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Boumalne Dadès. Arriviamo da Est nella cittadina dell’Alto Atlante, nel Marocco centrale, percorrendo la larga N10. Svoltiamo verso Nord imboccando la più stretta R704. Lentamente, la strada inizia a salire con curve che seguono i fianchi rocciosi della montagna.
Alzando lo sguardo, i nostri occhi sono intrappolati da un tripudio di rocce rosse, talmente alte da formare una barriera che quasi nasconde il cielo azzurro. Se, invece, ci rivolgiamo verso il fondo della valle, veniamo rapiti da un susseguirsi di oasi, costellate di alberi verdi, corsi d’acqua e campi coltivati.
Il contrasto profondo che ci circonda è spettacolare. Non a caso, il luogo che stiamo attraversando, le Gole del Dadès, è annoverato tra i più belli del Marocco. Una tappa spesso imprescindibile per molti dei turisti che affollano le vie e i souk – i mercati tipici – di Marrakech e Fès.
Man mano che ci inoltriamo nel fondo della valle, la folla si dirada. A Tamellalt (una delle località più turistiche delle Gole), ci lasciamo alle spalle il grosso dei pulmini e dei visitatori. Molti, infatti, non oltrepassano la Montagne des doigts de singe (rocce che per la loro conformazione particolare ricordano le dita di una scimmia).
Noi invece proseguiamo e, qualche chilometro più avanti, incontriamo Mohamed. Esile e non tanto alto, scende velocemente da uno scooter e ci raggiunge con passo deciso. È un ragazzo del luogo che ci accompagnerà nell’esplorazione di una piccola porzione delle Gole del Dadès. Per qualche minuto, percorriamo a piedi il bordo della strada asfaltata. Poi, imbocchiamo uno sterrato che scende di qualche decina di metri, portandoci sul fondo della vallata. Pian piano, il paesaggio roccioso si trasforma in un’oasi verde.
Incontriamo una donna intenta a lavorare nei campi e alcune bambine che ci sorridono. Risaliamo dall’altra parte delle Gole e ci imbattiamo in qualche casa. Siamo arrivati a Imzzoudar, il villaggio di Mohamed.
Di un rosso cupo, le abitazioni si confondono con le montagne tutt’intorno. «I muri di mattoni – spiega Mohamed – sono ricoperti di un miscuglio di sterco, fango ed erba, un ottimo isolante, sia d’estate che d’inverno».
Il silenzio è rotto solo dal vociare allegro delle bambine. Sebbene il punto più panoramico delle Gole del Dadès sia qualche chilometro più avanti – quando la strada si inerpica decisa su per la montagna con stretti tornanti – siamo ormai fuori dalle rotte turistiche tradizionali. La maggior parte della gente non si avventura fuori dalla strada principale.

«Il nostro villaggio è povero. Viviamo soprattutto di agricoltura di sussistenza». Mohamed indica la donna nei campi. «Qualcuno riesce a sfruttare il turismo, aprendo delle strutture ricettive lungo la R704 o facendo da guida ai viaggiatori che vogliono visitare le Gole del Dadès».
«La strada asfaltata qui non arriva. Però, abbiamo una scuola» continua Mohamed. Con orgoglio, aggiunge: «E ovviamente c’è anche una kasbah». D’altronde, siamo nella «Valle delle fortezze». È un territorio che comprende diverse vallate e si estende per centinaia di chilometri, tra la città di Ouarzazate (a circa 200 chilometri a Sud Est di Marrakech) ed Errachidia (nei pressi del deserto).
Lo sguardo di chi attraversa questa regione è catturato dal continuo susseguirsi di ksar, antiche cittadelle fortificate, e kasbah, edifici signorili con funzione difensiva. Generalmente costruite con la tecnica del pisé (terra battuta e fango compressi e mescolati con altri materiali come paglia e piccoli ciottoli), queste strutture formano un tutt’uno con l’ambiente desertico e montagnoso circostante.
In epoca precoloniale, la Valle delle fortezze era strategica. Si trovava lungo le rotte commerciali transahariane percorse dalle carovane di mercanti che vendevano oro, schiavi e spezie. Spesso, i commercianti, pagando una tassa, trovavano ristoro in questi luoghi fortificati, dove la sicurezza delle loro merci era garantita. Nell’area, quindi, era fiorita una nobiltà locale in grado di costruire edifici sempre più imponenti, spesso decorati con motivi geometrici.

Per raggiungere la kasbah di Imzzoudar, percorriamo una strada sterrata che fiancheggia affascinanti sculture rocciose.
L’edificio è imponente, anche se abbandonato da tempo (a differenza di altri ksar e kasbah, a Imzzoudar non c’è stata un’opera di restauro). Oggi, lo spiazzo di fronte alla struttura è diventato un campetto da calcio dove – tra sassi e polvere – i bambini del villaggio si divertono nel tempo libero.
Mentre ci racconta della funzione difensiva della kasbah, Mohamed ci fa fare il giro dell’edificio. Le mura, ornate di torri, sono alte e solide, leggermente inclinate verso l’interno. Le finestre, rare e strette, ci ricordano la funzione difensiva della struttura.
