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Stati Uniti. Un musulmano per New York

La prima sconfitta interna di Donald Trump

Si chiama Zohran Mamdani ed è nato a Kampala, in Uganda, nel 1991. Da gennaio 2026 sarà il primo sindaco musulmano di New York, la metropoli del mondo, la città simbolo degli Stati Uniti. In quanto migrante e – di conseguenza – statunitense naturalizzato, Mamdani non potrà mai essere eletto per la Casa Bianca. Tuttavia, la sua (clamorosa) vittoria elettorale rappresenta la prima, seria sconfitta del presidente Donald Trump in patria, amplificata dai risultati in Virginia e New Jersey, stati in cui due candidate democratiche sono state elette a governatrici.

Figlio della nota regista indiana Mira Nair e del professore universitario ugandese Mahmood Mamdani, da poco sposato con Rama Duwaji, ventottenne di origini siriane, dal 2020 Zohran Mamdani è un membro dell’Assemblea dello Stato di New York e un esponente della minoranza socialista del Partito democratico. Il suo programma è incentrato, com’è giusto che sia, sui problemi di NewYork, ma è comunque rivoluzionario, per lo meno per un paese come gli Stati Uniti.

Esso prevede di congelare gli affitti degli appartamenti per oltre due milioni di inquilini, di creare un sistema di trasporto pubblico veloce e gratuito, di rendere più facile crescere una famiglia attraverso un’assistenza all’infanzia gratuita fino ai cinque anni, di fermare l’aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità con la creazione di supermercati comunali. Con quali risorse finanziare interventi tanto impegnativi? La risposta si trova sul sito del vincitore: «l’amministrazione Mamdani – si legge – ha un piano per finanziare questo programma aumentando le tasse sulle aziende più redditizie e sui newyorkesi più ricchi, invertendo decenni di tagli fiscali e disinvestimenti».

Difficilmente tutto questo giungerà a compimento, ma il dado del cambiamento è stato tratto. Come si è capito dalla reazione stizzita del presidente Trump, che a New York è nato e in cui ha il quartiere generale la sua impresa (la «Trump Organization»).

Le due nuove governatrici democratiche di Virginia (Abigail Spanberger) e New Jersey (Mikie Sherrill).
E il titolo con cui il quotidiano italiano «La Verità» ha annunciato la vittoria di Mamdani.

Prima, durante e dopo la contesa elettorale, il tycoon non ha nascosto la propria rabbia contro l’esponente democratico (un «candidato comunista», ha scritto su Truth, il suo social network, lo scorso 3 novembre, mentre il giornale italiano La Verità ha fatto sintesi definendolo «islamocomunista» e Libero ha immediatamente parlato di «milionari in fuga dal sindaco comunista»). Il presidente Usa ha minacciato di tagliare i fondi federali alla metropoli e apostrofato come stupidi gli ebrei (a New York sono 1,4 milioni) che avessero votato per Mamdani, acceso sostenitore della causa palestinese. Alla fine, dopo la più alta affluenza alle urne degli ultimi 50 anni, il democratico ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti (oltre un milione di preferenze), surclassando gli avversari Andrew Cuomo e Curtis Sliwa.

Il New York Times, il quotidiano statunitense più anti trumpiano, non ha sostenuto apertamente la campagna elettorale di Mamdani a causa di alcune sue idee politiche (sul dipartimento di polizia, su Hamas, su alcune proposte socialiste) e per la sua inesperienza manageriale. Tuttavia, ha applaudito la sua vittoria suggerendogli – nell’editoriale del 5 novembre – di concentrarsi sui miglioramenti della vita dei cittadini newyorkesi per diventare «uno dei grandi sindaci della città».  

Dopo la giustificata esultanza, adesso per il neo sindaco inizierà il lavoro, che – alla luce delle tante aspettative e di altrettanti dubbi – non sarà affatto facile.

Paolo Moiola

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