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Carissimi, da diverso tempo ricevo e leggo molto volentieri la vostra rivista MC e desidero complimentarmi per la ricchezza dei contenuti che allargano il cuore ed arricchiscono l’anima! Continuate così!
Luigia Arnaboldi
04/06/2025
Spettabile direzione,
premetto che per interesse culturale e per lavoro ho viaggiato nell’East Africa, in Medio Oriente e in Sud America, per decenni sempre da solo, adattandomi ai trasporti e soggiorni locali. Negli anni Settanta in Kenya mi chiesero quale fosse la mia opinione di viaggiatore solitario. Risposi con una frase che vale forse oggi più di allora, dissi: «Mi vergogno di avere la pelle bianca». Questa, in sintesi, per quello che ho visto e così ho sempre vissuto: fuori sono di pelle bianca, dentro multirazziale.
Oggi sarebbe impossibile fare gli stessi viaggi da solo senza problemi. Quella che era una comprensione primitiva, semplice e sincera non esiste più perché il mondo si è evoluto in peggio in ogni senso.
Oggi, a Nairobi, anche fare circa un chilometro a piedi dall’albergo per arrivare alla chiesa della Consolata in Westlands è sconsigliabile perché troppo pericoloso.
Faccio questa premessa perché non sono uno sprovveduto, ma ho visto molti dei paesi in cui operano missionari e missionarie, e ho constatato, ad esempio, l’enorme dedizione e persecuzioni vissute dai Comboniani in Sudan.
Vengo oggi per esprimere il mio grande apprezzamento alla redazione per l’alto livello di trasparenza di MC. Non ho molto tempo per leggere e così condivido la copia che ricevo nell’ospedalino che esiste qui a San Giulio d’Orta, così anziani e ricoverati imparano a conoscere un po’ altri mondi e altri popoli.
Ieri leggevo il numero di giugno e ancora una volta mi ha fatto specie l’esattezza degli articoli che rispecchiano in parole chiare la realtà dell’Ecuador, diventato preda delle bande della droga come la Colombia. L’articolo è perfetto e molto educativo.
La vostra rivista è educativa almeno quanto la Bibbia, anzi di più, perché parla del presente e del sacrificio missionario con le sofferenze in buona parte dovute all’assenza di civismo e cultura da parte di chi va al potere, alla sete di denaro, ecc.
Adesso ogni limite è stato superato. Basti leggere il non livello morale di chi comanda in Usa, il livello criminale in Russia e poi, per finire, alla violenza e ignoranza di parte dei discendenti di quelli che hanno condannato Gesu Cristo. È il vergognoso quanto vigliacco comportamento della minoranza ultra ortodossa, che pagherà un prezzo alto visto che l’olocausto ha insegnato il rispetto per la persona umana e non la mattanza di decine di migliaia di innocenti
Grazie per quello che scrivete. Spero che Gesù Cristo si ricordi della vostra rivista che cerca di educare una popolazione sempre più primitiva, e atea per di più.
Cordiali saluti
Giorgio Biancardi
16/06/2025
Caro signor Giorgio,
non sono sicuro che ci meritiamo così tanti elogi. Ma grazie di cuore, ci incoraggiano a continuare sulla strada del servizio alla verità e, soprattutto, del dare voce a chi voce non ha: gli ultimi della storia, le periferie, i poveri, gli esuli, i rifugiati, i migranti per scelta ma soprattutto per forza, i popoli indigeni, ma anche al nostro pianeta bistrattato, sfruttato, inquinato.Scrivo questo commento pensando che il Vangelo del giorno in cui scrivo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,42). Parole che Luca ha reso ancora più concrete scrivendo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).
Per moltissimi cristiani questo è davvero l’impegno per cui pagano di persona. Basta pensare ai milioni che vivono in condizioni di continua persecuzione diretta o indiretta.
Penso a Floribert Bwana Chui, ucciso il 13 giugno 1981 a Goma, nell’Est dell’Rd Congo e dichiarato beato il 15 giugno scorso. Mi riempie di gioia il pensare che il «Signore Leopardo» (questo è il significato di Bwana Chui) si sia offerto invece come un agello.
E come non ricordare suor Leonella Sgorbati, ora beata, che, mentre la uccidevano a Mogadiscio nel settembre 2006, continuava a ripetere «Perdono, perdono»?
Tutto questo è anche un invito alla speranza, perché nonostante sembrino prevalere atteggiamenti predatori, la logica di guerra e il guadagno a tutti i costi, in realtà ci sono tantissime persone che lottano per un mondo di amore, pace e giustizia, spesso a un prezzo molto alto.
E questo è un grande incoraggiamento a non mollare e a continuare con cuore grande il nostro «pellegrinaggio di speranza».
Il nostro desiderio è quello di mettere l’uomo al centro. E cercare la verità, alla luce di Colui che è «via, verità e vita».
Per questo di questi tempi siamo profondamente rattristati dal disprezzo della vita umana dimostrato da noti potenti della terra, ed esibito senza ritegno sia da chi comanda in Israele che da Hamas, sia da altri fondamentalisti in molti luoghi del mondo.