Saliamo su alcune rovine e osserviamo la valle all’imbrunire, mentre il sole scende dietro le montagne.
Le kasbah, i ksar, le decorazioni geometriche di cui sono costellati e le tecniche costruttive, sono tutti elementi tipici dell’architettura berbera, e narrano la storia e le vicende tribolate degli abitanti originari del Marocco e di buona parte del Maghreb (dall’arabo «al-Maghrib», «luogo dove tramonta il sole»), non a caso chiamato anche «Barberìa» («Paese dei Berberi»).
È proprio dei Berberi, la sua gente, e delle loro condizioni di vita, che Mohamed ci parla, mentre torniamo giù nelle Gole. Anche se, piuttosto che «berbero» – termine derivante dal romano «barbarus» (a indicare chi non parlava greco o romano e quindi era considerato incolto) e dall’arabo «al-barbar» (usato dai geografi per i popoli del Maghreb) – Mohamed preferisce definirsi «Amazigh». Una parola che significa «uomo libero» in lingua tamazight, il dialetto berbero diffuso ancora oggi nell’Alto e Medio Atlante.
Definendosi amazigh, i berberi rivendicano un tratto distintivo della loro storia: l’avere continuato a difendere la propria identità, anche quando le terre su cui hanno sempre vissuto erano controllate da stranieri intenzionati a eliminare qualsiasi forma di diversità culturale e linguistica.
Furono soprattutto gli arabi (arrivati nel Maghreb tra il 600 e il 700 d.C.) a costringere i Berberi a convertirsi all’islam (abbandonando il cristianesimo e altre fedi tradizionali considerate eretiche) e a utilizzare l’arabo come lingua ufficiale. Un’imposizione forzata che continuò, a fasi alterne, nei secoli successivi per consolidarsi a partire dal 1956, quando il Marocco raggiunse l’indipendenza dalla Francia.
Il primo obiettivo dell’élite arabofona che aveva guidato il Marocco all’indipendenza fu la creazione di uno Stato nazione, in grado di lasciarsi rapidamente alle spalle l’esperienza coloniale.
Nell’intento di eliminare qualsiasi segno del dominio europeo, la lingua e la cultura araba furono individuate come elementi distintivi e unitari del nuovo Marocco. L’esistenza di altre identità – a partire da quella berbera – fu negata, e la pluralità linguistica e culturale del Paese fu rifiutata. Il processo di «arabizzazione» fu imposto nel tentativo di creare uno Stato fondato su due pilastri: la religione islamica e la lingua araba.
I nomi delle città, quando rievocavano una tradizione berbera, furono arabizzati. Nell’insegnamento della storia a scuola, venne rimosso qualsiasi riferimento ai Berberi in quanto abitanti originari del Paese. La lingua araba divenne l’unica ammessa nell’amministrazione e nell’istruzione, nonostante la maggioranza della popolazione parlasse dialetti berberi (usati ancora oggi da circa 20 dei 38 milioni di abitanti del Marocco). L’anno dell’indipendenza, la cattedra di lingua e letteratura berbera all’Università di Rabat fu abolita. L’uso dei dialetti berberi – di origine camitica e con un proprio alfabeto, il tifinagh – nei luoghi pubblici e nei mezzi di informazione era praticamente impossibile, se non addirittura – in alcune fasi storiche – proibito. Così, coloro che non conoscevano l’arabo si trovarono tagliati fuori dai servizi pubblici di base con un impatto drammatico sulla qualità della vita. Nel 1996, addirittura, una legge vietò ai genitori di dare nomi berberi ai figli.
Per decenni, lo Stato marocchino non tollerò alcuna diversità, né sul piano dell’identità, né dal punto di vista linguistico-culturale. Gli intellettuali e gli attivisti che rivendicavano e difendevano l’identità berbera – chiedendone il riconoscimento come elemento fondante della nazione marocchina – erano sistematicamente arrestati o posti sotto sorveglianza.
Chi invece decideva di rinunciare all’identità berbera, conformandosi a quella araba, riusciva a raggiungere posizioni importanti nell’amministrazione pubblica o in politica. Ma erano pochi. La maggioranza dei berberi – circa il 60% della popolazione marocchina a inizio anni Duemila – rimase confinata nelle regioni più povere, dove i servizi pubblici e gli investimenti statali scarseggiavano, collocandosi sempre più ai margini della società.

Nel 2011, la nuova Costituzione, frutto delle rivendicazioni della Primavera araba (nella quale i movimenti berberi ebbero un ruolo cruciale), riconobbe per la prima volta la multiculturalità dello Stato. Tra gli elementi fondanti del Marocco furono incluse anche la lingua e la cultura berbera. Furono previsti l’insegnamento del berbero nelle scuole e tutele maggiori per le tradizioni e le usanze di questo popolo.
Sulla carta, il Marocco non era più solo arabo e islamico. Ma Mohamed ci mette subito in guardia: il riconoscimento dell’identità berbera come elemento costitutivo della nazione marocchina, oggi, è ancora ben lontano dall’essere realizzato. E per spiegarci cosa intende, ci parla di sé.
