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Noi e Voi, Lettori e Missionari in dialogo

A proposito di castità

Castità: ma perché la chiesa di Roma si ostina a non rendere facoltativo il voto di castità? Un religioso non si sente di sposarsi, bene, un altro desidera sposarsi bene.

Perché continuare a questa violenza contro la natura biologica umana della castità? Io e lei siamo nati grazie all’unione dei nostri genitori, non da angeli.

Quante violenze sessuali di religiosi che sentiamo ogni giorno scomparirebbero. Gli ortodossi, i luterani e i tanti gruppi cristiani hanno già fatto da secoli e decenni questo passo di sincerità morale. Se la Chiesa cattolica vorrà vedere ancora vocazioni deve avere coraggio vero. Non belle parole. So che questa mia email non verrà pubblicata, però per l’affetto che ho fin da bambino alla rivista, mi sono permesso di scriverle.

Alfio Tassinari
Cervia (Ra), 15/05/2025

Grazie per questa email che mi dà l’opportunità di approfondire il punto «castità».

Anzitutto, parlando di castità nell’editoriale non mi riferivo al «voto di castità» che è una scelta libera che uomini e donne fanno sia per la vita religiosa, che per il sacerdozio. Pensavo alla castità come parte qualificante dell’amore.

Parto da un elemento di base: con il battesimo tutti siamo chiamati alla santità, nel senso che lo scopo della nostra vita è vivere come figlie e figli di Dio imitando Gesù nella pratica del suo comandamento nuovo «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). Da questo noi saremo riconosciuti come «suoi». È in questo contesto che la castità trova il suo vero significato, e non si riduce semplicemente all’astensione dai rapporti sessuali. Castità è fare una scelta di amore totale per l’amato o l’amata (che sia Dio o lo sposo o la sposa). Un amore libero e liberante, con cuore puro, con gratuità, senza mai possedere o usare le persone come oggetti sessuali. È guardare agli altri con occhi limpidi. Diventa così una marcia in più del vero amore, che sia vissuta nelle relazioni tra le persone in generale, o nella vita di coppia.

Aggiungo alcune considerazioni. Si parla e sparla tanto degli abusi commessi da sacerdoti e persone consacrate. Non intendo qui scusare chi li ha fatti o continua a farli. Ma la realtà è molto più complessa. Le statistiche ci dicono che gli abusi e le violenze sessuali non sono un «privilegio» dei religiosi, ma sono diffusi, e in percentuali anche più alte, in tutti gli ambiti della vita umana. Personale sanitario, insegnati, professionisti dello sport e dello spettacolo, uomini e donne sposati, religiosi di altre confessioni, imprenditori e persone normali sono protagonisti di abusi e violenze. Senza parlare dell’infedeltà matrimoniale attraverso la frequentazione di prostitute. E poi la pedofilia, la pornografia (che prosperano sul web), la violenza sulle donne, la tratta, il traffico di minori e altri simili abusi sulla dignità delle persone, sono realtà che coinvolgono milioni di persone (anche sposate) e stanno corrompendo sempre più anche giovanissimi.

Nella Chiesa il problema certo esiste, ma, a differenza che in altri ambiti, c’è anche molta consapevolezza accompagnata da un forte impegno a prevenire e porre rimedio al fenomeno.

C’è anche un altro aspetto che fa riflettere: nella nostra società sempre più giovani non si sposano o lo fanno in età molto avanzata. Potrebbe una giusta comprensione della castità aiutarli a vivere l’amore con pienezza?

In questo contesto, allora, la castità, che – ripeto – non è semplicemente l’astensione dal sesso, diventa una proposta importante e rivoluzionaria. Perché vivere la castità è donazione totale, fedeltà, rispetto – anche per una coppia sposata -, un modo profondo, pulito, libero e liberante di vivere l’amore e le relazioni interpersonali.

Se la castità fosse qualificata solo dalla fisicità dell’astensione dal sesso senza divenire, invece, scuola e palestra di amore vero, come quello di Gesù per noi, allora sarebbe solo sterilità e nulla più.

Fra martino campanaro

Gent. Direttore,
in ogni numero della rivista trovo luoghi che ho frequentato e sui quali avrei qualcosa da aggiungere. Tra l’altro negli anni qualcosa di mio l’avete pubblicato. Di solito non vi scrivo, anche perché le descrizioni dell’autore sono sempre precise e ben circostanziate. Ma sul Myanmar mi aveva profondamente coinvolto e sento che devo aggiungere qualcosa soprattutto dopo la immane tragedia che lo ha colpito nel marzo scorso.

Con alcuni amici avevo visitato il Myanmar nel 2010. Avevamo deciso di evitare, nei limiti del possibile, i luoghi turistici e percorrerlo in barca, sui fiumi. Fermandoci in ogni villaggio che avremmo ritenuto interessante e andando a visitare siti archeologici pochissimo frequentati. Volevamo il contatto con la gente vera, non condizionata dal turismo. E quei contatti li abbiamo avuti.

