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Secondo Reporter senza frontiere (Reporters sans frontières, Rsf), la Cina si colloca al terz’ultimo posto nell’Indice della libertà di stampa nel mondo (World press freedom index 2025), seguita soltanto dalla Corea del Nord e dall’Etiopia. A ulteriore conferma di questa poco onorevole posizione, a metà dicembre un tribunale di Hong Kong ha dichiarato l’editore Jimmy Lay – nato a Guangzhou, 78 anni, nazionalità inglese, convertito al cattolicesimo nel 1997, in prigione dal dicembre 2020 – colpevole di cospirazione per collusione con forze esterne e di cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso. La sentenza è attesa per l’inizio del 2026.
Già nel 1989 sostenitore degli studenti di piazza Tienanmen, Jimmy Lay è sempre stato in prima linea contro il Partito comunista cinese. I giudici di Hong Kong lo hanno giudicato sulla base della legge sulla Sicurezza nazionale (Nsl), in vigore dal 30 giugno 2020 e introdotta da Pechino dopo le rivolte pro democrazia del 2019. Amnesty International la ritiene «incompatibile con i diritti umani». Nel suo rapporto uscito a giugno 2025, a cinque anni dall’emanazione della norma, l’organizzazione scrive, tra l’altro: «Le autorità hanno di fatto utilizzato la Nsl come arma per dissuadere le persone dall’esercitare i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica».
Fondato da Jimmy Lay nel 1995, con una tiratura di circa ottantamila copie giornaliere, in pochi anni il quotidiano Apple Daily era diventato uno dei principali giornali dell’ex colonia inglese. Essendo apertamente critico nei confronti dei governi di Hong Kong e della Cina, il giornale si trasformò presto in un punto di riferimento per i cittadini del movimento pro democrazia. Pagando un prezzo molto alto: con la perdita degli inserzionisti, la persecuzione da parte delle autorità e, infine, la chiusura (dopo un’invasione della redazione da parte di quasi 500 poliziotti). L’ultima edizione di Apple Daily è uscita il 24 giugno 2021.

Dopo il pronunciamento dei tre giudici del tribunale, il quotidiano cinese Global Times ha raccontato con malcelato entusiasmo la condanna di Jimmy Lay, «la sua condanna – ha scritto il 15 dicembre – fungerà da deterrente per gli attori anti Cina e anti Hong Kong». Eguale soddisfazioneè stata espressa da John Lee, l’ex poliziotto che dal 2022 guida l’esecutivo della metropoli.
A questo punto, la presa di Hong Kong da parte delle autorità di Pechino pare completata. Come dimostra anche l’ultimo accadimento. Lo scorso 14 dicembre si è – infatti – dissolto anche il Partito democratico (Dp), impossibilitato a operare e con gran parte dei propri dirigenti arrestati.
Per 156 anni colonia inglese (dal 1841 al 1997), Hong Kong era passata sotto la Cina con la promessa del rispetto del principio «un paese, due sistemi», principio totalmente disatteso da Pechino. È da questo precedente che nascono molte delle paure di Taiwan, obiettivo dichiarato del presidente cinese Xi Jinping.
Paolo Moiola