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«La Russia che si ribella» è un libro agevole, che si legge tutto d’un fiato. Non è un trattato sistematico sull’opposizione in Russia. Ce la fa conoscere attraverso esperienze dirette di cinque persone che hanno cercato di ribellarsi. Tutte e cinque sono state intervistate nel marzo 2022, subito dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2023 a distanza di un anno, e nel gennaio 2024, appena prima della chiusura del libro.
Si tratta di Ljudmilla (i nomi sono tutti di fantasia per ovvi motivi), una delle ultime reduci dell’assedio nazista di Leningrado (come si chiamava allora l’odierna San Pietroburgo) tra il 1941 e il 1944, che smonta la retorica patriottica su cui si fonda la giustificazione del regime di Putin e, in particolare, dell’attuale guerra all’Ucraina. Il secondo intervistato è Ioann, prete ortodosso, perseguitato dal regime, cacciato dalla sua Chiesa perché ha tenuto prediche critiche sulla guerra. Il terzo si chiama Grigorij, ricercatore universitario, che ha svolto sondaggi in cui svela ciò che il potere non vuol sapere. Il quarto è Ivan, attivista contro la guerra a Mosca, emblema di ciò che accade a chi osa manifestare. Infine, c’è Katja, studentessa all’Università di Mosca, redattrice di un giornalino studentesco indipendente, oggi ovviamente chiuso.
Il dato positivo è che nessuno dei cinque si è arreso: sono tuttora tutti attivi e impegnati. Quello negativo è che tutti, eccetto l’anziana di San Pietroburgo, vivono fuori dalla Russia. Dalla lettura di queste vicende sorgono diversi spunti di riflessione. Innanzitutto, sul progressivo irrigidimento del regime. In secondo luogo, sulle previsioni errate, fatte in Occidente e negli ambienti di opposizione in Russia, di una crescente difficoltà del regime a sostenere una guerra prolungata: l’economia non è crollata, il reclutamento dei soldati è avvenuto senza suscitare proteste visibili, il consenso è rimasto alto, soprattutto tra gli oligarchi, e – al momento – non si sono viste crepe nel regime.
Altro elemento che va sottolineato è la convinzione, comune a tutti gli intervistati, dell’estrema pericolosità di Putin e delle sue mire espansionistiche. La situazione è paragonata a quella dell’Europa degli anni Trenta, in questo condividendo le tesi degli occidentali più oltranzisti e in contrasto a quello che pensano molti pacifisti.
Alle testimonianze si aggiunge una riflessione dei due autori sulla situazione dell’opposizione, una cronologia del regime dal 2000 al 2024 e un «glossario della resistenza».
Il libro descrive la trasformazione della democrazia autoritaria russa in «democratura», o democrazia illiberale, e – infine – in dittatura tout court. Un processo progressivo, prima lento e poi sempre più veloce.
Occorrerebbe riflettere su questa involuzione, perché nessuno standard democratico è dato una volta per sempre: si inizia dall’accentramento dei poteri in un capo (questo era presente nella costituzione del ’93 che accentrava tutti i poteri nel presidente della Federazione russa); si passa alle limitazioni dei diritti di riunione, manifestazione, stampa; si obbligano le organizzazioni a registrarsi; si dichiarano quelle ostili come agenti stranieri; si chiudono partiti, e – alla fine – il regime è completo.
Nel frattempo, alcune persone spariscono, vengono uccise per strada, o vengono inghiottite nei meandri del sistema carcerario. Il tutto sempre giustificato dalla necessità della sicurezza nazionale, della difesa del «nostro mondo», perché «siamo aggrediti», «attaccati» o, comunque, «lo stanno per fare».
In queste condizioni la domanda da porsi non è tanto «perché i russi non si ribellano», che molti in Occidente si fanno (concludendo poi che i russi sarebbero «geneticamente» inclini a genuflettersi al potere e a rimanere passivi e obbedienti), ma «come i russi si ribellano».
È la domanda cui tenta di rispondere questo libro, e su cui si concentra la riflessione finale degli autori.
Fare manifestazioni oggi in Russia significa incorrere in una repressione terroristica. Allora, chi resiste si inventa altri metodi, apparentemente depoliticizzati, come protestare con scritte sui muri, lasciare biglietti e volantini nelle stazioni dei mezzi pubblici, fare petizioni perché madri dei caduti, partecipare alle elezioni pur «farlocche» per dare segnali di preferenza ai candidati civetta, pur di diminuire il consenso a quelli del regime.
Insomma, i russi che si ribellano ci sono. Molti sono fuggiti (si parla di più di mezzo milione) ma molti sono rimasti in patria. Si vedono poco, ma in ogni regime dittatoriale è così: fino a quando la situazione non diventa esplosiva passando all’insurrezione, le critiche, le opposizioni rimangono sotterranee.
«La Russia che si ribella» fornisce una panoramica dettagliata e articolata di questa complessa realtà politica e sociale.
In attesa che il dialogo tra i paesi belligeranti diventi concreto (sta faticosamente accadendo mentre scriviamo queste righe), il libro di Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese è anche un motivo di riflessione per noi che ci opponiamo alla guerra e alla deriva militarista in corso. Nella giusta critica alle scelte della classe politica occidentale, non dimentichiamo mai le condizioni dei russi e la denuncia chiara e senza sconti del regime tirannico ed oppressivo che Putin ha imposto su tutta la Russia.
Paolo Candelari
Centro studi Sereno Regis


Per approfondire la conoscenza della resistenza russa, si segnalano questi due siti: