Il giorno del sorpasso

Quest’anno è avvenuto il 30 luglio: i consumi del mondo hanno superato i limiti imposti dalla natura. Cinque mesi «a credito» sono insostenibili. Eppure, «fare pace con il pianeta» sarebbe ancora possibile. Partendo da chi ha le maggiori responsabilità.

Da alcuni decenni, l’organizzazione Global footprint network calcola la quantità di beni e servizi rinnovabili richiesta dall’umanità alla natura e la mette a confronto con la reale capacità riproduttiva del pianeta. Il primo anno esaminato è stato il 1971 che manifestava un sostanziale equilibrio fra le due quantità. Ma, con il passare degli anni, si è andato creando un divario crescente: ciò che chiediamo è sempre più debordante rispetto a ciò che madre natura è capace di fornirci. Per l’anno 2025, ad esempio, la nostra domanda ha superato la capacità di rigenerazione del pianeta del 73%. Un chiaro segnale che un pianeta terra non ci basta più e che già oggi ce ne servirebbe uno e tre quarti.

Per farci capire meglio la gravità della situazione, gli studiosi hanno immaginato di mettere in una clessidra tutto ciò che madre natura è capace di fornirci in un anno e farlo scendere alla velocità dei nostri consumi quotidiani. Quindi, calcolano i giorni necessari a fare passare tutto di sotto e appuntano sul calendario la data corrispondente. Se la data coincide con il 31 dicembre, o addirittura va oltre, non c’è nessun problema, ma se cade prima del 31 dicembre, chiamano quel giorno overshoot day, ossia «giorno del sorpasso», ad indicare che la nostra voracità ha superato la capacità di rigenerazione della terra. Nel 2026 il giorno del sorpasso è arrivato il 30 di luglio costringendo l’umanità a vivere «a credito» della natura per ben cinque mesi. Questo significa intaccare il capitale naturale (acqua, suolo, foreste, biodiversità) a disposizione delle generazioni future. Il punto è che buona parte della natura di cui abbiamo bisogno non ci serve per ottenere cibo, vestiario o legname, ma per sbarazzarci di un rifiuto altamente problematico per l’umanità. Stiamo parlando dell’anidride carbonica, in sigla CO2, che si sprigiona ogni volta che bruciamo legna per scaldarci, benzina per alimentare le nostre auto, gas per produrre energia elettrica.

Il meccanismo principale attraverso il quale la natura ci libera dalla CO2 è la fotosintesi clorofilliana che permette alle piante di assorbire CO2 e trasformarla in proprio nutrimento grazie all’interazione con il sole. Un meccanismo meraviglioso che però non ha capacità illimitate. Complessivamente i sistemi naturali sono in grado di assorbire attorno a 17 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, ma noi ne emettiamo il doppio. Di conseguenza tutti gli anni si accumulano in atmosfera fra i quindici e i venti miliardi di tonnellate di anidride carbonica che producono effetto serra, il fenomeno che sta alla base dei cambiamenti climatici.

Da 280 a 430

Prima della rivoluzione industriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera era di 280 parti per milione. Oggi è di 430 parti per milione, la concentrazione più alta degli ultimi seimila anni, con conseguenze catastrofiche per il clima e non solo. Da quando la neve non copre più le nostre montagne e le piogge hanno smesso di cadere con regolarità, abbiamo imparato che il clima ha effetti stravolgenti anche per risorse che ci sembravano inesauribili. Il riferimento è all’acqua che risponde anch’essa a meccanismi e tempi di rinnovabilità ben precisi. Leggi che se non sono rispettate ci colpiscono con inondazioni e siccità.

In effetti sono proprio loro, i cambiamenti climatici, a ricordarci più di ogni altro aspetto, che l’umanità ha raggiunto un livello di consumi superiore alla capacità di rigenerazione della terra. Precisando, tuttavia, che non tutti gli abitanti del pianeta contribuiscono in uguale misura alla produzione di questo squilibrio. Qualcuno, anzi, non vi contribuisce affatto. È il caso, ad esempio, dei più poveri, persone che non mangiano a sufficienza, non hanno un tetto degno di questo nome, non dispongono di energia elettrica, possono muoversi solo a piedi. Il Global footprint network ha dimostrato in maniera scientifica la loro estraneità al saccheggio del pianeta tramite l’impronta ecologica, quel particolare tipo di calcolo che definisce la quantità di natura necessaria a sostenere i consumi di ognuno di noi.

