Il Buddha nella roccia

Dialogo interreligioso: visita al monastero Haeseonam

È la grande festa di compleanno del Buddha. Un gruppo di cattolici è invitato a condividerla in un luogo speciale. Tra loro un missionario della Consolata, impegnato da molti anni nel dialogo tra le religioni nel Paese dell’estremo Oriente.

Cheonan. Stiamo andando a fare una visita speciale, invitati, in via eccezionale, insieme a un gruppo di coreane e coreani cattolici, una quindicina in tutto. Sono i membri della Commissione per il dialogo interreligioso, della diocesi di Daejeon (centro Ovest del Paese). Tra loro, padre Diego Cazzolato, missionario della Consolata e vice presidente della commissione. Ci sono anche due suore Clarisse missionarie della santissima Eucarestia. Una delle due è una giovane messicana.

Andiamo a Pungse-myeon dove, su una bassa montagna chiamata Taehaksan, si trova il monastero buddhista di Haeseonam, guidato dal monaco Bop-yeon.

Arrivati alla base del monte, troviamo un ingresso, davanti al quale di norma si forma la coda per la visita dei luoghi sacri. Noi, invitati dal monaco, proseguiamo direttamente. Arriviamo così in un piccolo parcheggio e, guardando la montagna, intravediamo, in mezzo agli alberi, il tempio sulla sinistra. Ha forma rettangolare e dimensioni modeste. Sullo sfondo vediamo grosse rocce tondeggianti. File di lanterne colorate sono appese tra gli alberi a ricordare che in questi giorni si festeggia il compleanno di Buddha.

Facciamo l’ultimo tratto di strada a piedi e, in cima, di fronte al tempio, ci accoglie lui, il monaco Bop-yeon, nel suo lungo vestito grigio chiaro (è questo il colore del buddhismo in Corea). Ha il viso rotondo, porta occhiali con una spessa montatura, e sorride infondendo serenità. È completamente rasato, il che conferisce una certa lucentezza al volto. Con lui c’è anche una monaca Il-yang, che ci dirà essere stata una sua allieva. Indossa pure lei una tunica grigia.

Il monastero Haeseonam, sulla montagna Taehaksan, nei pressi della città di Cheonan. (Foto Marco Bello)

Il Buddha di pietra

Dopo i convenevoli di benvenuto, i due monaci ci invitano a seguirli. Davanti al tempio, è in bella mostra uno striscione di accoglienza – ovviamente in lingua coreana – per la delegazione cattolica.

È proprio per il compleanno di Buddha, grande festa per i buddhisti, che la Commissione diocesana per il dialogo interreligioso ha proposto a Bop-yeon di visitarlo per una celebrazione in condivisione e lui ha immediatamente acconsentito.

Il tempio è immerso nel verde, sul posto c’è solo il nostro gruppo e regna una grande tranquillità. Bop-yeon s’incammina per un sentiero di gradini di pietra non uniformi che comincia dietro al tempio e si inerpica sulla montagna.

Lo seguiamo dentro il fitto del bosco che ricopre tutta la zona. Saliamo, poi, per una scala di legno piuttosto ripida. A un certo punto compare una grande roccia piatta che si staglia verso il cielo. Su di essa è scolpita la figura intera di Buddha in piedi. È il Yang Hiun Moh, un’opera che – ci dice il monaco Bop-yeon – data di oltre mille anni.

Il Buddha nella roccia di Samtae-ri, è una statua di granito alta 7,1 metri e risale al periodo della dinastia Goryeo (918-1392), durante la quale il buddhismo ebbe un grande impulso. È classificato tesoro nazionale sudcoreano. Il gruppetto si ferma per un momento di raccoglimento e preghiera, guidato dal monaco.

Bop-yeon mostra alla delegazione cattolica il Buddha di Samtae-ri, tesoro nazionale. (Foto Marco Bello)

La Consolata in Asia

Padre Diego ha fatto parte del primo gruppo di missionari della Consolata arrivati in Corea del Sud nel 1988. Prima del nostro arrivo al tempio ci ha raccontato questo percorso: «Uno dei motivi per cui l’Imc ha scelto la Corea come sua prima apertura in Asia, è il fatto che permetteva di entrare in contatto con le grandi religioni orientali, con le quali l’Istituto non aveva mai interagito nella sua storia. La Chiesa, in quel periodo, stava insistendo sul dialogo».

Le difficoltà iniziali sono state tante e hanno visto i primi missionari impegnati nell’inserimento culturale, linguistico, pastorale. Queste hanno fatto passare il tema del dialogo interreligioso in secondo piano. «Risultava difficile trovare una strada – ha continuato padre Diego -. Io avevo già visitato parecchi centri delle altre religioni, come templi buddhisti, l’università e il centro confuciano, ma senza iniziare nulla di concreto».

Qualche anno dopo, i missionari entrarono in contatto con «La catena della pace», un gruppo di dialogo formato da giovani delle diverse religioni. Questo realizzava incontri ai quali partecipavano sacerdoti, seminaristi, giovani che si preparavano a diventare monaci buddhisti, alcuni leader di altri gruppi religiosi.

