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Il futuro democratico del Bangladesh è ancora in bilico. Dopo la rivoluzione del 2024, il tempo del governo ad interim e le successive nuove elezioni, si è ampliato il divario tra i gruppi della società civile e il nuovo governo del Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp), guidato dal primo ministro Tarique Rahman.
Il motivo del contendere è la piena attuazione della struttura istituzionale prevista dalla «Carta nazionale di luglio», l’intesa stipulata un anno fa con i movimenti studenteschi per rifondare le istituzioni statali e prevenire nuovi regimi autoritari.
La Carta nazionale di luglio è stata completata e firmata nell’autunno del 2025, per poi essere sottoposta a voto popolare all’inizio del 2026. Si tratta di una dichiarazione politica d’intenti e di un patto di transizione divenuto oggi l’oggetto di un durissimo scontro costituzionale nel Paese.
Il documento è stato elaborato da una specifica Commissione istituita dall’allora Governo provvisorio di Muhammad Yunus, che ha sintetizzato e redatto oltre 160 raccomandazioni nate dalla rivoluzione studentesca del luglio 2024.
Il testo è stato solennemente firmato da 24 partiti (incluso il Bnp, oggi al governo), divenendo così un patto e un «manifesto politico» per rifondare lo Stato.
La Carta è stata anche sottoposta a un referendum popolare per darle legittimità giuridica e di popolo. Nel febbraio del 2026 i bangladesi l’hanno approvata con il 61,6% dei consensi, chiedendo che la Carta diventi la base per riscrivere la Costituzione.
Oggi i gruppi civici e i movimenti promotori di quella Carta accusano l’attuale Governo di ignorarne i punti chiave e di volerla depotenziare per consolidare il proprio potere.
Lo scontro riguarda la mancata riforma della commissione elettorale, della magistratura e dei meccanismi di controllo contro la corruzione. Il Governo del Bnp ha subito crescenti critiche per aver ridimensionato o modificato in Parlamento specifiche ordinanze sulla trasparenza e sul rispetto dei diritti umani, istanze sollevate nel periodo post rivoluzione.
Per questo i movimenti studenteschi sono tornati a manifestare a Dacca, stigmatizzando la condotta del Governo, colpevole, a loro dire, di «tradire lo spirito della rivoluzione».
Nella delicata fase di transizione che il Paese attraversa, la comunità cattolica – oltre 400 mila fedeli, lo 0,3% di una popolazione a larga maggioranza islamica – continua il suo impegno nel campo dell’istruzione, della sanità, della promozione umana e dell’assistenza ai gruppi più vulnerabili, in particolare le popolazioni indigene e i rifugiati.
Al contempo, la Chiesa ricorda al Governo la condizione delle minoranze religiose: stretti tra un esercizio limitato della libertà di culto e le garanzie costituzionali dei diritti di cittadinanza, i cristiani e gli indù temono la risorgenza dei partiti islamisti, che si sono riaffacciati con successo sulla scena politica.
In quest’ottica hanno chiesto e ottenuto dall’esecutivo la nomina di un consigliere speciale incaricato delle minoranze religiose e delle popolazioni indigene.
Paolo Affatato