Come si calcola

L’elemento di riferimento è la terra fertile utile a produrre cibo, far crescere le foreste, allevare il bestiame. Considerato che complessivamente la terra fertile ammonta a 12 miliardi di ettari e che dobbiamo dividerla fra otto miliardi di abitanti, ognuno di noi può utilizzarne solo un ettaro e mezzo. Così in teoria. In realtà, i lussemburghesi hanno livelli di consumo che richiedono la disponibilità di 10,7 ettari a testa, gli statunitensi di 7,6, gli italiani di 4,1 ettari. Per contro in Paesi come Kenya, Laos, Madagascar e molti altri, i consumi sono attestati su livelli che richiedono un solo ettaro di terra o anche meno. Solo due nazioni (Liberia e Filippine), per un totale di appena 120 milioni di abitanti, sono in linea con l’impronta sostenibile di 1,5. Ma poi ce ne sono altre decine con un’impronta inferiore. Schematicamente potremmo dividere l’umanità in tre gruppi: un terzo con un’impronta di molto superiore a quella sostenibile, un terzo di poco superiore, un terzo al di sotto. Il terzo con un’impronta di molto superiore è quella che conserva la responsabilità maggiore dello squilibrio planetario e, quindi, dovrebbe tagliare di più i propri consumi.

I tre pilastri del «Rec»

La strada per ritrovare l’equilibrio con il pianeta si tiene su tre pilastri, riassumibili nella sigla Rec: rinnovamento, efficientamento, contenimento.

Il rinnovamento riguarda in particolar modo il settore energetico. La sfida è il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili ricordandoci che il 60% dell’impronta ecologica, ossia della nostra richiesta di terra fertile, avviene per liberarci dall’anidride carbonica.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Agenzia internazionale dell’energia, l’80% dell’energia primaria utilizzata dall’umanità continua a provenire dai combustibili fossili.

Carbone, petrolio, gas stanno ancora alla base della nostra produzione di energia elettrica, di beni industriali e dei nostri spostamenti in treno, auto, aereo. E le emissioni di anidride carbonica continuano a crescere. Per invertire la rotta due passaggi sono fondamentali.

Il primo: ottenere energia elettrica solo da fonti rinnovabili. Il secondo: sostituire tutti i mezzi di trasporto e di riscaldamento che oggi funzionano bruciando direttamente gas e petrolio con altre apparecchiature, di tipo elettrico, affinché possiamo garantirci gli stessi servizi utilizzando energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili.

L’economia circolare

Il secondo pilastro, quello dell’efficientamento, si pone l’obiettivo di preservare le risorse attraverso il riciclo e altre forme di risparmio.

Un esempio è l’economia circolare che lentamente si sta diffondendo in ambito produttivo. Ma l’efficientamento deve diventare una pratica abituale anche nel settore abitativo e  nell’ambito alimentare. Fra riscaldamento e corrente elettrica, gli edifici contribuiscono a circa il 30% delle emissioni di gas serra. Una quota che potrebbe essere ridotta considerevolmente se adottassimo criteri di costruzione più ecologici. Per questo gli interventi di miglioramento energetico sul patrimonio abitativo rappresentano un asso portante della strategia di riduzione della nostra impronta ecologica.

Le abitudini alimentari

Ugualmente importanti sono i cambiamenti delle nostre abitudini alimentari, ricordandoci che il consumo di carne è altamente dissipativo.

A seconda del tipo di animale, servono da 25 a 7 calorie vegetali per produrre una caloria animale. Per questo la carne va limitata alle necessità di carattere proteico. Tutta quella consumata in eccesso, il nostro organismo la utilizza a fini energetici. E gliene siamo grati. Ma mangiare carne per ricavarne calorie è come bruciare pezzi d’antiquariato per scaldarsi. Per ragioni di efficienza, le calorie vanno ricercate nei prodotti che la terra ci offre direttamente. Non solo cereali, tuberi, frutta secca, ma anche legumi che essendo ricchi in proteine possono sostituire la carne. Con sommo vantaggio per clima e suoli agricoli, considerato che gli allevamenti assorbono il 40% delle terre coltivabili e contribuiscono, da soli, al 14% di tutte le emissioni di gas serra.