Gentilissimo padre Gigi,
sono Laura, sorella di padre Franco Cellana. Approfitto della tua cortese disponibilità.
La nostra famiglia era grande, papà, mamma e 12 figli, una zia sorella della mamma. I nostri genitori erano meravigliosi, severi quando serviva ma anche accomodanti. La zia aiutava molto la mamma.
Durante la gravidanza di Franco la mamma aveva fatto un voto al Padre Eterno: «Ti prego fa che mio marito torni dalla guerra e ti prometto che anche se verranno 10-12 figli non mi lamenterò mai», e così il primo ottobre 1942 è nato Franco, un settimino. Ne sono poi arrivati altri otto e Franco, nascendo, ha salvato il papà dalla guerra con l’aiuto del cielo, perché papà Giulio era militare e doveva tornare in Libia, ma esisteva una clausola: con il quarto figlio scattava l’esonero.
Papà Giulio chiamava Franco «piccirillo» per la sua compostezza e prontezza ai richiami. Prima di andare a dormire gli diceva: «Domani, giorno di vacanza, vai al pascolo con le capre (erano due) ed al ritorno metti a posto la legna, mi raccomando!». Il giorno dopo al rientro dal lavoro e alla domanda se vi avesse provveduto, la risposta era: «No, mi sono dimenticato»! E così anche nei giorni successivi. Ricordo che papà fingeva di picchiarlo facendogli presentare entrambe le mani, ma seguivano solo carezze in quanto «lui era il piccirillo»!
Abitando a Tiarno di Sopra, vicino a Trento, agli inizi degli anni 48/50 abbiamo conosciuto i Missionari della Consolata della casa di Rovereto attraverso due fratelli missionari, i padri Giuseppe e Giulio Parisi, trentini anche loro. Frequentavano spesso casa nostra e mamma e papà li fermavano anche a pranzo o cena e a noi ragazzi piaceva ascoltare i loro racconti di tante cose a noi sconosciute; erano simpatici e anche scherzosi. Così due dei miei fratelli, il maggiore ed il secondogenito, sono partiti per l’istituto di Rovereto. Il più grande è tornato a casa, ma andava bene anche per i nostri genitori perché, se non si trovavano bene, era meglio che ritornassero in famiglia.

Nel 1953 anche Franco decide di andare a fare il missionario. Un giorno tornando da scuola mi dice: «Voglio diventare missionario e andare in Africa», e io di rimando «ma non sai nemmeno dov’è!». Lui non replica, ma giunti a casa prende il sussidiario e mi dice «ecco qua!».
E io «ci vai a piedi o in bici?»
E così nel 1953 parte anche lui, mentre in famiglia manca la forza lavoro (tutti i fratelli sono studenti!). Franco inizia il suo percorso in seminario a Rovereto, è molto diligente, impegnato nello studio, interessato al gioco del calcio e si disimpegna bene col pallone. I primi mesi ho sentito molto la mancanza di quel fratellone cui ero particolarmente affezionata e chiedevo spesso a mamma Teresa quando sarebbe tornato; e lei, molto religiosa: «Se quella è la sua strada ben venga».
Completa gli studi teologici a Madrid, dove è ordinato nel 1967. In Spagna rimane fino al 1977 come animatore missionario e nel 1978 arriva il giorno che ci annuncia la sua destinazione: l’Africa, in Tanzania, il suo sogno da ragazzo!
Ricordandogli i nostri discorsi del 1953, scherzosamente gli ho detto: «Se ti serve la bicicletta c’è quella di papà»! Era felicissimo e tutti noi per lui. Ricordo il suo primo ritorno dalla Tanzania, una gioia immensa per tutti: mamma, papà, zia Romana, fratelli, sorelle e i nipotini, divenuti man mano già numerosi, e paesani e amici d’infanzia.

La strada che lui ha intrapreso l’ha percorsa con tanto amore per il prossimo. Ci raccontava la miseria e la povertà di quelle genti che avevano poco o nulla da mangiare, ma con un sorriso che ti prendeva il cuore come pure quello dei loro piccoli. La sua prima visita dall’Africa fu una grande festa per tutti noi parenti. Anche i paesani venivano a salutarlo e lui, sempre disponibile, parlava con tutti. Aveva proprio lo spirito missionario, pronto per una parola di conforto e di coinvolgimento anche per i ragazzi.
Un giorno, all’improvviso, viene a mancare papà Giulio, l’8 agosto 1986. Franco torna dall’Africa per il funerale, rimane poco e quando riparte porta con sé in Tanzania mamma Teresa, abbastanza titubante, seppur felice di questa avventura. Laggiù rivede baba Camillo Calliari, un caro confratello, anche lui trentino, che li accompagna per le missioni. Tiene anche un piccolo diario che al ritorno farà copia per tutti noi. Dopo due anni, viene a mancare anche mamma Teresa e a seguire pure zia Romana che era vissuta sempre nella nostra numerosa famiglia.

Nel 1991 lo chiamano come direttore del centro di animazione a Torino, ma nel 1993 viene eletto consigliere generale dei missionari e si trasferisce a Roma. Poi nel 2000 lo mandano in Kenya, prima parroco al Consolata shrine a Nairobi, poi superiore regionale e infine parroco a Wamba, nel Samburu.
All’inizio del 2014 Franco ritorna in Italia dal Kenya per degli accertamenti presso il Centro tumori di Milano. Aveva una grande speranza di poter tornare fra la sua gente e di rimanervi. Purtroppo, il male se l’è portato via il 15 settembre 2014, tornando alla casa del Padre e lasciando un grande vuoto in tutti noi, parenti, amici, benefattori. L’urna è stata portata a Wamba nel 2016, dove riposa nella missione in cui ha prestato il suo ultimo servizio.
Grazie caro fratello per tutto quello che hai donato a chi ne aveva bisogno; noi continueremo a seguire il tuo esempio e riposa in pace nella tua Africa.
A voi tutti, cari Missionari, un grazie per la serenità che donate, la saggezza, l’amore e la costanza con cui operate.
Un grazie a tutti gli amici e benefattori che hanno aiutato e voluto bene a Franco.
Laura Cellana
06/06/2025