Per sdrammatizzare un poco la gravissima situazione attuale, allego qualche paginetta simpatica tratta dal mio scritto: «Fra Martino Campanaro in birmano» che i bimbi cantavano ovunque ci fermassimo. Cordiali saluti

Mario Beltrami
Sesto San Giovanni (Mi), 19/05/2025

Grazie di cuore. Sì, la tua firma è già apparsa su MC tanti anni fa. Ecco di seguito alcuni testi e foto di quegli indimenticabili ricordi dal Myanmar.

Yaung Song Ballons: «Frà Martino campanaro» in Birmano

Tornando verso la barca nel villaggio di Shwe Inn Thein, in uno spiazzo che porta alle stupe sono attratto da un asilo dove bambini stanno giocando. Chiedo alle due maestre il permesso di entrare e fare qualche foto, cosa concessa senza difficoltà. Bimbi in fibrillazione e zampillanti come popcorn per l’insolita visita. Dopo tanti sorrisi e cicalecci, un bimbo intona un motivetto familiare, subito assecondato dagli altri.

Non ho difficoltà a riconoscere Frà Martino Campanaro, ovviamente in birmano. L’intono anch’io in italiano e mi ascoltano affascinati ed esterrefatti nello stesso tempo. Non riescono a capire come un extraterrestre, che arriva da zone lontane anni luce, possa conoscere questo motivo. Piace il din don dan finale che manca nella loro versione. Decidiamo di comune accordo (non difficile da raggiungere visto che loro parlano il loro dialetto e io il dialetto milanese), di aggiungere il din don dan alla loro versione.

Per la cronaca il titolo della versione birmana è Yaung Song Ballons, che significa «Palloncini colorati».

Villaggio di Main Thauk: si ripete il canto Frà Martino

Prima di lasciare definitivaente il lago Inlè, facciamo un’ultima puntatina al villaggio di Main Thauk, a non più di dieci minuti di barca. Troviamo un asilo e il gentilissimo invito ad entrare.

I bimbi, gasatissimi, cantano in nostro onore e, come per incanto, si ripete il Frà Martino.

Rispondo alla canzoncina con la versione italiana. Più smaliziati dei loro amichetti di Shwe Inn Thein (forse vedono qualche bianco in più), non restano per niente ammutoliti. Mi lasciano finire e, invitati dalla maestra, la riprendono in birmano facendomi tranquillamente capire che dopo tocca ancora a me. Anzi, lo devo stare seduto in mezzo a loro. La cosa si prolunga gioiosamente e, se non ce ne dovessimo andare, chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata.

Shwe Pyi Thar: il villaggio del sorriso

La navigazione sulla nostra barchetta scorre lentamente anche per godere della bellezza della natura intorno a noi. Decidiamo una sosta in un piccolo villaggio, poverissimo. Decine di bambini ad accoglierci sulla riva e ad accompagnarci nel nostro girovagare.

Qui purtroppo non c’è scuola ma, sotto la direzione del capo villaggio, ci intonano dei canti fra i quali non può mancare Frà Martino. Ormai lo consideriamo una sorta di inno nazionale. I bimbi ci stanno vicini, si lasciano fotografare, ma non chiedono nulla.

E questo, abituati ai bimbi questuanti di tantissimi altri Paesi, ci riempie di gioia. Solo pochi, i più fortunati, frequentano una scuola in un villaggio vicino. La scuola costa e solo alcuni se la possono permettere (lasceremo qualche soldino al capo villaggio, davanti a tutti, per aiutare ad aumentarne il numero). Fra i fortunati, nessuna bambina. A loro non serve. Il loro futuro prevede altri compiti. Sarebbe un’inutile perdita di tempo.

Guardo una bimbetta di una decina d’anni. Ricambia il mio sorriso con tanta dolcezza. Lo sguardo è vispo, dentro quella testa, c’è intelligenza da vendere. Perché le deve essere negato il diritto di conoscere ed essere schiavizzata con lavori massacranti, senza alcuna gratificazione?

Sempre che non arrivi qualcuno senza scrupoli che con due soldini e false promesse se la porti via per avviarla su altre strade.

I bimbi del monastero di Bagaya

Il monastero di Bagaya, realizzato in tek circa due secoli fa, è una delle più interessanti testimonianze buddhiste.

Ma da qualche tempo è anche ricordato per la caratteristica torre pendente che l’affianca. Contrariamente alla più famosa Torre di Pisa nostrana, qui la pendenza è stata causata da un terremoto. Ha subito lesioni, ma è ancora concesso salire fino in cima. Non saprei dire se questa concessione è dovuta al turismo, o se siano stati effettuati seri controlli che ne hanno attestato l’agibilità. Fino a metà ci si arriva con una malconcia scala esterna in legno; l’ultimo pezzo è interno in un budello largo mezzo metro.

