Uzbekistan. Non è tutto oro

Reportage dai paesi «stan» / 3
Trainata dalle esportazioni e dal turismo internazionale, l’economia del Paese centroasiatico cresce a ritmi cinesi. Tuttavia, due soli presidenti in trentasei anni dicono che la democrazia è lontana.

Verso Samarcanda. Passato il confine tagiko poco dopo Penjikent, la prima differenza che si nota è sulla strada: le auto cinesi sono in minoranza. La maggior parte dei mezzi è rappresentata da un piccolo furgone, usato come veicolo commerciale o minibus per passeggeri. «È nostro. Si chiama Damas», ci spiega con orgoglio il giovane autista.
Il Damas è prodotto da UzAuto motors, l’industria automobilistico di proprietà del governo dell’Uzbekistan che fabbrica veicoli con il marchio Chevrolet.
Il traffico è molto intenso. Per fortuna, dal confine a Samarcanda, la nostra destinazione, ci sono soltanto sessanta chilometri. Da tempo, la città uzbeka è diventata un’attrazione turistica internazionale. Nel 2025, il Paese centroasiatico è stato visitato da undici milioni di stranieri, il 73 per cento in più rispetto al 2019.

Nonostante i danni e gli inconvenienti prodotti dal turismo di massa, Samarcanda vale un viaggio. Perché questa città è tante cose. Centro nevralgico della Via della seta, capitale dell’Impero timuride durante il regno di Tamerlano (1370-1405), perla dell’architettura islamica. E ancora: città di nascita di Tamerlano (Timur), nonché del primo presidente (e dittatore) uzbeko Islam Karimov e di Bakhtiyor Fazilov, il più influente miliardario del Paese.

La madrasa Sher-Dor, a Samarcanda; sugli angoli alti del portale d’entrata si possono notare i mosaici di due leoni (tigri). Foto Paolo Moiola.

Le tre madrase

Il Registan – «luogo di sabbia», in persiano – è la piazza pubblica dell’antica Samarcanda. In uno spiazzo antistante l’entrata (che è a pagamento), sotto i pennoni delle bandiere e il monumento con il simbolo della città (il leopardo delle nevi), un’installazione di lettere cubitali dice in inglese: «Samarcanda, capitale culturale del mondo islamico».

Con Bukhara e Khiva, la città testimonia il dominio della fede musulmana (sunnita), a cui aderisce circa il 94 per cento della popolazione (in totale, gli uzbeki sono quasi 38 milioni). Tra le minoranze, i cristiani – quasi tutti ortodossi della Chiesa russa – arrivano al due per cento.

Oggi il cielo non è limpido, la folla è tanta e i cellulari troppi. Eppure, la vista del Registan lascia a bocca aperta. La grande piazza ospita tre madrase – le scuole teologiche islamiche – su altrettanti lati. Hanno età diverse. La più vecchia fu fatta costruire agli inizi del Quattrocento da Ulugh Beg, sovrano, nipote di Tamerlano, ma anche famoso matematico e astronomo. Le altre due – Sher-Dor e Tilya-Kori – risalgono a due secoli dopo. Tutte sono caratterizzate da pareti di mosaici colorati che raffigurano motivi geometrici, floreali o calligrafici. Sher-Dor ha, inoltre, un mosaico con leoni stilizzati sulla facciata, elemento insolito visto che, di norma, l’arte islamica evita la raffigurazione di esseri viventi (umani e animali).

In passato luogo di studio e raccoglimento, oggi il Registan è un luogo che testimonia la bellezza dell’architettura islamica. Un’architettura esaltata anche dal vicino mausoleo di Tamerlano dove – sotto una splendida cupola blu – è sepolto il sovrano e una parte dei suoi familiari. A Tamerlano è dedicata anche una grande statua all’entrata di un giardino poco distante. Il conquistatore musulmano è rappresentato non a cavallo, ma seduto sul trono.

Minareti e campi di cotone

Lasciamo Samarcanda per dirigerci verso Khiva, nei pressi del confine con il Turkmenistan. Tra le due storiche località ci sono circa 680 chilometri. A circa un terzo del percorso si passa accanto a Bukhara, altra città posta lungo quella che un tempo era la Via della seta. 

