Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Cile. Il fantasma di Pinochet

Kast vince promettendo pugno di ferro su criminalità e immigrazione

Il nuovo presidente del Cile è il candidato di estrema destra, ultraconservatore del Partito repubblicano e nostalgico del regime di Pinochet. José Antonio Kast vince con il 58% dei voti, 17 punti percentuali in più rispetto alla sua antagonista, Jeannette Jara, rappresentante del Partito comunista, che porta a casa solamente il 41% delle preferenze, nonostante la vittoria nel primo turno del 16 novembre con un lieve vantaggio sull’avversario.
Kast ha 59 anni, è di origine tedesca ed è figlio di un militare che secondo fonti ufficiali avrebbe militato nel partito nazista di Adolf Hitler, anche se il neopresidente ha negato in molteplici occasioni il coinvolgimento della sua famiglia con il dittatore tedesco. Tuttavia nella sua campagna elettorale ha dimostrato di apprezzare il pugno duro dei regimi militari, citando molteplici volte Augusto Pinochet, che, secondo la sua opinione, avrebbe votato per lui se fosse stato vivo.


La vittoria di Kast era nell’aria già dalle ore successive al primo turno, grazie all’endorsement dei partiti di destra sconfitti, tra cui la destra tradizionale guidata da Evelyn Matthei che hanno fatto convolare i loro voti sul candidato del Partito Repubblicano. A questi si sono aggiunti anche parte dei sostenitori di Franco Parisi, economista antisistema arrivato terzo con il 20% dei voti.
Kast entra a «La Moneda», lo storico palazzo presidenziale, alla sua terza candidatura, dopo quattro anni di governo di centrosinistra guidato da Gabriel Boric, che ha riconosciuto la vittoria dell’avversario di fronte alla sconfitta di un progetto politico di sinistra, in continuità con il governo uscente, incarnato proprio da Jara, ex ministra del Lavoro.
Le elezioni più polarizzate degli ultimi decenni in Cile, segnate da toni radicalmente agonistici, hanno premiato un programma politico che promette tolleranza zero verso la criminalità e verso i migranti, in linea con le politiche di Donald Trump, ma anche dell’estrema destra latinoamericana, come quella incarnata da Nayib Bukele, presidente del Salvador, noto per aver smantellato le pandillas a scapito delle libertà di espressione e di manifestazione, con migliaia di arresti arbitrari e durissimi regimi detentivi in cui sono finite diverse persone innocenti, accusate di essere parte di bande criminali solo per la presenza di un tatuaggio.


Il programma anti migranti
Kast ha vinto anche, e soprattutto, grazie al suo programma di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere, volto a ridurre l’immigrazione irregolare, che definisce un atto di delinquenza e una minaccia alla stabilità del Paese, piuttosto che un’emergenza umanitaria.
Il presidente eletto promette lo schieramento delle forze armate e dei Carabineros e la sospensione di qualsiasi diritto costituzionale in un perimetro di dieci chilometri dalle dogane ufficiali. Ciò trasformerebbe le frontiere in vere e proprie terre di nessuno, dove potrebbero verificarsi violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui perquisizioni domiciliari, sospensione della libertà di transito, controlli senza giustificazione legale. A questo si aggiunge il progetto di costruire muri, sul modello di Stati Uniti, Israele e Ungheria.
Di fronte a questo scenario, molti migranti venezuelani già residenti in Cile stanno valutando di lasciare il Paese. Tuttavia, a causa dell’aumento dei controlli alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, la maggior parte dei migranti latinoamericani sta tornando nei Paesi di origine, fatta eccezione per i venezuelani che, impossibilitati a rientrare in una nazione schiacciata dalla crisi economica e dalle recenti minacce e pressioni statunitensi, puntano a dirigersi verso Paesi del Sud come il Cile, appunto, che a partire dal 2013 era stato uno dei principali Paesi di destinazione per chi fuggiva dal regime di Maduro.
A questo punto, la svolta a destra del Cile apre un grande interrogativo sul destino dei migranti venezuelani, cubani e haitiani che, respinti dagli Stati Uniti dopo la fine dei programmi umanitari di accoglienza, si ritrovano sospesi e incastrati tra un Nord che non li accetta e un Sud che, con Kast, rischia di trasformarsi in uno specchio delle politiche statunitensi di respingimento.
Le reazioni dei leader latinoamericani
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha ripudiato l’elezione di Kast in maniera diretta. Sul social X ha dichiarato che «non stringerà la mano a un nazista, e meno ancora a un figlio di nazisti, che sono la morte fatta persona. È triste che oggi la gente torni a votare i propri Pinochet».
Petro è stato uno dei pochi leader latinoamericani a non congratularsi per la vittoria, mentre presidenti della sua parte politica come Claudia Sheinbaum, in Messico, e Luiz Inácio Lula da Silva, in Brasile, hanno inviato messaggi di auguri al nuovo presidente cileno, auspicando una collaborazione per il bene del continente.


La ciclica svolta a destra dell’America Latina
L’America Latina non è estranea a governi di destra e ultranazionalisti, che ciclicamente tornano al potere come un abito sempre di moda. La vittoria di Kast rappresenta per il Cile proprio la svolta più a destra degli ultimi 35 anni, dal ritorno della democrazia dopo la dittatura di Pinochet.
Sebbene le tendenze ultranazionaliste del presidente eletto siano particolarmente esplicite, anche in Paesi come Bolivia e Honduras, dove i risultati elettorali sono ancora oggetto di dispute e problemi di conteggio, la sinistra sembra stia scomparendo velocemente.
Attualmente sono undici i Paesi dell’America Latina governati dalla destra: Cile, Bolivia, Honduras, Argentina, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Panama, Paraguay, Perù e Repubblica Dominicana. In quest’ultimo la violenza contro i migranti e le persone dominicane di origine haitiane rese apolidi da una politica razzista e discriminate, ha raggiunto i livelli tra i più alti del continente.
Resistono grandi colossi regionali come Brasile, Messico e Colombia, particolarmente influenti nel continente da punto di vista economico e politico. Tuttavia, la retorica della lotta all’immigrazione irregolare, violenta nei toni e nei fatti, sembra piacere così tanto da spingere l’elettorato latinoamericano sempre più destra. Kast è solo uno dei volti più recenti di questa narrativa inumana ma vincente.

Simona Carnino

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Cambiare il mondo comincia da te. Diamo voce ai valori umani: iscriviti e fai la differenza!