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Un sistema che sancisce le regole di convivenza tra Stati, e imposta i meccanismi giuridici per farli rispettare, comprese le sanzioni e gli interventi del Consiglio di sicurezza.
In questo panorama, la Corte penale internazionale giudica i responsabili di crimini contro l’umanità.
Se questa è la teoria, la pratica è molto diversa, soprattutto di questi tempi.
La Russia ha occupato e annesso la Crimea già nel 2014. Nel 2022 ha invaso l’Ucraina, costretta a difendersi in una guerra nella quale le violazioni sono quotidiane.
Israele ha risposto in modo sproporzionato contro l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, rivalendosi in grande parte sulla popolazione civile, violando ripetutamente il diritto umanitario, come ha verificato l’Onu e le Ong presenti sul posto.
Il Rwanda ha occupato l’Est della Repubblica democratica del Congo, sebbene in parte sotto le mentite spoglie del gruppo «ribelle» M23, da Kigali finanziato ed equipaggiato.
È dei giorni in cui scriviamo l’attacco «preventivo» di Israele – che possiede l’esercito più forte del Medio Oriente – e degli Usa all’Iran. Un attacco illegale, in quanto non costituisce un’operazione di difesa, dicono gli esperti di diritto internazionale. Perché in aperta violazione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta, che recita: «I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite».
Eppure, la propaganda israeliana, accompagnata in modo strumentale da motivazioni storiche, hanno indotto alcuni Paesi fondatori delle Nazioni Unite (Usa, Francia, Germania e Australia) a sostenere che si tratta di autodifesa.
Abbiamo assistito anche al cambio di paradigma dell’assistenza umanitaria. Questa si basa sui due pilastri di «indipendenza» e «neutralità»: la Gaza humanitarian foundation, espressione dei governi di Usa e Israele, non ha queste caratteristiche. Inoltre, la sua azione di aiuto presenta molte ambiguità ed è stata, in realtà, una trappola mortale per le persone che sarebbero dovute essere le destinatarie dell’intervento umanitario.
Poi c’è la violenza dei toni e delle parole, anche queste in contraddizione al diritto umanitario. In particolare, quelle del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che, fin dai primi giorni della sua presidenza, ha minacciato possibili annessioni di Canada, Panama e Groenlandia. Parole ripetute varie volte, alle quali, ci auguriamo, non seguiranno i fatti.
Nel mondo che si sta disegnando in questi mesi, saltato il sistema del diritto internazionale e del diritto umanitario, sembra prevalere la legge del più forte, di chi ha il migliore esercito, spende di più in armamenti, e magari possiede la bomba atomica. I Paesi meno ricchi e meno armati (la maggioranza) e la popolazione civile dell’intero pianeta non potranno che subire.
Papa Leone, durante l’udienza giubilare di sabato 14 giugno ha detto: «In un momento così delicato, desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero […]. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. È dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace, avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti».
Se i governi degli Stati che, nel 1945, hanno disegnato il sistema del diritto internazionale oggi lo ignorano, l’ultima speranza resta nella società civile mondiale, che riesca, in qualche modo (anche elettorale), a riportare il pianeta in acque meno turbolente.
Marco Bello