Oasi fortificata tra i deserti Kyzylkum (che si estende verso il Kazakistan) e Karakum (verso il Turkmenistan), con almeno 2.500 anni di storia e un passato (dal Seicento in poi) come importante mercato degli schiavi, Khiva era l’ultimo luogo di sosta delle carovane prima di affrontare il deserto. La città interna – detta Itchan Kala (in contrapposizione a quella esterna, Dichan Kala) – è tutt’oggi circondata da una cinta muraria costituita da mattoni di argilla e alta fino a dieci metri. Vi entriamo a piedi – le auto (per fortuna) sono bandite – attraverso una delle quattro porte ricavate nelle mura.

All’interno moschee, madrase, minareti, palazzi – l’Unesco ha censito 51 monumenti e 250 abitazioni – risalgono a epoche diverse (arrivando fino al 1900) e spesso sono state ricostruite, ma la struttura della cittadina è quella originale. Per tutto questo l’atmosfera che si respira è carica di fascino, più di quella di Samarcanda.

Khiva, tuttavia, non è soltanto questo. Khiva significa anche campi di cotone, quello che un tempo veniva (enfaticamente) soprannominato l’«oro bianco». Introdotto dai sovietici agli inizi degli anni Sessanta, il cotone rimane importante per l’Uzbekistan costituendo la seconda voce delle esportazioni dopo l’oro. Tuttavia, la sua coltivazione ha prodotto disastri in campo ambientale, sanitario e umano.

I disastri ambientali e sanitari sono evidenziati dal restringimento del lago d’Aral, un lago salato (per questo chiamato anche Mare d’Aral) posto al confine tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Con una superficie di 68mila chilometri quadrati, un tempo era il quarto bacino idrico interno più grande del mondo. Oggi ne rimane soltanto il 10 per cento, mentre il restante 90 è soltanto sabbia. Ai tempi della guerra fredda, per incentivare la produzione di cotone in regioni aride, il regime sovietico fece deviare i due fiumi principali, l’Amu Darya e il Syr Darya, che si immettevano nel lago. L’acqua prelevata venne utilizzata per irrigare i campi delle neonate colture, peraltro gonfiate con fertilizzanti chimici e pesticidi, che ancora oggi contaminano la sabbia. Il risultato finale è la scomparsa del lago: uno scempio planetario.

Due giovani visitatrici nel cortile interno di una delle tre madrase del Registan, a Samarcanda. Foto Paolo Moiola.

I disastri umani, invece, sono collegati al lavoro schiavo e a quello minorile. Fino al 2020, ogni anno, da metà settembre ai primi di novembre, il governo uzbeko obbligava circa due milioni di persone – adulti e minori – alla raccolta del cotone. Per quasi quindici anni (dal 2007 al 2021), la Cotton campaign, una coalizione di Ong internazionali, ha lottato per porre fine al lavoro forzato nei campi di cotone dell’Uzbekistan (e del vicino Turkmenistan), anche attraverso campagne di boicottaggio. E, alla fine, ha vinto.

Una delle riforme attuate da Shavkat Mirziyoyev, eletto presidente dopo i 26 anni (dal 1991 al 2016) di potere incontrastato da parte di Islam Karimov, è stata la fine – almeno teorica – del lavoro forzato nei campi cotoniferi.

Tuttavia, le riforme di Mirziyoyev hanno riguardato la liberalizzazione dell’economia, molto meno la libertà in senso lato. Il 30 aprile 2023 il presidente ha fatto votare un referendum che ha emendato radicalmente la Costituzione uzbeka. Le modifiche – approvate da oltre il 90 per cento dei votanti – hanno esteso la durata della carica presidenziale da cinque a sette anni e concesso al presidente altri due mandati. In questo modo, Mirziyoyev potrà rimanere in carica fino al 2037, raggiungendo i 21 anni al potere: non un record, ma comunque un’eternità.

Il presidente si sente forte anche perché l’Uzbekistan sta conoscendo una crescita economica a livelli cinesi (più 7,7 per cento nel 2025 e il tasso di povertà all’8,9, secondo i dati governativi). Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica.

A giugno 2025, è uscito «A dark cloud» (Una nuvola scura), un report di Uzbek forum for human rights, organizzazione uzbeka per i diritti umani costretta a operare da Berlino. In esso si descrive «l’abuso di potere del governo nel reprimere il dissenso e limitare la libera circolazione delle informazioni online».

La ricerca racconta, per esempio, di un numero crescente di persone che viene perseguito e incarcerato per «aver insultato il presidente online». Il reato, che prevede una pena fino a cinque anni di reclusione, viola il diritto internazionale in materia di diritti umani.