«Io e la mia famiglia coltiviamo un campo e sopravviviamo principalmente grazie a quello che raccogliamo. Quando capita, accompagno i turisti a fare un giro nelle Gole del Dadès». Per una passeggiata di un paio d’ore nella valle chiede 100 dirham (la moneta marocchina, corrispondente a circa 10 euro).
Eppure Mohamed parla berbero, arabo, francese e inglese. Oltre a sapere un po’ di spagnolo, cinese e tedesco. Ma non vede altro futuro per sé se non restare a Imzzoudar, coltivare e condurre qualche visita guidata ogni tanto. «Anche se decidessi di andare a fare la guida a Marrakech (dove in media la retribuzione per una visita di tre ore si aggira sui 500 dirham (50 euro, ndr), farei molta fatica a trovare lavoro perché sono berbero».
Le discriminazioni, infatti, persistono. Nelle maggiori città del Paese, i lavori più redditizi e di prestigio restano nelle mani degli arabi. Le regioni a maggioranza berbera sono prevalentemente rurali e si reggono su agricoltura e turismo. Le ricchezze del sottosuolo sono sfruttate dalle multinazionali straniere, con un impatto disastroso sull’ambiente circostante e sulla salute della popolazione locale.
In molti casi, questi territori mancano dei servizi pubblici essenziali. Nella regione settentrionale del Rif (regione montuosa e boschiva nel Nord del Marocco), ad esempio, l’analfabetismo riguarda metà della popolazione sopra i 15 anni (nel resto del Paese si ferma al 37%). Mentre il tasso di disoccupazione supera la media nazionale del 20% e il lavoro informale è, per molti, fonte primaria di reddito.
Sulle montagne dell’Atlante, le strutture sanitarie si contano sulle dita di una mano e sono situate a grandi distanze le une dalle altre. La maggioranza dei villaggi amazigh non è collegata alle reti elettrica e idrica nazionale.
Chi rivendica maggiori diritti e tutele rischia la repressione. Nel 2016, ad esempio, nel Rif, gli attivisti del movimento Hirak – che chiedevano giustizia sociale, diritti economici e rispetto per l’identità berbera – sono stati inibiti dalla polizia. I leader sono stati arrestati in modo arbitrario e sottoposti a processi poco trasparenti.
Perciò, ancora oggi, ci sono Berberi che, per sfuggire a questa situazione di povertà e marginalizzazione, decidono di rinunciare alla propria identità. Ma Mohamed non lo farebbe mai: «Il fatto che sono berbero non è scritto da nessuna parte. Quindi, se volessi, potrei dire che sono arabo. Ma se lo facessi, tradirei la mia gente e rinnegherei la mia identità».
Per lui, l’appartenenza al suo popolo è più forte di tutto. E, nonostante le costrizioni e le limitazioni che ancora oggi caratterizzano il sistema sociopolitico marocchino, Mohamed dentro di sé continua a sentirsi un amazigh, un «uomo libero».
Aurora Guainazzi

Abitata prevalentemente da Berberi, la regione settentrionale del Rif ha una lunga tradizione di lotta per la difesa della propria identità.
Già nel 1921, i suoi abitanti inflissero alle truppe coloniali spagnole – che volevano estendere il proprio controllo sull’area – una delle peggiori sconfitte per gli europei in Africa. Dopo la nascita del Marocco nel 1956, invece, il tentativo del Rif di rivendicare la propria indipendenza, tra il 1957 e il 1958, fu represso nel sangue dall’esercito di Rabat. Da quel momento, la regione è stata marginalizzata economicamente, politicamente e culturalmente, temendo, il governo, soprattutto il forte sentimento identitario berbero.
Nel 2016 però – dopo la morte di Mouhcine Fikri, un venditore di pesce, per mano della polizia – il malcontento dei rifiani è esploso. A catalizzarlo è stato il movimento Hirak che, a forte trazione berbera, tra le altre cose, chiedeva di rispettare e preservare l’identità e la lingua berbera, rilasciare i prigionieri politici e costruire infrastrutture essenziali (come un ospedale oncologico, un’università e industrie per la lavorazione del pesce), coinvolgendo gli abitanti della regione nella loro pianificazione.
Inizialmente, le manifestazioni – organizzate sui social media – sono state pacifiche. Poi però, quando è iniziata la repressione della polizia, gli attivisti hanno risposto con la guerriglia. Il leader dell’Hirak, Nasse Zefzafi, noto per le sue proteste pacifiche, è stato arrestato nel maggio 2017. Accusato di sedizione e cospirazione è stato condannato a vent’anni di carcere. Le Nazioni Unite e Amnesty International considerano il suo arresto arbitrario. Anche diversi giornalisti indipendenti sono stati costretti a cessare il proprio lavoro di copertura delle proteste.
Oggi, il movimento Hirak sopravvive tra la diaspora berbera in Francia e Belgio. Mentre la marginalizzazione politica, economica e culturale dei territori berberi continua.
A.G.
