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Quando sono arrivata là, pensavo di essere pronta ad affrontare tutto ciò che avrei visto. Mi dicevo: «È solo un viaggio, una visita, un ripasso della storia». Però, quando ho davvero messo piede su quella terra, quando mi sono trovata dentro il campo di concentramento di Auschwitz e Birkenau, ho capito che ci sono cose che non si possono «elaborare» con una semplice preparazione mentale.
Da allora, il mio cuore è rimasto pieno di emozioni contrastanti. All’inizio ho perfino avuto la sensazione di «non provare nulla». Io, pur essendo una persona molto sensibile e fragile, non ho pianto, non ho sentito né uno shock, né quel dolore lacerante che immaginavo. Ho iniziato a dubitare di me stessa: possibile che queste storie non mi abbiano toccata? Possibile che io sia una persona fredda? Mi sono confrontata con alcuni compagni e poi mi sono sentita ancora più in colpa, continuando a chiedermi: come posso essere così indifferente? Solo dopo ho capito che non era assenza di emozione, ma intorpidimento.
Quando le tragedie dei libri di storia si ripresentano ancora e ancora, sotto forme diverse, nel presente, quando le guerre, odio e discriminazione continuano a esistere in qualche angolo del mondo, la nostra percezione della sofferenza sembra diventare più opaca. E si prova un senso di impotenza, perché l’unica cosa che «io» posso fare sembra essere guardare il mondo andare verso la distruzione. Non perché non mi importi, ma perché ci siamo abituati a vedere «la prossima tragedia» raccontata nei notiziari. Soprattutto sapendo che, in questo stesso momento, più di cinquanta Paesi nel mondo sono coinvolti in guerre. L’unica espressione che mi viene in mente per descrivere tutto questo è: «Un massacro vicendevole».
Ma quando mi sono trovata davvero in quel luogo, ascoltando quelle storie e osservando le tracce reali rimaste, ho capito che non si trattava di una storia astratta, ma di vite concrete. Sono rimasta impressionata dalla stanza dei nomi. Dietro ogni nome c’era una famiglia, dietro ogni esperienza, una paura e disperazioni reali. In quel momento ho iniziato a chiedermi: qual è il senso di questo viaggio? Cosa posso fare io? Se fossi stata al loro posto, avrei avuto il coraggio di farmi avanti? E come posso contribuire a impedire la prossima tragedia?

All’improvviso mi è tornata in mente una frase di Van Gogh: «Attraverso piccole cose si formano le montagne». In realtà, la frase originale è: «Le grandi cose sono fatte dalla somma di molte piccole cose».
Pensavo di essere pronta, ma non lo ero affatto. Il primo giorno non avevo idea di ciò che avrei affrontato. Tutte le mie «preparazioni psicologiche» sono apparse così fragili davanti alla realtà della storia. Solo camminando davvero lungo quel percorso ho capito che questo viaggio non era fatto per scioccare, ma per ricordare. Ricordarci che il passato non può essere cambiato, ma che il futuro richiede la nostra partecipazione. Non possiamo fermare le tragedie già accadute, ma possiamo scegliere di non restare in silenzio. Possiamo alzare la voce di fronte all’ingiustizia, rifiutare la discriminazione, mantenere lucidità di fronte all’odio.
La storia è spaventosa non solo perché è già accaduta, ma perché può ripetersi. Questo viaggio mi ha fatto capire che la memoria è, di per sé, una responsabilità. Una volta tornata a casa, spero di poter raccontare ciò che è successo in quei luoghi a più persone possibile. Non per appesantire, ma per far ricordare. Perché l’oblio è spesso l’inizio del ritorno della tragedia.
Infine, voglio dire: non permettiamo alla storia di ripetersi. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo decidere la direzione del futuro. E forse, questo è il vero significato di questo viaggio.
Ye Wen Jing
febbraio 2026, Torino
Buongiorno, ho appena finito di leggere l’articolo di Francesco Gesualdi «Mai dire patrimoniale».
Molto interessante, volevo ringraziarlo per questa rubrica, che leggo sempre con attenzione.
Mi auguro che i nostri politici possano capire questo argomento e legiferare per l’interesse di tutta la popolazione e ricordare che viviamo tutti su un’unica barca, che se fa acqua potremmo annegare tutti.
