Marocco. Sorvegliati speciali

Un rapporto di Amnesty International svela come vengono spiati gli oppositori

Un sistema che non parte dalle prove, ma dal verdetto. È questa la logica che, secondo un nuovo rapporto di Amnesty International pubblicato il primo ottobre 2026, governa da anni la sorveglianza di giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani in Marocco. Il documento, intitolato We Start With the Verdict: Inside Morocco’s Surveillance Machine, è stato realizzato in collaborazione con Forbidden Stories e 14 redazioni internazionali. Si basa sulla testimonianza di un ex agente della Direction générale de la surveillance du territoire (Dgst), noto con lo pseudonimo di Safir, su analisi forensi e su interviste a dieci persone prese di mira.
Tra queste figure c’è Hicham Mansouri, giornalista investigativo marocchino, cofondatore della piattaforma Hawamich, ex detenuto per accuse che Amnesty definisce «fabbricate» e oggi in esilio. Mansouri, in prima persona vittima di Pegasus (sistema di sorveglianza in grado di infiltrarsi nei dispositivi mobili), ha condotto centinaia di ore di interviste con Safir a partire dal 2023 e ha partecipato attivamente all’inchiesta del consorzio.
Secondo quanto ci ha spiegato Mansouri, le operazioni più delicate – quelle contro gli oppositori più noti e critici – passano attraverso una struttura parallela nota come «Bureau 21», collegata a Fouad Ali El Himma, consigliere del re Mohammed VI e figura tra le più influenti del regime. «È una specie di struttura parallela diretta da Fouad Ali El Himma», ci ha detto. «Poi dipende dal tipo di operazione». Per i casi considerati meno prioritari, le decisioni possono essere assunte a livello della Dgst.

Un sistema ben rodato
Il quadro che emerge non è quello di un’azione isolata. Safir descrive un ecosistema che combina strumenti digitali avanzati e metodi analogici tradizionali: spyware come Pegasus, intercettazioni telefoniche, localizzatori su auto, microfoni nascosti nelle abitazioni (come quelli installati nell’appartamento del giornalista Omar Radi), telecamere occulte, telefoni pre infettati venduti in negozi complici e reti di informatori tra i vicini. Le informazioni raccolte finiscono spesso in campagne di diffamazione sui media allineati al potere, alimentando quello che in inglese si chiama «character assassination» (distruzione della reputazione).
Mansouri, nella conversazione con noi, ha sottolineato un aspetto: «Si parte dal verdetto: questa persona verrà condannata a tot anni. Poi il lavoro dei servizi è cercare elementi che la incriminino, o altrimenti fabbricarli». La testimonianza di Safir, incrociata con verbali giudiziari e analisi tecniche, conferma pratiche già denunciate da molti accusati: atti aggiunti o rimossi dai fascicoli, prove contraddette da documenti concreti (come nel caso di Taoufik Bouachrine, accusato di reati sessuali in date e orari in cui poteva dimostrare di essere altrove). «La testimonianza di Safir conferma tutto questo, cioè una procedura già denunciata più volte dagli accusati. Ma soprattutto conferma che questi procedimenti giudiziari sono processi politici» ha dichiarato Mansouri.

Molti mezzi di controllo
Omar Radi, Soulaimane Raissouni e lo stesso Mansouri sono tra i nomi più citati. Radi ha raccontato ad Al Jazeera di aver notato per due anni anomalie sul telefono (batteria che si scaricava, surriscaldamento, rete lenta) prima che Amnesty confermasse l’infezione da Pegasus. La sorveglianza fisica era quotidiana e poco discreta. Radi ha collegato queste pratiche alle irregolarità del suo processo, dove «anche la polizia giudiziaria e i giudici erano sotto monitoraggio».
Sull’acquisizione della tecnologia, Mansouri ci ha confermato quanto emerso dalle inchieste del consorzio (pubblicate a luglio 2026 con Forbidden Stories, Le Monde e The Guardian). Per Pegasus non risulta un contratto di acquisto diretto: «Secondo le informazioni, il Marocco non l’ha comprato: è stato un regalo degli Emirati arabi uniti», ci ha detto. Esistono collegamenti con imprese emiratine, ma l’inchiesta sul versante finanziario e contrattuale non è conclusa. «Non si tratta di un solo software, ma di un intero arsenale. L’ideale è avere documenti, contratti. Ma spesso non è con i servizi segreti direttamente: ci sono intermediari, prestanome, società di comodo».
Per Mansouri, la vera scossa non è stata scoprire di essere sorvegliato (lo sospettava da tempo, perché comunicazioni private finivano sulla stampa diffamatoria), ma constatare la mole dei mezzi impiegati e il loro uso. «Mi ha scioccato la portata e il fatto che si usasse Pegasus su qualcuno come me», ci ha raccontato. «E poi, durante questa inchiesta, mi ha stupito anche scoprire la quantità di strumenti tecnici di cui dispone la Dgst. Per me è normale che un servizio segreto sviluppi o acquisti software di sorveglianza per la sicurezza dello Stato, per la lotta al terrorismo, alla grande criminalità. Ma che tutta questa energia, questi soldi e questi strumenti vengano deviati dai loro obiettivi legali e principali, è questo che mi ha scioccato. L’immagine che scopro è quella di servizi segreti occupati prima di tutto a dare la caccia agli oppositori invece che alla grande criminalità».
Questa distorsione, secondo lui, spiega perché alcuni ufficiali e agenti abbiano deciso di fuggire dalla Dgst e dal Marocco: «Hanno la sensazione di tradire i loro valori, le loro convinzioni, e di non servire il Paese».

Sara Cecchetti

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Iscriviti alla nostra newsletter