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«Dal primo giorno la mia identità è stata cancellata – ci dice Benham Satah, rifugiato iraniano – mi è stato assegnato un codice, Frt009. Da quel momento in poi non mi hanno mai più chiamato per nome. Ero soltanto un numero».
Così il nostro interlocutore racconta il suo arrivo a Christmas Island nel 2013, il territorio australiano più vicino all’Indonesia, raggiunto dopo cinque giorni di navigazione su una barca condotta da trafficanti.
Aveva lasciato l’Iran pochi mesi prima. Insegnante di inglese e attivista per i diritti del popolo curdo, la sua attività lo aveva esposto a un rischio sempre più concreto. Quando due suoi amici erano stati uccisi per il loro attivismo, Benham aveva capito che fuggire era diventata l’unica opzione.
Da Christmas Island, Benham fu trasferito in uno dei centri di detenzione extraterritoriali australiani: quello di Manus, in Papua Nuova Guinea. Qui ha trascorso – o, come dice lui, ha perso – quattro anni della sua vita. Sebbene oggi il centro non esista più, la sua storia non è da relegare al passato.
L’Unione europea avanza con determinazione nella riforma della normativa sui rimpatri, che prevede la creazione di «centri per il rimpatrio» (return hubs) in Paesi esterni all’Ue. Allo stesso tempo, l’Australia sta riattivando i suoi accordi per il trasferimento dei migranti verso il piccolo stato insulare di Nauru. Due diverse parti del mondo, una stessa logica: l’esternalizzazione dei confini.

Il 19 luglio 2013 il primo ministro laburista Kevin Rudd annunciò una svolta destinata a segnare la politica migratoria del Paese: nessuna persona arrivata in Australia via mare per chiedere asilo avrebbe mai potuto stabilirsi sul territorio nazionale. Benham sarebbe arrivato appena due giorni dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, ritrovandosi intrappolato in questo sistema.
Contestualmente, venne siglato un accordo con la Papua Nuova Guinea, che prevedeva il trasferimento dei richiedenti asilo sull’isola di Manus, in un centro al di fuori dei confini australiani. Il primo accordo con Nauru, invece, fu firmato poche settimane dopo. Nel corso dell’anno successivo, più di 1.500 uomini furono inviati a Manus e quasi 1.600 donne, bambini e famiglie a Nauru.
A settembre dello stesso anno, dopo una campagna elettorale incentrata sullo slogan «stop the boats» (fermiamo le barche), divenne primo ministro Tony Abbott, centrodestra, che proseguì la politica del predecessore. Fin dall’inizio, organizzazioni internazionali espressero forti preoccupazioni per la situazione nei due centri extraterritoriali, riferendosi alla detenzione arbitraria di uomini, donne e bambini in condizioni incompatibili con gli standard internazionali.
Manus e Nauru diventarono gli ingranaggi di un sistema che sposta la responsabilità della protezione internazionale oltre i confini, pur mantenendone il pieno controllo. Attraverso accordi bilaterali con paesi terzi economicamente dipendenti, l’Australia costruì una zona giuridica grigia. Questa ambiguità consentiva al governo di esercitare il controllo delle persone migranti senza assumersene apertamente la responsabilità. All’interno dei campi, la distinzione tra autorità australiane e funzionari locali risultava volutamente confusa. Come racconta Benham Satah: «Non ci dicevano nulla, ci tenevano semplicemente chiusi nei campi».
Sull’isola di Manus, le manette usate durante il trasferimento erano superflue. «Non ne avevamo più bisogno. Eravamo a centinaia di chilometri dalla prima terraferma. Non potevamo scappare da nessuna parte». Il centro di detenzione per richiedenti asilo era collocato all’interno di una base navale australiana, separato dalla popolazione locale. Questa divisione non era solo spaziale, ma costruita e mantenuta tramite paura e disinformazione: «A noi dicevano che i locali erano cannibali, così non avremmo cercato di uscire. Ai locali dicevano che noi eravamo criminali pericolosi. Diffondevano la paura nelle nostre menti». Il risultato era una disumanizzazione reciproca.
All’arrivo, ai richiedenti asilo veniva presentata una scelta apparente: «Ci dissero che saremmo stati processati lì e che, se la domanda di asilo fosse stata accettata, ci saremmo stabiliti in Papua Nuova Guinea. Ma noi volevamo andare in Australia. L’altra opzione era tornare nel nostro Paese tramite i programmi di rimpatrio volontario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim)». Alcuni accettarono una di queste due opzioni, ma per Benham e molti altri nessuna delle due era praticabile.
Il clima di allarme era rafforzato anche attraverso una medicalizzazione della paura. «Ci davano molte pastiglie, anche contro la malaria. Ci dicevano che tutte le zanzare portavano la malaria e che saremmo morti se ci avessero punto», ricorda Benham. Ogni informazione contribuiva a costruire una percezione costante di pericolo.
In questo contesto di logoramento psicologico, la violenza non tardò a manifestarsi in forme sempre più estreme. Fin dai primi giorni «molte persone hanno iniziato a praticare autolesionismo e a togliersi la vita». Un gruppo di medici dell’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati, ndr) che visitò il centro concluse che nove uomini su dieci soffrivano di depressione, ansia o disturbo da stress post traumatico, uno dei tassi più alti mai registrati in una popolazione oggetto di indagine.
La violenza assunse anche una dimensione sistemica, ma delegata alle forze di sicurezza papuane: «Gli australiani ordinavano alle guardie locali di picchiarci e spaventarci, così le mani dell’Australia sarebbero rimaste pulite». Benham assistette anche all’omicidio del suo compagno di cella, Reza Barati. La struttura era sovraffollata ed era sottoposta a una sorveglianza costante: in alcuni momenti si contavano fino a un operatore e mezzo per ogni detenuto.