Saluti
Pasquale Capriotti
12/03/2026

Grazie per la precisione e la schiettezza (nell’articolo di Paolo Moiola di gennaio sul Xinjiang, ndr) che arriva sempre ai nodi cruciali culturali con passo delicato e deciso. Senza dimenticare la storia.
Ultimamente mi sono imbattuta in una ricerca su bambini e adolescenti scomparsi dal 2020 in Cina. Moltissime le minoranze che restano disconosciute, fra cui quella degli Uiguri, (oppure sono) colpite dal traffico internazionale (dei minori). La Cina, purtroppo, ha rifiutato di sottoscrivere la Convenzione dell’Aja del 25/10/1980 per contrastare la sottrazione internazionale di minori ed è solo soggetto firmatario formale della Convenzione dell’Aja del 1993 sulle adozioni internazionali. Di fatto tutte le procedure civili e penali in tema di adozione internazionale dipendono dal ministero della Sicurezza che si può chiamare della sorveglianza; il ministero della Giustizia ha pochissimo margine di azione anche solo nelle procedure civili.
Ci sono ragioni storiche profondissime che l’articolo esplora molto bene.
Grazie a MC, come sempre.
Vittoria Pollini
12/02/2026
Cari Missionari,
ripensando alla visita di papa Francesco in Iraq, di cui quest’anno cade il quinto anniversario (5-8 marzo 2021), voglio ricordare e vorrei che tanti ricordassero quelle giornate meravigliose.
Voglio ricordare la solenne celebrazione nella splendida cattedrale di Qaraqosh ricostruita grazie alla collaborazione di cristiani e musulmani. Voglio pregare Nostra Signora di Qaraqosh (foto a sinistra, oggi, molto danneggiata, a destra l’originale), Regina della Mesopotamia, Regina della Terra di Abramo, perché protegga Erbil Mosul e il lago di Mosul, Tikrit, Samarra e Kirkur, Bassora e Baghdad e Nassyriah.
Voglio pregarla perché purifichi il Tigri e l’Eufrate e per il ripristino di condizioni accettabili anche dal punto di vista ecologico: i Paesi più trascurati dall’industria del turismo non possono e non devono rassegnarsi al ruolo di discariche planetarie. Sarebbe ora di fare un po’ di giustizia anche sotto il profilo naturalistico riconoscendo la potenzialità di certe aree e habitat.
Non possiamo pensare solo all’Iraq del passato e concentrare tutte le risorse, tutto l’impegno di cooperazione, tutta l’energia intellettuale sugli scavi archeologici e sulla custodia di ciò che resta della civiltà assiro-babilonese.
Anche ciò che resta (non molto purtroppo, ma potremmo anche sbagliarci…) dell’Iraq naturale, dell’Iraq selvaggio, merita considerazione e rispetto.
Oltre all’Iraq delle antiche Babilonia e Ninive, c’è l’Iraq di una fauna da rigenerare e di una flora da restaurare. Oltre all’Iraq dei musei e delle lingue morte c’è l’Iraq delle persone. Oltre all’Iraq dei Caldei vissuti 3.000 anni fa c’è l’Iraq degli odierni Caldei, quelli del patriarcato di Baghdad guidati (fino al 10 marzo 2026, ndr) dal Cardinal Raphael Sako.
Sia riconosciuto il pregio architettonico e artistico delle case, delle chiese, dei monasteri, dei minareti, delle moschee, siano istituite dalle aree protette.
Se vogliamo proseguire col nostro cammino di fede sul sentiero tracciato da papa Francesco, dalla sua Laudato si’, dal suo zelo missionario, dalla sua attenzione verso le periferie del mondo, non possiamo restare indifferenti e inattivi di fronte a situazioni come quelle che angustiano l’Iraq.
Francesco Rondina
02/03/2026, Fano
Cara redazione,
cinque anni fa papa Bergoglio
sbarcava in Iraq sognando una svolta nella storia della Chiesa e delle sue relazioni con il mondo islamico.
Spero che il suo successore faccia la stessa cosa con la Siria, ovvero un Paese costretto, non meno dell’Iraq, a fare i conti con la tremenda eredità della guerra e con un vero spaventoso degrado ambientale.
