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Il massacro più veloce della storia umana avvenne il 6 agosto del 1945 in Giappone.
Quel giorno, alle 8,15 del mattino, gli Usa colpirono Hiroshima con una bomba atomica uccidendo sul colpo tra le 70 e le 80mila persone. Gran parte della città fu rasa al suolo.
Il secondo avvenne tre giorni dopo a Nagasaki, dove gli Usa sterminarono, con una seconda bomba, altre 40mila persone.
Benché sia impossibile avere una contabilità certa delle conseguenze di quegli attacchi, è chiaro che mai era avvenuta una strage di massa così imponente in un tempo così breve, in una modalità così indiscriminata e devastante anche per le infrastrutture e l’ambiente naturale.
Altre decine di migliaia di persone morirono nelle settimane successive per le conseguenze dirette dell’esplosione e degli incendi e distruzioni provocate dalle bombe. Si parla di circa 140mila totali per Hiroshima entro la fine del 1945, e di circa 70mila per Nagasaki.
Complessivamente 210mila persone con due sole bombe in due città che contavano, insieme, circa 600mila abitanti.
Basterebbero questi dati, senza elencare le conseguenze che ancora oggi, a distanza di 80 anni, pesano sulla vita di molti, per rendere evidente quanto il bando delle armi nucleari dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità della comunità internazionale.
Eppure, oggi, le voci che si alzano contro la proliferazione delle armi atomiche, pur essendo molte, sono quasi sempre della sola società civile. E ottengono poco ascolto e poca risonanza. Tanto che nel 2024, le nove potenze nucleari mondiali – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – hanno continuato indisturbate a modernizzare i propri arsenali.
Secondo gli ultimi dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), all’inizio del 2025 erano presenti nel mondo circa 12.241 testate nucleari, delle quali 9.614 in scorte militari pronte all’uso. Di queste, 3.912 risultano schierate su missili o aeromobili, con circa 2.100 mantenute in stato di allerta operativa elevata, prevalentemente da Stati Uniti e Russia.
Il centro di ricerca svedese sottolinea che tutti i Paesi dotati di armi nucleari stanno investendo in programmi di ammodernamento, che vanno ben oltre il semplice mantenimento degli arsenali.
Questo, a partire da Usa e Russia che detengono insieme quasi il 90% delle testate nucleari mondiali. E dalla Cina che ha accelerato la propria espansione, passando da 500 a circa 600 testate in un solo anno.
A 80 anni da dalla prima bomba atomica usata contro l’umanità, il Sipri sottolinea che la riduzione del numero di testate a livello globale (da 12.405 nel 2024 a 12.241 nel 2025) è dovuta al lento smantellamento di quelle obsolete da parte di Usa e Russia, e non al disarmo. La tendenza generale è, invece, di crescita e potenziamento.
Per gli analisti del Sipri, la mancanza di nuovi trattati di controllo e la crescente opacità delle dottrine nucleari dei Paesi detentori delle armi atomiche, alimentano l’instabilità geopolitica, rendendo, seppur involontariamente, più vicino il rischio di conflitto nucleare.
Tra le voci che si alzano per domandare maggiore responsabilità ai governanti del mondo, quella della Conferenza episcopale giapponese (Ceg) è particolarmente significativa.
In vista della ricorrenza degli 80 anni dai due massacri di Hiroshima e Nagasaki, i vescovi del Paese hanno firmato una dichiarazione per domandare l’abolizione delle delle armi atomiche: «[…] noi vescovi della Conferenza episcopale giapponese, l’unico Paese a essere stato vittima di un bombardamento atomico, […] con questa dichiarazione, ribadiamo il nostro fermo impegno per raggiungere l’abolizione delle armi nucleari.
A Hiroshima e Nagasaki, molte persone persero la vita nei bombardamenti del 1945, e ancora oggi molti continuano a soffrire per le loro conseguenze. È una tragedia che non deve ripetersi», scrivono.
E proseguono: «L’esistenza delle armi nucleari è un affronto alla dignità degli esseri umani e al mondo che Dio ha creato come “buono” e costituisce una grave minaccia per tutte le forme di vita. […].
Inoltre, nella più ampia prospettiva degli “hibakusha” (i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki), non possiamo dimenticare l’esistenza di vittime legate ai test nucleari e all’estrazione dell’uranio.
Pertanto, dichiariamo eticamente inaccettabili lo sviluppo, i test, la produzione, il possesso e l’uso di armi nucleari».
Per i vescovi della Chiesa giapponese, la cosiddetta deterrenza nucleare di cui si parla in diverse cancellerie del mondo è un mezzo inefficace per risolvere i conflitti, e, in più, getta l’umanità in un «dilemma di sicurezza» che, «inevitabilmente, conduce sull’orlo di una guerra nucleare. Non possiamo tollerare in alcun modo questo modo di pensare».
E concludono: «Come Vescovi […] continueremo a far conoscere al mondo intero la realtà dei bombardamenti atomici e a denunciare la disumanità delle armi nucleari; saremo solidali con i movimenti nazionali e internazionali che lottano per l’abolizione delle armi nucleari e promuoveremo azioni concrete per raggiungere questo obiettivo; sosterremo i principi del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) ed esorteremo il governo giapponese a ratificarlo il prima possibile; trasmetteremo l’ideale di pace alle generazioni future attraverso l’educazione alla pace e attività di sensibilizzazione».
Luca Lorusso