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Il 16 febbraio 2025 si è celebrata per la prima volta la solennità di san Giuseppe Allamano dopo la sua canonizzazione. Da quella data, la Famiglia Consolata ha iniziato un percorso di animazione verso il centenario della morte del suo fondatore (16 febbraio 2026). «Dopo cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i nostri due istituti si sono evoluti e trasformati; lungo gli anni si sono evidenziate situazioni nuove e nuove problematiche, ma la canonizzazione del padre fondatore ci aiuta a superare tutto e a dare risposte adeguate ai nuovi contesti se saremo capaci di riavvicinarci e identificarci al carisma da lui trasmesso», ha detto il superiore generale, padre James Lengarin.
Ravvivare e rivitalizzare il carisma che Allamano ci ha lasciato come preziosa eredità è l’impegno che accompagna i missionari lungo il cammino di quest’anno. Un carisma sbocciato dalla santità del fondatore e che raggiunge la sua massima espressione nell’impegno di vivere come santi secondo il motto a lui caro: «Prima santi, poi missionari».
Il fatto che le due famiglie missionarie fondate da san Giuseppe Allamano continuino a svolgere la loro opera, sul solco da lui tracciato, a distanza di un secolo dalla sua morte è prova certa della buona radice da cui sono germinate: la sua santità. Ecco perché questo anniversario diventa occasione per celebrare anche i 125 anni di esistenza dei Missionari e i 115 delle Missionarie della Consolata. La loro opera, in questi 100 anni, ha cambiato la vita di tante persone e di popoli interi, rivelando indirettamente i tratti della ricca personalità del padre fondatore.
«Come Famiglia Consolata desideriamo vivere intensamente questo tempo insieme a lui, contemplare la sua santità, ascoltarlo, pregarlo e sperimentarlo sempre di più come padre che illumina il nostro cammino, in cui ci sentiamo ancora una volta invitati a un rinnovamento spirituale profondo della nostra identità di missionari inviati ad annunciare il Vangelo a chi ancora non lo conosce», ha concluso padre Lengarin.
Nel celebrare il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i missionari e le missionarie, in comunione con la vasta rete dei laici missionari, amici e benefattori, guardano al futuro con spirito positivo, impegnati a cogliere i segni dei tempi, in un mondo in rapida trasformazione, per continuare a essere segni di consolazione per tutti coloro che attendono l’annuncio della salvezza di Cristo.
Sergio Frassetto

L’immagine della generazione esprime trasmissione di vita e amore. Anche san Paolo la usa con i cristiani ai quali ha annunciato il Vangelo. Fra l’apostolo e le comunità si stabilisce una relazione profonda. Esse potranno avere molti maestri… ma lui solo ne è il padre. Parole che Allamano riprende nei confronti dei suoi missionari. Espressione che dice tutto l’interesse e l’amore che egli ha per loro.
È padre, perché dona uno spirito: quel modo di percepire e di vivere il Vangelo che è tipico dei santi. Quel modo di sentire e compiere la missione che distingue i Missionari della Consolata. Questo spirito, Allamano è cosciente di possederlo. Desidera comunicarlo. Lo fa con intensità, nell’insegnamento e nei contatti personali. Ne è geloso. Non permette interferenze. Chi non lo condivide, vada pure altrove. Meglio pochi, ma radicati in quello che egli intuisce e offre come spiritualità propria dei suoi missionari.
C’è una paternità spirituale, e quindi perenne. Ma c’è anche una paternità a livello di relazioni umane. Anche questa Allamano la vive in profondità. Ognuno si sente accolto nella sua singolarità. Ognuno ascolta la sua parola di incoraggiamento. La figura del padre è quella che maggiormente impressiona quanti lo conoscono. Le testimonianze, a questo riguardo, sono numerose. Molti ricordano il primo incontro con lui, le sue parole, i suoi gesti. Ricordano il suo sorriso e le sue delicatezze verso i parenti.
Essere padre è il suo stile di educare e formare. Per lui l’istituto è una famiglia. Parla molto di famiglia e di fraternità. Tutta la formazione e tutta la vita del missionario gravitano attorno a queste dimensioni. Come un padre, Allamano racconta tutti gli eventi della famiglia. L’Africa dev’essere molto vicina per i giovani studenti di allora! Le gioie e le sofferenze di ognuno devono essere di tutti. E quello «spirito di corpo» – altro modo di esprimere la coesione della famiglia – è forte. Uno per tutti e tutti per uno. Quando la formazione era di carattere piuttosto disciplinare, Allamano è originale ed efficace nel suo metodo. Metodo e spirito che ancora caratterizzano ovunque i Missionari e le Missionarie della Consolata.
Allamano non vuole essere chiamato fondatore, anzi lo proibisce esplicitamente. La Consolata è la vera fondatrice. Ma, nonostante la sua umiltà, è fondatore. Non sono da ricercare forme straordinarie di ispirazione riguardo alle due famiglie missionarie da lui fondate. Non le ha, né le cerca. Gli bastano i richiami dall’Africa, l’abbondanza di clero in Piemonte, il desiderio di alcuni sacerdoti di andare in missione, la necessità di un nuovo tipo di suore per la missione. Gli basta la parola della Chiesa. Gli è sufficiente l’obbedienza. È in queste realtà che lo Spirito opera. Perché è certo che ogni vita nella Chiesa e ogni dono all’umanità scaturiscono dallo Spirito, inesauribile nel rispondere con creatività al dinamismo degli uomini.
