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Il clima non è democratico

Tra responsabilità e impatti, la crisi climatica segue le linee della disuguaglianza

I paesi del Nord Europa sono spesso citati come modelli, anche per l’attenzione ad ambiente e sostenibilità. Oslo non fa eccezione, eppure anche lì i cambiamenti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. I quartieri più poveri hanno meno accesso agli spazi verdi e si trovano più lontani dall’acqua. Non è un dettaglio secondario, dato che la vicinanza a questi elementi determina la qualità dell’aria, la temperatura percepita e la salute di chi ci vive. I dati mostrano quanto questa distribuzione sia tutt’altro che casuale: a Oslo, un aumento di tremila dollari nel reddito annuo corrisponde mediamente a un aumento del 10% nella disponibilità di spazi verdi nel proprio quartiere. In altre parole, il verde urbano, una delle principali difese contro caldo e inquinamento, si distribuisce seguendo il reddito.

Il conto che pagano gli altri
Nel 2026, secondo Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito il proprio budget annuale di emissioni di carbonio (la quantità di CO₂ che può essere emessa per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°) dopo soli dieci giorni dall’inizio dell’anno. Lo 0,1% più ricco lo aveva già fatto il 3 gennaio. Eppure chi contribuisce di più al problema è anche chi ha più risorse per proteggersi dalle sue conseguenze.
Le emissioni dei più ricchi non sono solo un problema ambientale, ma anche economico e umano. Tra il 1990 e il 2050 le emissioni di consumo dell’1% più ricco del mondo stanno causando danni economici globali per decine di trilioni di dollari, concentrati soprattutto nei paesi a reddito basso e medio basso. La cifra è pari a circa tre volte i finanziamenti climatici trasferiti ai Paesi più poveri negli ultimi trent’anni. Solo quattro anni di emissioni dell’1% più ricco sono sufficienti a causare milioni di morti in eccesso per caldo nel corso del secolo, il 78% nei paesi poveri, dove chi muore è anche chi ha emesso meno.
La disparità tra Nord e Sud del mondo è forse la più evidente, ma il principio vale ovunque. I cambiamenti climatici colpiscono più duramente chi vive già in condizioni di vulnerabilità: donne, bambini, anziani, famiglie in povertà, persone migranti. Le disuguaglianze preesistenti amplificano i rischi climatici e questi, a loro volta, aggravano le disuguaglianze.
Vale anche in Europa. I paesi dell’Europa orientale e meridionale sono più esposti all’inquinamento da particolato e ozono, dipendono di più dai combustibili fossili e registrano rischi di mortalità da inquinamento più alti. In molte di queste regioni, dove i redditi sono più bassi e la disoccupazione più alta, le famiglie faticano anche a permettersi abitazioni adeguatamente riscaldate o raffreddate, proprio dove le temperature estreme sono più frequenti. Anche all’interno delle città più ricche, le comunità più svantaggiate vivono più vicino alle fonti di inquinamento, come strade trafficate e industrie. Chi ha meno reddito ha anche meno voce in capitolo su dove vivere, lavorare o mandare i figli a scuola. Il risultato è una concentrazione sistematica di anziani, bambini e famiglie in difficoltà nelle aree più esposte, con meno risorse per proteggersi.

Due casi concreti
Non è quindi solo una questione di dove si vive, ma anche di chi si è. Uno studio condotto nei Paesi Bassi su oltre 17 milioni di persone ha mostrato che i gruppi etnici minoritari sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico più alti rispetto alla popolazione di origine olandese, e che questa disparità persiste nelle aree rurali e anche a parità di posizione socioeconomica. Quindi, l’appartenenza a una minoranza etnica è di per sé un fattore di rischio ambientale, indipendentemente dal reddito.
A Londra, il problema dell’inquinamento dell’aria non finisce quando si chiude la porta di casa. Nei quartieri più poveri le concentrazioni di biossido di azoto sono più alte, anche perché le abitazioni a basso reddito si trovano più vicine alle strade trafficate. Chi vive in appartamenti piccoli e poco ventilati accumula livelli più alti di inquinanti e, trascorrendo più tempo in casa per disoccupazione, insicurezza percepita o mancanza di alternative, ne è anche più esposto. Bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari sono i più colpiti. I ricercatori chiamano questo meccanismo «triple jeopardy»: più esposti all’inquinamento, più vulnerabili ai suoi effetti e meno in grado di proteggersi. Un circolo che difficilmente si spezza con i soli comportamenti individuali, quando sono le condizioni strutturali a determinarlo.

Chi sopravvive all’estate
Le ondate di calore sono la principale causa di morte legata al clima in Europa. Nell’estate del 2025, in soli dieci giorni, il caldo ha ucciso 2.300 persone in 12 grandi città europee. L’88% ha riguardato persone over 65. Secondo uno studio, circa due terzi dei decessi sono attribuibili al cambiamento climatico: senza il riscaldamento globale prodotto dalla combustione di combustibili fossili, molti di loro sarebbero sopravvissuti.
Anche dentro le cifre si nasconde una geografia della disuguaglianza. Nella stessa estate, il quartiere di Puente de Vallecas di Madrid, uno dei più poveri della città, ha registrato temperature stradali di oltre 41°. A poche centinaia di metri, dove una fila di gelsi ombreggiava il marciapiede, si scendeva a 38°. Non è una coincidenza che il quartiere più povero abbia anche meno alberi: dal 2019 ne ha persi oltre 1.300, mentre la crescita del verde urbano si è concentrata nei quartieri a reddito medio alto. A questo si aggiunge che molte famiglie non possono permettersi l’aria condizionata.
La crisi climatica non colpisce a caso, ma lungo le linee già tracciate dalla disuguaglianza. Ridurre le emissioni è necessario, ma senza affrontare le fratture delle nostre società, continueremo a proteggere alcuni e a esporre altri. Combattere le disuguaglianze potrebbe non salvare solo le persone, ma anche essere una condizione per salvare il pianeta.

Eva Castelletti

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