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Nell’agosto del 1619 la nave inglese «White Lion» approdò a Point Comfort, sulla punta meridionale della penisola della Virginia, negli attuali Stati Uniti d’America. Aveva a bordo venti schiavi neri, probabilmente angolani.
L’evento segnò l’inizio dello schiavismo transatlantico, una pratica che avrebbe caratterizzato il mondo occidentale per circa 400 anni coinvolgendo tra i 12 e i 15 milioni di africani (a cui vanno aggiunti i milioni morti durante i sequestri e le traversate).
Nel 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite decise di dichiarare il 25 marzo di ogni anno «Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi». L’organo dell’Onu scelse quella data perché il 25 marzo del 1807 il Parlamento britannico aveva approvato una legge che proibiva la tratta transatlantica delle persone ridotte in schiavitù. La legge inglese costituì una svolta fondamentale nel circuito (legale) del traffico, anche se non determinò l’abolizione della schiavitù, che continuò per decenni in diverse regioni del mondo.
L’Unione africana ha dichiarato il periodo 2026-2035 «Decennio di azione per le riparazioni» e il Ghana è in prima linea in questa iniziativa. Molte navi negriere partirono, infatti, dalle coste di quel Paese.
Per questo, in occasione della ricorrenza di quest’anno, il presidente ghanese John Dramani Mahama ha promosso una risoluzione nella quale si esortavano gli Stati membri delle Nazioni Unite a scusarsi per la tratta degli schiavi e a contribuire a un fondo di risarcimento.
«Non esiste nulla come la schiavitù – ha detto all’inizio del suo discorso Mahama -. Ci sono stati esseri umani che sono stati trafficati e poi ridotti in schiavitù da persone che credevano di poterli possedere come merce, come loro proprietà personale».
Mahama ha fatto un lungo excurus storico ricordando le date principali dello schiavismo e non ha lesinato accuse agli Usa.

«Negli Stati Uniti – ha detto -, i corsi di storia afroamericana vengono eliminati dai programmi scolastici; le scuole sono obbligate a smettere di insegnare agli studenti la schiavitù, la segregazione e il razzismo nei corsi di storia americana».
L’Assemblea generale Onu ha, quindi, riconosciuto lo schiavismo delle persone africane come crimine contro l’umanità: 123 paesi hanno votato a favore, 52 si sono astenuti (tra i quali anche l’Italia, la Gran Bretagna e i paesi dell’Unione europea, diversi dei quali direttamente responsabili della tratta di schiavi) e soltanto 3 si sono opposti, Stati Uniti, Israele e Argentina.
Dan Negrea, rappresentante degli Stati Uniti, ha definito la risoluzione dell’Onu «altamente problematica», accusando inoltre i promotori di mettere in dubbio il sostegno del presidente Trump agli elettori afroamericani negli Stati Uniti. «Il presidente Trump – ha sostenuto – ha fatto più per gli afroamericani di qualsiasi altro presidente. Sta lavorando instancabilmente per il loro bene».
Le votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sono poco più che simboliche e senza conseguenze pratiche. Quella dello scorso 25 marzo, però, ha evidenziato una volta di più quanto gli Stati Uniti di Trump e Israele di Netanyahu (in questo caso, affiancati dalla disastrata Argentina di Milei) si siano allontanati dall’idea occidentale dei diritti umani.
Paolo Moiola