Nonostante il suo pragmatismo, fatto di studio e riflessione, di sondaggi e contatti, Allamano è un uomo dello Spirito. Uomo che conduce alla santità; che rende la Chiesa sempre più idonea a svolgere la sua missione di universale sacramento di salvezza. Questi sono, infatti, i due aspetti che qualificano un fondatore: contribuire alla sempre maggiore comprensione del Vangelo e porsi al servizio della Chiesa.
Indubbiamente, Allamano è maestro di sapienza e di santità. Lo è per i seminaristi e il clero diocesano. Lo è per le molte persone di ogni ceto che ricorrevano al suo ministero di confessore e di consigliere. Ma lo è, in modo eminente, per i suoi missionari e per le sue missionarie. Il richiamo alla santità, condizione indispensabile per l’apostolato, è continuo. E a una santità specifica, da missionari. Lo si comprende soprattutto considerando i mezzi da lui suggeriti. Due espressioni caratterizzano la sua proposta a quanti intendono seguire Cristo come discepoli: «Fare bene il bene», e «essere straordinari nell’ordinario». In questo c’è dell’eroico, ci si santifica. Qui c’è l’intuizione carismatica propria di ogni fondatore nel proporre una via per vivere il Vangelo.
Il centesimo anniversario della scomparsa di san Giuseppe Allamano ci parla di vita più che di morte. Egli è vivo nella fama della sua santità, nello spirito a noi trasmesso. Vive nella paternità spirituale e carismatica. Vive nei Missionari e nelle Missionarie della Consolata che continuano a nutrirsi della sua parola. Vive in quanti ne ammirano l’attività apostolica, lo zelo pastorale, la santità sacerdotale. Vive ancora in quanti, seguendo l’opera dei Missionari della Consolata, diventano parte della loro famiglia e condividono la paternità di Allamano.
Il centenario della sua nascita al cielo contribuisce a rinvigorire questa continua presenza e vitalità che fa ardere nel cuore il fuoco della missione per portare a tutti gli uomini il lieto annuncio del Vangelo.
a cura di Sergio Frassetto

Tutti noi abbiamo potuto vedere e sentire papa Francesco pronunciare il rito della canonizzazione e abbiamo provato un’emozione traboccante nel seguire questo evento meraviglioso da lontano.
Vedere tanti sacerdoti, religiosi e laici, che parlavano lingue diverse, ma uniti in un solo cuore, celebrare come una grande famiglia ci ha riempito di gioia. Era la famiglia sognata da san Giuseppe Allamano che proprio lì, in Italia, aveva iniziato quel grande progetto missionario che oggi è una realtà in 35 Paesi del mondo.
In Venezuela, come famiglia della Consolata, abbiamo toccato quel «piccolo pezzo di cielo» il 27 ottobre 2024 con una celebrazione di ringraziamento che si è svolta nel Santuario di Nostra Signora di Coromoto, situato nel settore El Paraíso della capitale Caracas.
L’eucaristia è stata presieduta da monsignor Lisandro Rivas, missionario della Consolata, vescovo di San Cristobal. Lui e padre Nebyu Elias, superiore delegato Imc, erano appena tornati da Roma dove avevano partecipato al solenne evento della canonizzazione, per cui ci hanno trasmesso tutte le meravigliose impressioni che avevano vissuto in quell’evento.
Insieme a loro c’erano tutti i missionari e le missionarie della Consolata che lavorano in Venezuela, padre Ricardo Guillén, direttore delle Pontificie opere missionarie (Pom), padre Alfredo Infante, superiore dei gesuiti in Venezuela, padre Gonzalo Becerra, superiore dei redentoristi e il diacono permanente Eduardo Jiménez che ha annunciato il Vangelo.
È stata una celebrazione emozionante e indimenticabile per noi che facciamo parte della grande famiglia Imc, ma anche per gli amici, i benefattori, le congregazioni religiose amiche e i parrocchiani in generale. Tutti abbiamo vissuto un’eucaristia intrisa dell’ardore missionario che il nuovo santo ci ha lasciato in eredità.
Prima della messa, ha avuto luogo la XXII marcia missionaria giovanile, che si realizza ogni anno durante il mese delle missioni e che, in quell’occasione si è svolta lungo le vie circostanti, fino a concludersi in chiesa. Si tratta di un’attività di animazione missionaria nata per iniziativa dei Missionari della Consolata e che oggi si realizza in collaborazione con le Pom e la Pastorale giovanile di Caracas.
Lo scopo della marcia è di animare i giovani delle scuole, delle parrocchie e dei movimenti cattolici all’impegno missionario acquisito nel battesimo. In questa occasione, si è data particolare enfasi alla figura di san Giuseppe Allamano, missionario per eccellenza.
La camminata è stata caratterizzata da canti, dinamiche, animazioni e riflessioni su temi di attualità e sfide di interesse per i giovani, organizzati con grande creatività e fantasia dai gruppi responsabili.
Va notato che in tutte le nostre presenze missionarie, nella città di Barquisimeto, a Barlovento tra gli afroamericani, e tra gli indigeni di Tucupita e Nabasanuka c’è stato un momento di preghiera e ringraziamento.
La nostra gioia è grande: siamo felici di far parte della famiglia della Consolata e chiediamo a Dio di aiutarci a mantenere vivo questo entusiasmo per continuare a lavorare sempre in comunione confidando nell’intercessione di san Giuseppe Allamano.
padre Beni Kapala
