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Africa-Giappone. Concluso il summit di Yokoama

Cinquanta Paesi africani in meeting con il Giappone per il 9° Ticad

A fine agosto, a Yokohama (seconda città giapponese dopo Tokyo), si è tenuta la nona Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano (Ticad). Il summit – a cui hanno preso parte leader e rappresentanti di 50 Stati africani – si è concluso con l’adozione della Dichiarazione di Yokohama.
Nel documento, emerge un rinnovato interesse del Giappone per l’Africa, sulla scia di uno scenario internazionale dove il continente è teatro di competizione tra grandi potenze. Ma la Dichiarazione parla anche della necessità di collaborare per crescita economica e sviluppo sostenibile proficui per entrambi.

Aiuti e investimenti
Il Ticad è nato nel 1993 come spazio dove leader africani e giapponesi, esponenti di organizzazioni internazionali (come Unione africana e Nazioni Unite) e donatori pubblici e privati potessero dialogare sullo sviluppo del continente. Prima conferenza di questo genere, è stato un modello per iniziative simili, come il Forum sulla cooperazione Cina-Africa, il Vertice Stati Uniti-Africa e il Summit Unione europea-Africa.
Inizialmente, i Ticad si sono concentrati unicamente sullo sviluppo dell’Africa. Dal 2008 poi, hanno iniziato a guardare alla cooperazione economica e il numero di manager, industriali e imprenditori partecipanti è aumentato drasticamente, mentre termini come sviluppo tecnologico, infrastrutture, innovazione e sostenibilità hanno cominciato a essere pronunciati sempre più frequentemente.
Nell’ultimo ventennio, in media, le aziende giapponesi hanno investito 7 miliardi di dollari l’anno in Africa. Mentre gli aiuti allo sviluppo sono rimasti stagnanti (intorno ai 2 miliardi di dollari l’anno): per i leader giapponesi, infatti, fornire solo aiuti non stimola a sufficienza l’economia, cosa che invece accade quando si crea uno scambio di conoscenze, competenze e tecnologie tra aziende giapponesi e africane.

Interessi economici
L’economia ha quindi dominato l’ultimo Ticad. Negli ultimi trent’anni, infatti, il Pil dell’Africa subsahariana è cresciuto fino a 2.000 miliardi di dollari nel 2024 (cinque volte quello dei primi anni Duemila) e nel 2025 si prevede una crescita del 4% (quella mondiale è al 2,8%).
Cifre che hanno spinto il Giappone ad annunciare l’«Iniziativa per la regione economica dell’Oceano Indiano-Africa», una zona economica integrata, che unisce Africa e Asia sudoccidentale (dove numerose aziende giapponesi sono presenti da tempo). Infatti Tokyo – la cui politica estera mira anche a contrastare la Cina – vuole assicurarsi una fetta del mercato africano, in crescita, incentivando le esportazioni delle aziende giapponesi in Asia sudoccidentale e l’apertura di sedi nel continente.
Attualmente, però, il Giappone è ben lontano da Pechino. Nel 2024, la Cina ha esportato in Africa merci per 178 miliardi di dollari, mentre il Giappone si è fermato a 8,5 miliardi. Solo 900 aziende giapponesi operano nel continente (a fronte di oltre 10mila compagnie cinesi).
A limitare la presenza giapponese in Africa è soprattutto l’avversione delle aziende al rischio, che nel continente è considerato elevato a causa di instabilità politica, conflitti ed epidemie. Tuttavia, l’attuale governo giapponese – consapevole della crescita economica dell’Africa e della sua ricchezza di risorse – sembra voler invertire la rotta.
Un tassello fondamentale è lo sviluppo del corridoio di Nacala, che collega Paesi senza sbocco sul mare, ma ricchi di risorse (come lo Zambia) al porto mozambicano di Nacala sull’Oceano indiano (di cui il Giappone ha finanziato lo sviluppo infrastrutturale). Le industrie giapponesi infatti dipendono quasi totalmente dall’importazione di materie prime (tra cui minerali africani): come per altre potenze, anche per Tokyo, assicurarsi rotte commerciali e forniture costanti è una priorità nazionale.

Questione di demografia
Ma al Ticad si è parlato anche di sviluppo digitale, intelligenza artificiale, robotica, agritech e sanità. Per sviluppare questi settori, il Giappone ha annunciato che, tra il 2026 e il 2028, sosterrà la strategia per il settore privato della Banca africana di sviluppo con 810 miliardi di yen (circa 5,5 miliardi di dollari). Inoltre, si è impegnato a formare 300mila persone in tre anni (di cui 30mila sull’intelligenza artificiale).
L’obiettivo è sviluppare il capitale umano africano e consolidare le relazioni economiche a vantaggio di entrambi: il Giappone – sempre più anziano e dove forza lavoro e capacità produttiva si stanno riducendo – e l’Africa – in crescita demografica e con tassi di disoccupazione (soprattutto giovanile) destinati a crescere.
A sintetizzare come queste due sfide potrebbero intrecciarsi e trovare l’una la soluzione nell’altra sono state le parole del Primo ministro giapponese Sherugu Ishiba in chiusura del forum: «Vorrei collegare le risorse umane e materiali dell’Africa alla crescita del Giappone e alla prosperità globale, in modo tale da beneficiare sia il Giappone che l’Africa».

Aurora Guainazzi

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