«Iniziai a frequentare il gruppo – ci ha raccontato il missionario -. Ci radunavamo e invitavamo un esperto che ci parlasse di una religione». Era la metà degli anni Novanta.

Dentro al tempio, l’incontro tra i monaci buddhisti e la delegazione cattolica. (Foto Marco Bello)

Un passo importante è stato la costruzione di un centro per il dialogo interreligioso: «Come comunità della Consolata abbiamo deciso di creare un piccolo centro per il dialogo. Abbiamo comprato un terreno, nella zona di Pucheon, dove c’era la nostra sede in Corea del Sud, e abbiamo costruito la casa».

Dopo alterne vicende, che hanno visto padre Diego distaccato per un periodo a Roma, come membro del Segretariato generale per le missioni dell’Istituto, sono state finalmente lanciate diverse attività. «La catena della pace ha preso il nostro centro come riferimento per gli incontri».

Il gruppo che frequentava il centro della Consolata è entrato in contatto con un monaco anche lui molto interessato al tema. «Quel monaco stava formando alcune persone al buddhismo. Noi seguivamo alcuni giovani e coppie di cattolici che erano disposti a impegnarsi in questo. Abbiamo organizzato incontri mensili tra i due gruppi. Una volta si andava al tempio, e quella successiva al nostro centro. Ogni mese sceglievamo un tema di dibattito: la preghiera, la misericordia, il perdono, la vita comunitaria. Stavamo realizzando incontri di base tra i fedeli delle due religioni. È stato un esperimento molto valido e bello. Qualche tempo dopo, il monaco è stato trasferito e il suo gruppo di discepoli si è sciolto, così i nostri incontri sono terminati».

Padre Diego Cazzolato (Imc) con il monaco Bop-yeon e la monaca Il-yang, durante la cerimonia di accoglienza. (Foto Marco Bello)

Organizzazioni nazionali

In Corea del Sud esistono alcune organizzazioni che si occupano di dialogo interreligioso. A livello nazionale c’è la Korea conference of regligions for peace (Kcrp, Conferenza coreana delle religioni per la pace). Ha una sede centrale a Seul e sezioni distaccate nelle varie provincie.

La Kcrp raggruppa le sette grandi religioni della Corea: cattolicesimo, protestantesimo, buddhismo, buddhismo won, chondogyo (ceondoismo, cfr. MC ottobre 2025), confucianesimo, le religioni popolari coreane (come lo sciamanesimo, la religione della via, e altre).

Nel 2012 i missionari della Consolata sono stati costretti a chiudere il centro per il dialogo di Puchon, perché l’amministrazione comunale aveva deciso di riqualificare l’area. Hanno poi aperto un nuovo centro, più spazioso, a Daegeon, più a Sud, dove attualmente è presente una delle tre comunità Imc in Corea. «Dopo esserci trasferiti a Daegeon, iniziai a prendere parte alle riunioni regionali del Kcrp», ci ha detto padre Diego.

Un’altra organizzazione importante per il dialogo interreligioso è ecclesiale, ovvero quella creata dalla Conferenza episcopale coreana: la Commissione episcopale per il dialogo ecumenico e interreligioso. «Il vescovo Choi Ki-san Bonifacio (all’epoca presidente della commissione, ndr) nel 2002 ha invitato uno di noi a fare parte della commissione. Gli incontri si tengono ogni due tre mesi. Vengono preparate celebrazioni ecumeniche, incontri ufficiali tra teologi cattolici e protestanti, visite ufficiali a templi per la festa di Buddha. Quando fu creata nei primi anni 2000, c’era molto interesse per il dialogo, in particolare per capire come formare meglio i cattolici a esso. Su mia iniziativa, abbiamo tradotto in coreano un libretto divulgativo del cardinale Fransis Arinze su questo tema e preparato altri sussidi».

Padre Diego è stato membro della commissione episcopale, a livello centrale, dal 2002 al 2025.

«La presenza del nostro centro a Daegeon ha poi spinto la diocesi a formare la sua Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Il presidente era un diocesano e io ero il vice. Vi fanno parte altre religiose e religiosi e laici, alcuni nostri amici che frequentano il centro. Si può dire che la Consolata è la base di questa commissione diocesana». Sono proprio i membri di questa commissione, insieme ad alcuni amici della Consolata, che ora visitano il monaco buddhista per la festa del Buddha.

Monastero Haeseonam (Chonan). Corea del Sud. Visita della Commissione diocesana per il dialogo interreligioso, in occasione della feste di compleanno del Buddha. Il monaco Bop-yeon suona il tamburo con i pugni.(Foto Marco Bello)

Il compleanno del Buddha

Dopo la visita al Buddha scolpito nella roccia, il monaco Bop-yeon ci indica di seguirlo e, lentamente, scendiamo verso il tempio.

