa, nel 1986, un sollevamento popolare organizzato cacciò Jean-Claude Duvalier, facendo cadere una sanguinosa dittatura famigliare, iniziata nel 1957. Quest’anno doveva essere la data dell’insediamento del nuovo presidente (l’ultimo eletto, Jovenel Moise, è stato assassinato il 7 luglio 2021), in sostituzione del Consiglio presidenziale di transizione (Cpt). Il Cpt è un organo ideato dal Caricom (Organizzazione degli stati dei Caraibi), riunitosi con Usa, Canada, Francia e Ue a Puerto Rico nel marzo 2024. Riunione su Haiti alla quale, però, non ha partecipato alcuna delegazione haitiana.

Le condizioni per realizzare delle elezioni nel Paese caraibico però non ci sono ancora. Il territorio è frazionato e controllato da bande criminali, armate di tutto punto con equipaggiamenti che arrivano, attraverso vie illegali, dagli Stati Uniti.

Transizione della transizione

Il Cpt, composto da sette membri, che ha svolto dal 25 aprile 2024 il ruolo di presidente, cessa di esistere. La più alta carica dello Stato – ma anche l’unica – diventa, quindi, il primo ministro di transizione, Alix
Didier Fils-Aimé alla guida del Governo, anch’esso di transizione, dall’11 novembre 2024.

Fils-Aimé il 7 febbraio ha fatto un discorso ufficiale, per suggellare il passaggio. Ha promesso la riconquista del territorio, la neutralizzazione delle gang criminali, e la tenuta di elezioni libere. Specificando che lo Stato si impegna a non influenzare la consultazione e a garantire un trattamento egualitario dei candidati. Ha ricordato che la transizione non è completata e continua ad avere come missione il ritorno a una situazione di sicurezza e a un regime democratico.

Per questo, ha continuato, sono mobilitate polizia, Forze armate e la nuova Forza di repressione delle gang (Frg). E, soprattutto, ha fatto appello all’unità della nazione.

Sul terreno, intanto

La realtà sul terreno, però, è catastrofica. Oltre alla quasi totalità della capitale Port-au-Prince, le gang controllano diverse città e comuni dei dipartimenti Ovest, Artibonite e Plateau central, nonché le principali arterie stradali. In questo modo hanno il controllo anche sui trasporti e, quindi, il commercio di una vasta zona del paese.

Secondo l’ultimo rapporto della Binuh (Ufficio delle Nazioni Unite ad Haiti), da gennaio a novembre 2025, sono stati oltre 8.100 gli omicidi causati dai gruppi armati. Anche la pratica del rapimento a scopo di estorsione continua da parte delle gang, e vede una recrudescenza nelle ultime settimane. Secondo il Binuh, durante il 2025 sono 647 i rapimenti ufficialmente censiti.

La «Forza di repressione»

La Frg è un’iniziativa dell’amministrazione Trump. Istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2025 e dichiarata operativa l’ottobre successivo, sarà completamente dispiegata solo entro ottobre 2026. Di fatto, oggi, è ancora inconsistente. Ha sostituto la Missione multinazionale d’appoggio alla sicurezza (Mmas), comandata dal Kenya che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi fissati. La nuova forza scaturisce da un cambio di strategia della comunità internazionale, ovvero non limitarsi all’appoggio alla polizia nazionale, ma combattere le  gang, oltre che messa in sicurezza delle infrastrutture, e operare per la tenuta di elezioni nel Paese. È previsto che arrivi a avere un effettivo di 5.500 militari e 50 civili. Come già la Mmas, anche la Frg non è sotto l’egida dell’Onu, che però ne ha approvato il mandato con un voto al Consiglio di sicurezza il 30 settembre 2025.

Un’operazione offensiva a carattere militare, quindi, non una forza di polizia, abilitata a operare in modo indipendente dalle autorità haitiane. Sarà coordinata da un Ufficio di appoggio per Haiti, basato a Port-au-Prince, che dovrà gestire le questioni logistiche e amministrative.

La Frg sarà in parte finanziata dal fondo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I costi stimati della missione e dell’Ufficio di coordinamento sono circa di un miliardo di dollari all’anno. Fondi, però, ancora da trovare. Come anche i Paesi che parteciperanno con l’invio di truppe.

Un patto teorico?

Sul piano politico, il 21 e 22 febbraio si è tenuta la cerimonia di firma del «Pacte national pour la stabilité et l’organisation des élections» (Patto nazionale per la stabilità e l’organizzazione delle elezioni). Il patto, voluto dal Governo di Fils-Aimé (che lo ha presentato al pubblico il 23 febbraio), è stato firmato da alcuni partiti politici e associazioni della società civile, con il benestare dalla Binuh.

Il suo obiettivo è creare condizioni di stabilità al fine di arrivare alle elezioni. Diverse formazioni politiche, tuttavia, sono contrarie non lo hanno sottoscritto.

Intanto, il 3 marzo, il premier Fils-Aimé ha presentato un nuovo esecutivo, ottenuto con un pesante rimpasto del precedente. Un ennesimo patto, una ulteriore forza militare straniera che non si riesce neppure a dispiegare, miliardi di dollari da trovare. La storia di Haiti pare, quanto mai, drammaticamente ciclica.

Marco Bello

HAITI SU MC

  • • Marco Bello, Lo stato «bandito», giugno 2024.
  • • Simona Carnino, Haiti e Curaçao. La rivincita dei Caraibi, 7 gennaio 2026.
SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Iscriviti alla nostra newsletter