Venendo, infine, al terzo pilastro, quello del contenimento, bisogna ammettere che si tratta di un concetto poco di moda nella nostra parte di mondo. Ma sappiamo che è inutile produrre in maniera più efficiente se poi moltiplichiamo i consumi. Se produciamo auto più leggere, ma ne mettiamo di più in circolazione, alla fine la quantità totale di materia utilizzata sarà cresciuta, non diminuita.

La conclusione è che, se vogliamo fare pace con il pianeta, dobbiamo imparare ad adottare pratiche di consumo che, pur non facendoci mancare niente, ci permettono di ridurre il prelievo di risorse e la produzione di rifiuti.

Ad esempio, privilegiando il locale sul globale, l’usato sul nuovo, la condivisione sul possesso individuale. Ma soprattutto imparando a distinguere l’utile dal superfluo.

Il peso del settore militare

La distinzione tra utile e superfluo non vale solo nell’ambito privato. È importante anche in quello collettivo, pubblico. Il primo passo dovrebbe essere quello di eliminare le armi, la peggiore delle spese possibili non solo perché finalizzata alla morte, ma perché gravida di conseguenze negative da tutti i punti di vista: finanziario, sociale, ambientale. Il sistema militare si basa su un uso massiccio di combustibili fossili che lo pongono fra i maggiori produttori di anidride carbonica.

Secondo le organizzazioni Conflict and environment observatory (Ceobs) e Scientists for global responsibility (SgrR), il sistema bellico contribuisce al 5.5% delle emissioni globali, tanto che se fosse una nazione sarebbe al quarto posto della graduatoria mondiale.

Il peso dei mondiali di calcio

Una pausa di riflessione si impone anche rispetto ai grandi eventi sportivi organizzati a livello mondiale.

Il grido di allarme lo lancia il New weather institute secondo il quale la Coppa del mondo di calcio, organizzata tra giugno e luglio, contemporaneamente in Messico, Canada e Stati Uniti, ha comportato un supplemento di anidride carbonica stimata tra i 9 e 15 milioni di tonnellate (più di quanta ne produce in un anno il Lussemburgo) dovuta alla costruzione di nuove strutture, ai viaggi aerei, ai nuovi consumi indotti dalla pubblicità degli sponsor.

foto-tobias-rademacher-unsplash

Il peso dei super ricchi

I governi hanno anche il compito di contenere gli eccessi dei super ricchi, quelli con patrimoni superiori al milione di dollari.

Il loro numero ammonta a 556 milioni di individui e, pur rappresentando solo il 10% della popolazione adulta mondiale, sono responsabili del 50% dell’anidride carbonica prodotta ogni anno. Semplicemente perché i loro stili di vita comprendono auto, panfili, continui viaggi in aereo, perfino jet privati.

Quanto è successo a Venezia nel giugno 2025 ne è una dimostrazione. Per tre giorni la città è stata stravolta dalla presenza di Jeff Bezos, patron di Amazon e terzo individuo più ricco del mondo, che aveva invitato oltre duecento magnati per celebrare il suo matrimonio. Molti hanno ritenuto l’evento scandaloso per la montagna di soldi spesi (all’incirca 50 milioni di dollari), ma altri si sono concentrati sul tasso di inquinamento prodotto. Gli invitati più facoltosi hanno usato i propri aerei privati per unirsi ai festeggiamenti. Aerei che, mediamente, producono due tonnellate di anidride carbonica per ogni ora di volo, una quantità che rapportata al basso numero di passeggeri trasportati li rende da cinque a quattordici volte più inquinanti dei normali aerei di linea.

Quest’assurdità va fermata, ma i ricchi adotteranno stili di vita meno inquinanti solo se avranno meno soldi da sperperare. Ossia quando i governi smetteranno di prostrarsi ai loro piedi e li tasseranno come si deve. Non è solo una questione di giustizia climatica, ma anche di giustizia sociale.

Francesco Gesualdi

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Iscriviti alla nostra newsletter