Ma a me piace ricordare questo monastero per una importante iniziativa. L’unico monaco rimasto ha raccolto bambini che non vanno a scuola e insegna loro le regole del buddhismo tramite la lettura delle sacre scritture. 

Si potrà obiettare che non è un gran che. Che non imparano matematica e inglese, che potrebbero tornare loro comodo.

Ma, vedendo il bicchiere mezzo pieno, non è che imparando a leggere e memorizzare quei testi, non sappiano poi leggere altre cose. E imparando quei caratteri, possono anche capire come metterli a loro volta sulla carta. Anche per scrivere cose diverse. E imparando a leggere e scrivere cose diverse, se hanno la volontà di farlo, potrebbero anche cimentarsi (perché no?) con materie diverse.

Mario Beltrami

MC: semina consapevolezza e amore

Uscito dalla sede torinese (di MC), mi sono chiesto come e quando «Missioni Consolata» fosse arrivata a casa nostra. Entrato con la leggerezza accattivante delle sue copertine, la franchezza degli editoriali, la chiarezza tipografica del sommario, ci ha presto abituato ad alcune rubriche: i dossier documentati, «E la chiamano economia» di Francesco Gesualdi fra i principali. Così, da circa 15 anni, il mix convincente di «aspirazione alla consapevolezza imbevuta d’amore» frena lo scorrere della nostra quotidianità «obbligandoci» a spunti di riflessioni speciali.

Da sempre mi hanno stupito i sorrisi delle copertine, sorrisi che indicavano livelli di realtà comunque presenti al di là delle innegabili situazioni critiche, spesso drammaticamente critiche. Qualche anno fa – insegnavo ancora – mi ero rivolto per mail direttamente a padre Gigi Anataloni chiedendogli il modo di accedere all’enorme archivio della rivista nell’interesse della ricerca dei miei studenti: accordato senz’altro e velocemente. Nel tempo ho mantenuto fermo il desiderio di rendermi conto di persona della «realtà redazionale» di MC e finalmente – terza discesa a Torino dalla Bolzano altoatesina – mi sono ritagliato il tempo necessario.
Incontro prudentemente cordiale all’inizio, ma sempre più affettuosamente e profondamente informativo tanto più quanto più cresceva la percezione dell’autenticità dell’interesse reciproco. Così padre Gigi mi ha introdotto passo passo al cuore pulsante della rivista e della sua passione di direttore responsabile: documentare fatti/esperienze riuscendo a coglierne – al di là degli innegabili problemi – l’alito dell’amore che tesse ragioni di vita. C’è molto di più, anche se magari meno visibile, nella realtà ma bisogna saperlo cogliere.

E le diapositive che mi mostrava (diapositive che affondavano in decenni e decenni passati, fra tecniche di proto-fotografia e proto-realizzazione pratica dell’immagine), così come alcune grandi immagini appese alle pareti chiedevano esplicazioni.

«Perché tanto lavoro manuale e poca meccanica, poca tecnologia, al tempo d’oggi?». «Pensa al frutto dell’acquisto di una macchina, Marco, a cosa lascia nel corso del tempo. Tu vedi qui una fila di persone impegnate in lavoro manuale faticoso, ma non vedi le relazioni che intanto si sono stabilite, le competenze che vengono passate. In questo modo (d’accordo, forse ai tuoi occhi paradossale) si è dato lavoro per anni, una rete di civiltà ha potuto stabilizzarsi. Tante sono le variabili da considerare in un progetto, tante! E solo il tempo può dire se la scommessa è stata vincente, quella per noi fondamentale: la scommessa della civiltà dell’uomo».

Leggevo recentemente: «Nasciamo con un amore innato per la verità, ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia di impaccio» (Roger Money-Kyrle). Ed anche, di Altan: «Cosa dice la tua coscienza?». «Ne ho diverse: sono indeciso su quale mi conviene usare».

Ecco, esperienze come la mia quel pomeriggio aiutano a trovare una bussola per non rimanere tristemente prigionieri del quid di amara ragione che pure contengono sentenze simili.

Proprio perciò ho apprezzato la schiettezza con la quale una dinamica suora proveniente da quello che una volta si chiamava «Terzo mondo» si è congedata ridendo da me: «Ah, lei è un professore… A cosa serve?». Perché i professori servono, certamente, quelli veri però!

Grazie padre Gigi, il nostro incontro mi ha donato una scheggia di gioia vera. E Dio solo sa di quanta ce ne sia bisogno.

Marco Bertorelle
Bolzano-Bozen, 02/02/2025

Grazie anche a te della tua visita. Anche per noi l’incontro con i nostri lettori è importante. Felici poi se riusciamo a essere complici di insegnati nell’aprire gli occhi dei nostri giovani a una visione diversa e più fraterna del mondo intero.

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