Nell’aprile 2016, il sistema di detenzione subì una battuta d’arresto. La Corte suprema della Papua Nuova Guinea stabilì che il centro di Manus era incostituzionale, perché violava il diritto alla libertà personale. La risposta delle autorità prevedeva una riorganizzazione dell’istituto: i cancelli del centro furono aperti durante il giorno, furono messi a disposizione autobus per Lorengau, la città principale dell’isola, e fu revocato il divieto di utilizzo dei telefoni.
Per Benham, che era diventato uno dei leader del campo, quella sentenza non rappresentò una liberazione. Uscire dal campo significava esporsi a nuove forme di pericolo. «Ci dicevano che eravamo liberi di muoverci», racconta, «ma non eravamo al sicuro. A Lorengau venivamo aggrediti, derubati. Vivevamo in una paura costante».
Nel giugno dello stesso anno, il governo australiano accettò di pagare un risarcimento di circa 43 milioni di euro a quasi 1.900 uomini che avevano intentato una causa collettiva per il trattamento subito a Manus. È il più grande risarcimento per violazioni dei diritti umani nella storia dell’Australia. Ma, anche questa volta, la riparazione economica non coincise con l’accertamento pubblico delle responsabilità. La causa si chiuse senza un processo e senza la piena emersione delle prove.
Nel 2017, il Governo australiano decise di chiudere definitivamente il centro di Manus. Nell’aprile di quell’anno, agli uomini fu ordinato di andarsene entro il 31 ottobre. Nessun piano fu presentato su dove sarebbero stati trasferiti né quale sarebbe stato il loro futuro giuridico. Nei giorni successivi, le autorità iniziarono a interrompere l’accesso ai servizi essenziali. Il 31 luglio furono tagliate l’acqua e l’elettricità in parte della struttura, anche se i detenuti riuscirono a ripristinarle.
In quei giorni, Benham come uno dei leader del gruppo, convocò gli uomini per chiarire il senso della loro resistenza. «Vogliono rendere la situazione sempre più difficile per costringere le persone ad andare a vivere fuori», disse loro. «Ma nessuno qui vuole vivere a Lorengau o in qualsiasi altro posto in Papua Nuova Guinea». Poi aggiunse parole che sintetizzavano l’intera esperienza di Manus: «Non si tratta di acqua, non si tratta di cibo, non si tratta di elettricità. Il nostro problema è la libertà. Vogliamo essere liberi da qui».
Il centro fu ufficialmente chiuso, ma decine di persone rifiutarono di andarsene: lasciare il centro non significava essere liberi, ma restare intrappolati in Papua Nuova Guinea.
Il 23 novembre 2017, dopo tre settimane dalla chiusura, arrivarono la polizia, la marina e gli agenti dell’immigrazione locali. L’ordine era sgomberare il campo con la forza. Il giorno successivo, il centro fu definitivamente svuotato. La vicenda di Manus si chiuse così: il campo scomparve, le prove si dispersero, le persone rimasero intrappolate in un limbo. Un modello che, oggi, rischia di riemergere altrove con altri nomi.

Nell’agosto 2025, Nauru, l’altro pilastro del sistema australiano di detenzione extraterritoriale insieme a Manus, è tornato al centro della scena. Canberra ha infatti siglato un nuovo accordo con il piccolo stato insulare per il reinsediamento di persone che «non hanno alcun diritto legale di rimanere in Australia». L’intesa prevede il trasferimento fino a 354 persone in cambio di un pagamento complessivo che potrebbe arrivare a circa 1,48 miliardi di euro in trent’anni. Nauru, con poco più di 12mila abitanti e una superficie di appena 21 chilometri quadrati (poco più di Lampedusa, ndr), viene nuovamente trasformata in una terra funzionale alle esigenze migratorie australiane.
Il Governo locale ha definito l’accordo un’opportunità per rafforzare la propria «resilienza economica», mentre organizzazioni per i diritti umani lo hanno descritto come «discriminatorio, pericoloso e vergognoso».
Quando Benham Satah ripensa agli anni trascorsi tra Manus prima e le carceri della Papua Nuova Guinea poi, non parla solo della violenza, ma anche del suo grande senso di responsabilità: «Ogni giorno ero coinvolto nella vita di tutti. Facevo l’interprete, insegnavo inglese, aiutavo gli altri con i documenti. Mi tenevo occupato con i problemi dei compagni per dimenticare il mio dolore». Dopo anni di detenzione, arresti e trasferimenti forzati, grazie all’Unhcr è riuscito finalmente a lasciare la Papua Nuova Guinea. La Francia gli ha concesso protezione e un biglietto di sola andata. «Ora sono libero», dice.
La storia di Manus Island non appartiene al passato. Dimostra che è possibile creare spazi di sospensione del diritto, nel quale la violenza e le responsabilità sono esternalizzate. Oggi, mentre l’Unione europea discute l’introduzione di “return hubs” al di fuori dei propri confini, per istituire in Paesi terzi strutture in cui trasferire i destinatari di un provvedimento di rimpatrio per proseguire da lì la procedura, riaffiora la stessa logica di delega. Sebbene tali accordi siano formalmente subordinati al rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento, il rischio è quello di creare nuovi spazi di detenzione e limbo giuridico, favorendo respingimenti a catena e una diluizione delle responsabilità statali. In questo senso, Manus e Nauru non tornano alla mente come eccezioni, ma come pericolosi precedenti.
Eva Castelletti