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In Mali, da inizio dicembre, si sono moltiplicati gli attacchi dei jihadisti del Jenim (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, affiliato ad al-Qaeda), sempre più vicini alla capitale Bamako.
Da inizio settembre, il gruppo islamista ha imposto un «embargo» sul carburante nel Paese, assalendo e bloccando l’afflusso di autobotti. Questo ha causato grossi problemi, soprattutto nelle città e in particolare nella capitale, metropoli con oltre tre milioni di abitanti, dove la penuria di benzina e gasolio causa lunghe file ai distributori. La difficoltà di trasportare ogni tipo di merce con i camion (il Mali non ha sbocco sul mare) ha causato un aumento generalizzato dei prezzi dei generi di prima necessità.
Si ricorda che in Mali è al potere la giunta militare comandata dal colonnello Assimi Goita dal maggio 2021. Questa era succeduta a una precedente giunta, al potere grazie a un colpo di stato nell’agosto 2020.
La situazione nel Paese è critica. Le Forze armate maliane (Fama), appoggiate da mercenari russi di Africa corps (ex Wagner) stanno avendo la peggio contro i gruppi jihadisti, e alcuni analisti ipotizzano addirittura una prossima presa di potere dei ribelli islamisti. Inoltre, i militari governativi e i loro alleati sono stati accusati di diversi massacri di civili da organizzazioni internazionali come Human rights whtch.
Il Sahel ribelle
Il Mali, insieme a Burkina Faso e Niger, ha costituito l’Associazione dei Paesi del Sahel nel settembre 2023, una piattaforma di collaborazione dei tre Paesi retti da giunte militari golpiste. Gli stessi sono quindi usciti dalla Cedeao/Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest). I tre Stati – tra i più poveri del mondo secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu – hanno interrotto la collaborazione militare e, in parte, economica, con l’Unione europea, in particolare la Francia (già potenza coloniale nell’area) per stringere alleanze in diversi settori con la Russia di Vladimir Putin.
La Cedeao/Ecowas
I capi di stato della Cedeao, si sono riuniti ad Abuja (Nigeria) nel 68esimo summit dell’organizzazione, domenica 14 dicembre. Il golpe post elettorale in Guinea Bissau del 26 novembre e il tentato colpo di stato in Benin del 7 dicembre sono stati al centro delle discussioni. Anche la lotta al terrorismo è stato un tema caldo dell’incontro.
L’idea è il lancio di una brigata antiterrorismo di circa 1.650 uomini, messi a disposizione dai dodici Stati che oggi compongono l’organizzazione. La fascia Nord dei Paesi costieri, dalla Nigeria alla Costa d’Avorio, ha infatti visto una recrudescenza della presenza della bande armate jihadiste.
I capi di Stato hanno, inoltre, ribadito la «tolleranza zero» per tutti i cambiamenti di governo non costituzionali, sempre più frequenti nell’area. Anche per questo motivo l’assemblea ha respinto il piano di transizione proposto dal golpisti della Guinea-Bissau, chiedendo un rapido ritorno a un governo costituzionale, con un processo inclusivo di tutte le forze politiche del Paese.
Jiulius Maada Bio, presidente della Sierra Leone e presidente di turno della Conferenza dei capi di stato della Cedeao, ha chiesto che la regione non sia «uno spazio di crisi ma una terra di opportunità». Ha, inoltre, ricordato l’ambizioso obiettivo di creare una moneta comune per tutti i Paesi dell’organizzazione nel 2027. Un ruolo importante lo giocherà il Senegal, in quanto sarà un senegalese a presiedere la commissione della Cedeao a partire dal luglio prossimo.
La comunità degli stati dell’Africa dell’Ovest, indebolita dall’uscita di tre paesi saheliani fondatori, deve misurarsi con la guerra contro i jihadisti, in un momento di recrudescenza degli attacchi, ma anche con i continui cambiamenti di regime incostituzionali che coinvolgono i suoi membri.
Marco Bello