Sarebbe davvero fantastico se dopo la visita del papa figlio di sant’Ignazio di Loyola nella terra di Abramo, il papa figlio di sant’Agostino abbracciasse i figli di un altro sant’Ignazio e baciasse la terra di un altro grande patriarca, Ignazio di Antiochia.
Spero che la Siria torni a essere un Paese più simile a quello del passato remoto che del suo passato recente. Spero che l’Oronte, al pari dei suoi gemelli, il Tigri e l’Eufrate, torni a essere un fiume bello e che le sue acque tornino a essere acque bevibili per tutti, uomini e pesci, uccelli e grandi erbivori (non dimentichiamo che ancora nel V secolo la Siria ospitava elefanti selvatici).
Vorrei altresì che, accanto alla biodiversità vegetale e animale, trovasse posto nell’agenda anche la biodiversità liturgica, perché quella che c’è in Siria è inferiore a quella che c’è in Terra Santa. I riti e i calendari e i libri liturgici, come anche le chiese e i monasteri (penso a quello stupendo di Beir Mar Musa, nato a nuova vita grazie alla passione, allo zelo, all’amore dell’indimenticabile padre gesuita Paolo Dall’Oglio) non possono uscire dalla storia.
Luciano Montenigri
02/03/2026, Fano
Cari missionari,
l’impegno in favore della pace disarmata e disarmante invocata da papa Leone XIV non può prescindere da una presa di distanza netta dal modello capitalista degradato e degradante, non può rinunciare alla critica dell’imperialismo finanziario disumano e disumanizzante, non può accondiscendere a un approccio militarista depravato e depravante.
Non possiamo esimerci dal ricordare ai nostri carissimi, martoriatissimi fratelli greco cattolici ucraini, che la resistenza non armata e non violenta è doverosa e necessaria.
Il porgere l’altra guancia non è filosofia, progetto, suggerimento di tal teologo, vescovo, o papa, ma Vangelo, Vangelo di Gesù Cristo Dio. Il deporre le armi, anche se non porta alla pace giusta, è condizione indispensabile per la sua affermazione effettiva nel tempo.
Non possiamo far finta di ignorare che uno stato in più in Medio Oriente, Africa, Europa o altrove significa inevitabilmente un esercito in più, un ministro della difesa in più, un arsenale in più, una opportunità in più per chi produce mine, bombe a grappolo, granate, droni, missili, ordigni termobarici, una vittoria in più per satana e per il regno del male.
Domenico Rondina
02/03/2026, Fano
Cari missionari,
le letture che suggerite, i consigli che date sui libri da consultare, da conservare, da amare, da mettere in pratica, sono davvero stimolanti.
Mi permetto anche io di sottoporne uno alla vostra attenzione. Si intitola «I nostri cuori invincibili». È nato dall’idea di un giornalista di stabilire un contatto, un ponte, un canale comunicativo tra una ragazza palestinese, Tela, e una israeliana, Michelle.
Ebbene una delle particolarità di questo libro, una delle perle che lo rendono davvero prezioso è la posizione di Tela e Michelle sulla questione «due popoli due Stati»; entrambe preferiscono di gran lunga la soluzione dello Stato unico, di una federazione basata su eguaglianza e pari dignità.
E io per quanta stima, considerazione, devozione, amicizia e amore posso avere per chi (penso a papa Francesco, al suo successore papa Leone, al cardinale Pierbattista Pizzaballa) ha raccomandato e continua a raccomandare la soluzione di due Stati, la penso come Tela e Michelle.
Quante volte i Pontefici hanno invitato a costruire ponti non muri.
I due Stati fanno il gioco di chi preferisce la divisione (non dimentichiamo che, etimologicamente, diavolo = colui che divide), lo stato federale (foedus = patto, alleanza, unione) va nella direzione opposta.
Mario Baldassarretti
02/03/2026, Fano
Cara redazione, mandiamo in pensione i nomi propri Israele e Palestina.
«Metamorfosiamo» il linguaggio e cominciamo a parlare di Federazione israelo-palestinese con un’unica bandiera.
Disarmando il linguaggio, trasformando i sostantivi in aggettivi, è più probabile che si mettano da parte anche le armi, convertendo la terminologia, è più probabile che si riconverta anche l’industria bellica.
Donatello Di Roberto
02/03/2026, Fano
