India. Libertà religiosa limitata per legge nel Maharashtra

Il lavoro della Chiesa con i poveri è a rischio

È una nuova sfida per la vita dei cattolici e per le altre minoranze cristiane del Maharashtra, stato dell’India centro-occidentale, affacciato sul mare arabico.

Nell’agosto 2026 è entrato in vigore il Maharashtra Freedom of Religion Act 2026, dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea legislativa dello Stato e l’assenso della presidente della Repubblica indiana.

La legge intende contrastare le conversioni ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione, false dichiarazioni, lusinghe o indebite pressioni. L’obiettivo dichiarato può apparire difficilmente contestabile: nessuna persona dovrebbe essere costretta o ingannata nella scelta della propria fede. Ma solleva interrogativi la definizione di ciò che costituisce una “induzione” o una “influenza indebita”.

La nuova normativa considera infatti potenzialmente illeciti atteggiamenti e condotte molto ampi: offrire denaro o doni, promettere un impiego, garantire un’istruzione gratuita, prospettare un matrimonio o uno stile di vita migliore, oppure invocare guarigioni divine allo scopo di indurre qualcuno a cambiare religione. Anche presentare una fede come superiore a un’altra, con l’intento di favorire una conversione, può rientrare nel campo di applicazione della legge.

Una sfida per la Chiesa locale

A sottolineare in un colloquio con MC notizie questa difficoltà è il nuovo vescovo di Poona, Simon Almeida, che conosce profondamente la realtà pastorale del territorio dopo 35 anni di ministero sacerdotale in una diocesi del Maharashtra che conta circa 92mila cattolici.

Per il vescovo la nuova normativa tocca da vicino la pastorale: «È una sfida per la vita della Chiesa locale», ha spiegato, mettendo in evidenza il clima di prudenza e di timore che il provvedimento può generare.

Il punto più delicato riguarda la predicazione: «Ci mette in difficoltà – osserva il vescovo – e ci induce a parlare di Cristo solo all’interno delle nostre chiese, perché la predicazione al di fuori può facilmente essere scambiata per proselitismo, per un tentativo di convertire qualcuno e quindi diventare motivo di punizione».

È una preoccupazione che tocca il cuore stesso della missione cristiana. Per la Chiesa, annunciare il Vangelo non equivale a costringere qualcuno ad aderire alla fede. La libertà della risposta personale è parte essenziale dell’atto di fede. Ma una legge dai confini ampi può produrre, secondo il vescovo, un effetto paradossale: non tanto proteggere le persone dalle coercizioni, ma restringere lo spazio pubblico nel quale i cristiani possono testimoniare la propria fede.

A rischio educazione, sanità e sostegno ai poveri

La questione assume un peso particolare in uno Stato in cui le istituzioni cattoliche sono impegnate da decenni soprattutto nei settori dell’educazione, della sanità, dell’assistenza sociale e del sostegno ai poveri, ai Dalit e alle popolazioni tribali.

A contestare il nuovo provvedimento è anche lo United Christian Forum dell’India, che ha chiesto al governo del Maharashtra di rinviarne l’applicazione. In un memorandum indirizzato al primo ministro statale Devendra Fadnavis, il Forum sostiene che il testo vada ben oltre la prevenzione delle conversioni ottenute con la forza o con la frode.

Secondo l’organizzazione, attività cristiane del tutto ordinarie – dall’istruzione gratuita nelle scuole delle minoranze all’assistenza ai bisognosi, dalla preghiera per i malati alla predicazione – rischiano di essere interpretate come forme di “adescamento” o “induzione”.

È questo uno dei punti che maggiormente preoccupa le comunità cristiane. La carità non nasce dalla ricerca di nuovi fedeli, ma dalla convinzione che ogni persona, soprattutto quella più fragile, va accompagnata e aiutata nella sua dignità.

Definizioni vaghe e poteri estesi

Anche l’arcidiocesi di Bombay ha espresso a sua volta “profonda preoccupazione”, ricordando che la Chiesa cattolica ha sempre condannato senza ambiguità le conversioni ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione o l’induzione. Il problema, secondo la Chiesa, non è dunque la tutela della libertà religiosa contro gli abusi, ma l’uso di definizioni troppo vaghe e di poteri investigativi molto estesi.

Tra gli aspetti più controversi vi sono le modalità con cui può essere avviato un procedimento. La legge consente ai parenti della persona che si presume sia stata sottoposta a una conversione illegale di presentare una denuncia. La polizia può inoltre avviare un’indagine d’ufficio quando ritenga che una conversione illecita sia avvenuta o sia stata tentata.

Le pene possono arrivare fino a sette anni di reclusione e a una multa di 100mila rupie, mentre per i recidivi la pena può raggiungere i dieci anni. L’onere della prova, poi, ricade sulla persona accusata di aver provocato o favorito la conversione e questa disposizione potrebbe esporre sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e semplici fedeli a procedimenti fondati su accuse non provenienti dalla persona direttamente interessata.

Il Forum richiama inoltre l’esperienza di altri Stati indiani (sono 13 in tutto, con il Maharashtra) nei quali normative analoghe sono utilizzate per intimidire le minoranze, che ora dunque si appellano all’articolo 25 della Costituzione indiana: un testo che garantisce la libertà di professare, praticare e propagare la propria religione, pur nel rispetto dell’ordine pubblico, della moralità e della salute.

Di fronte a questo scenario, la risposta dei cattolici del Maharashtra non è la contrapposizione, ma la disponibilità a dialogare con il Governo perchè l’obiettivo legittimo di impedire conversioni fraudolente o coercitive non si trasformi nella limitazione dei diritti fondamentali.

Paolo Affatato

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