La serietà della situazione trova conferma nella classifica sulla libertà d’informazione (World press freedom index) redatta da Reporter senza frontiere (Rsf): l’Uzbekistan è passato dalla 133a posizione (su 180) del 2022 alla 148a del 2025.

Verso il confine

Al mattino, lasciamo Khiva per muoverci verso il vicino confine del Turkmenistan. Abbiamo riletto più volte le raccomandazioni e i numerosi divieti inviateci via email dalla guida turkmena.

Se in Uzbekistan i successi economici e l’apertura internazionale riescono a nascondere i problemi interni al Paese, in Turkmenistan il regime mostra da subito il suo volto.

Paolo Moiola
(3 – continua)

 
Il monumento a una carovana di commercianti ricorda che Khiva era una tappa importante lungo la Via della seta. Foto Paolo Moiola.

Missionarie dal Kirghizistan all’Uzbekistan

Suor Kikoti (la seconda da sinistra) e suor Adanech (la quarta da sinistra) operano a Urgench.

«Hai un marito? Hai dei figli?»

Il loro trasferimento dal Kirghizistan all’Uzbekistan, da Jalal-Abad a Urgench (mappa a lato), non è stato una scelta volontaria, ma un obbligo a causa di complicazioni burocratiche. Suor Adanech Mitiku Shawo, etiope, e suor Yudith Kikoti, tanzaniana, missionarie della Consolata, hanno accettato la nuova destinazione senza drammi. E con una piccola consolazione: la lingua russa studiata in Kirghizistan è utile anche in Uzbekistan.

«La mia esperienza in Kirghizistan – racconta suor Adanech – è stata molto bella. Eravamo a Jalal-Abad, nel Sud del Paese, a circa 640 chilometri dalla capitale Bishkek. Purtroppo, è stata un’esperienza breve, meno di due anni. Essendo agli inizi della nostra presenza, l’attività principale era di preghiera prolungata: ci voleva energia interiore per inserirci nel ritmo della nuova vita missionaria. Poi, insieme a sacerdoti gesuiti, accompagnavamo i pochi cristiani in diverse comunità. E, naturalmente, studiavamo la realtà del Paese e la lingua russa».

«In Kirghizistan, mi ha colpito la bellezza delle montagne e la semplicità della gente. Avendo una lunga tradizione di nomadismo, quando ci invitavano nelle loro case i Kirghizi non si preoccupavano della forma. Tutto era molto sobrio e informale».

Oggi le due missionarie, assieme ad altre due consorelle, lavorano a Urgench, che si trova a pochi chilometri dalla più famosa Khiva, dal 1991 patrimonio dell’Umanità. «Per adesso – spiega suor Adanech – l’attività che svolgiamo si limita ad accompagnare i pochi cristiani locali. La lingua russa è fondamentale perché nella Chiesa tutta la liturgia è in russo, ma fuori la gente parla uzbeko e quindi dovremo studiare anche la lingua locale. Questo è certamente sfidante. Per ora la mia conoscenza si limita a poche parole. So salutare e usare i numeri che mi servono quando vado al mercato».

Sia in Kirghizistan che in Uzbekistan suor Adanech si è trovata spesso a dover rispondere a domande simpaticamente inusuali. «È interessante – ricorda – che in entrambi i paesi la gente è curiosa di sapere di noi. Per esempio, quasi subito ci chiedono: hai marito? hai figli?».

Suor Yudith Kikoti ha mosso i primi passi come missionaria in Colombia. Racconta: «Nella mia breve ma ricca esperienza in Kirghizistan ho cercato di ascoltare la gente, per capire la realtà e la cultura del Paese. Per questo visitavo le famiglie, anche se poi trascorrevo gran parte del mio tempo a studiare la lingua russa. Ciò che mi ha colpito di più del popolo kirghizo è stata la sua generosità e ospitalità, nonostante le nostre diversità. Qui a Urgench, in terra uzbeka, siamo ancora all’inizio e, quindi, ci stiamo muovendo con prudenza. Tuttavia, sono convinta che, con il tempo e molta pazienza, ci sarà spazio per la nostra missione».

Pa.Mo.

Scorcio in corrispondenza di una delle quattro porte d’entrata di Khiva. Foto Paolo Moiola.
Il mausoleo di Tamerlano, a Samarcanda. Foto Paolo Moiola.
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