Ci fa quindi accomodare nella sala principale della struttura, dove sono state predisposte tre file tavolini bassi. Ci sediamo di fronte a essi a gambe incrociate. Sono posti a ferro di cavallo e sul lato comune si siedono i monaci, padre Diego e le suore.

Ci viene subito servito del particolare tè dal colore rosa.

Il soffitto è ricoperto di centinaia di lanterne colorate, a ognuna delle quali è attaccato un biglietto con un augurio.

Bop-yeon regala a ciascuno di noi un semplice braccialetto realizzato con un intreccio di cordini colorati, che recano al centro cinque perline di colori diversi. Dopo una parola di benvenuto ci spiega il significato del braccialetto: «La perlina centrale è ognuno di voi. Le quattro perline che la circondano sono i quattro punti cardinali e rappresentano il Mondo. Il significato è che la tua esistenza è magnifica, preziosa per il mondo, e serve a renderlo migliore. Ha quindi un senso fondamentale. Bisogna, però, cercare la consapevolezza di questo essere preziosi per aiutare il mondo. Questo è il valore del cuore di Buddha».

Bop-yeon parla poi delle relazioni tra buddhisti e cattolici: «Un valore fondamentale per il buddhismo è la misericordia, e per il cristianesimo è l’amore. Non sono molto diversi. Viviamoli insieme. Ecco perché è importante dialogare». Infine, aggiunge una considerazione sulle nuove generazioni: «La nostra società è materialista e tecnologica, ma proprio per questo, nei giovani, c’è una grande sete di spiritualità e di senso della vita. Li cercano in una religione, purtroppo però noi religiosi siamo spesso impreparati ad accoglierli».

La monaca Il-yang, che è stata tutto il tempo a fianco di Bop-yeon, vive in un altro monastero, più grande, chiamato Makogsa. In esso offrono la possibilità di accoglienza a chi vuole passare alcuni giorni in silenzio e meditazione. Prende la parola e dice: «Molti giovani vengono a passare qualche giorno con noi, ma le motivazioni sono quelle di uno stacco temporaneo dallo stress quotidiano. Bisognerebbe invece uscire dall’aridità spirituale e continuare il percorso».

Il monaco chiede a noi cosa pensiamo del Buddha di pietra. Rispondiamo che ha oltre mille anni, e noi vi abbiamo sostato davanti pochi minuti, con la consapevolezza che sarà ancora lì per migliaia di anni. Bop-yeon è contento e ci regala un quadro raffigurante il Buddha Samtae-ri.

Il gruppo della Commissione diocesana del dialogo in cammino verso il Buddha nella roccia. (Foto Marco Bello)

Un tempo difficile

La Commissione diocesana lavora anche sul dialogo ecumenico, realizzando tutti gli anni, insieme ai protestanti, una celebrazione durante la «Settimana per l’unità dei cristiani». Ogni anno, il luogo della celebrazione, si alterna tra una chiesa cattolica e una protestante. Anche l’omelia viene fatta in modo alterno da un pastore e un sacerdote.

Sul fronte del dialogo con le altre religioni, invece, la Commissione ha messo in piedi una «scuola di dialogo» itinerante in diverse parrocchie. Realizza visite mirate a centri di culto di altre religioni e cura l’invio degli auguri per tutte le festività religiose. Inoltre, partecipa alle attività della Conferenza delle religioni per la pace.

Secondo padre Diego, però, il dialogo interreligioso in Corea, a partire dal tempo del covid, sta attraversando una stagione difficile: «Dopo l’interruzione totale durante il periodo pandemico, il processo è risultato un po’ statico. Si sono ridotte le frequenze degli incontri, i rappresentanti dei buddhisti non partecipano quasi più o sono rari. I sacerdoti diocesani non sono molto interessati. Un’altra difficoltà – ci ha ricordato il missionario – è che tutti hanno limiti di tempo nei loro incarichi. Dopo tre o quattro anni vengono spostati. Noi (della Consolata) siamo quelli che durano di più».

La base culturale

Padre Diego ci ha spiegato un’altra difficoltà di fondo: «È difficile fare il dialogo come tale, in profondità. Perché la base culturale è uguale per tutti i coreani. In quella base comune ritrovano l’unità e non hanno bisogno di confrontarsi. Le differenze sono messe da parte: siamo tutti coreani. Da un lato questo è molto bello e utile, però, secondo me, impedisce di riconoscere le differenze, ad esempio tra le religioni. Il buddhista dice: Va tutto bene, non c’è alcuna differenza che io sia monaco buddhista e tu prete cattolico, siamo tutti coreani. Ma così, non si va in profondità».

La vibrazione dei tamburi

Prima di congedarci, i due monaci ci invitano alla pagoda dei tamburi. La monaca Il-yang si esibisce in una suonata con i bastoni. In successione, il monaco Bop-yeon ne esegue una con i pugni. Le vibrazioni delle grosse percussioni fanno risuonare all’unisono i presenti. Anche questo «vibrare e ascoltarsi» è dialogo.

Marco Bello

(Foto Marco Bello)
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