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Per il clima è arrivata una piccola, buona notizia. Lo scorso 23 luglio la Corte internazionale di giustizia (Icj) dell’Aia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha risposto ad alcuni quesiti in materia di cambiamenti climatici. Questi erano stati formulati in una risoluzione dell’aprile 2023 dell’Assemblea generale, a sua volta interpellata nel 2019 da un gruppo di studenti dell’«Università del Sud Pacifico» con sede a Suva, nelle isole Fiji. L’iniziativa è partita da giovani di uno dei paesi più colpiti dalle conseguenze dell’innalzamento delle temperature. Per esempio, secondo dati ufficiali, alle Fiji il livello del mare cresce di 6 millimetri all’anno.
Ebbene, la Corte di giustizia ha deliberato all’unanimità (15 giudici su 15) che i vari trattati sui cambiamenti climatici stabiliscano obblighi vincolanti per gli Stati al fine di garantire la protezione del sistema climatico e dell’ambiente dalle emissioni di gas serra di origine antropica.

Secondo i giudici della Icj, il limite di 1,5°C è un obiettivo giuridicamente vincolante ai sensi dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici sottoscritto nel 2015 da 195 Paesi. Il diritto internazionale – si afferma – impone agli Stati l’obbligo di adottare misure preventive e precauzionali per evitare danni climatici. Gli Stati sono altresì responsabili delle emissioni degli attori privati operanti sul proprio territorio. In particolare, ciò significa che gli Stati che producono combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) vengono messi sotto giudizio: qualsiasi espansione della produzione comporterà un aumento dei rischi legali. Per la Corte, oggi le prove scientifiche permettono di attribuire le emissioni ai singoli Stati, comprese quelle storiche. Ciò consente agli Stati danneggiati dal cambiamento climatico di invocare la responsabilità legale. I paesi sviluppati hanno – infine – la responsabilità di aiutare i paesi in via di sviluppo a sostenere i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici.
Il parere della Corte di giustizia è spiegato in maniera puntuale in 457 punti distribuiti in un dispositivo giuridico lungo 140 pagine. Per riassumere in un unico concetto, secondo i 15 giudici dell’Aia, gli Stati debbono rispondere delle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Giusto, ma il passaggio dalla teoria alla pratica pare complicato. Come dimostra – ad esempio – la decisione di Donald Trump (21 gennaio 2025), presidente degli Stati Uniti, secondo Paese più inquinante del mondo dopo la Cina, di uscire dall’Accordo di Parigi.
Per non parlare della variabile temporale. Sono trascorsi sei anni tra la richiesta degli studenti universitari delle Fiji e la risposta della Corte internazionale di giustizia. Per questo e in attesa della Cop30 (Belém, novembre 2025), non è il caso di esultare vista la velocità con la quale i cambiamenti climatici stannoavanzando.
Paolo Moiola