Rebecca, bellissima e coraggiosa

Tra i molti personaggi che affollano i testi biblici, alcuni sembrano semplici espedienti narrativi per passare ad altro. Tra i patriarchi, ad esempio, Abramo e Giacobbe sono due pietre miliari, mentre Isacco, che è in mezzo, è forse ricordato soprattutto perché stava per essere sacrificato dal padre. Succede qualcosa del genere anche per sua moglie, Rebecca, come attestato persino dal suo nome, che potrebbe significare «legame, corda»: un personaggio che non sembra essere significativo di per sé, ma per la sua finzione.

Ciò non toglie che, invece, anche lei, pur non essendo per nulla perfetta, ci offra molto.

Il libro della Genesi ce la presenta in tre scene, apparentemente slegate tra di loro. Proviamo ad attraversarle in ordine inverso, partendo dall’ultima.

Abbandoniamo l’ordine cronologico, più naturale, perché ci resti in mente soprattutto ciò che voleva ricordassimo chi ha scritto il testo.

Una madre non imparziale

È molto probabile che ricordiamo gli episodi nei quali viene raccontato come Giacobbe riesce a sottrarre il diritto di primogenitura al fratello gemello Esaù. Prima offrendo al fratello esausto una minestra di lenticchie, poi ingannando il padre Isacco. Non sempre ci ricordiamo che nell’inganno la madre Rebecca ha un ruolo essenziale.

Lei, che è stata sterile, ha avuto una gravidanza gemellare (Gen 25,21). Fin dal grembo sentiva i due gemelli litigare, e li avrebbe visti in conflitto tra loro per gran parte della loro vita.

Da subito, il narratore (25,28) rende chiaro che il primo a uscire dal grembo, Esaù, è il «cocco di papà», perché anche lui, come Isacco, ama la cacciagione. Giacobbe, invece, senza che il narratore ne spieghi il motivo, è il preferito della madre. Può darsi che una parte di ragione risieda nell’oracolo che è stato offerto a Rebecca quando si è stupita della lotta che sentiva svolgersi nella sua pancia (vv. 22-23). Le è stato detto che da lei sarebbero nati i capostipiti di due popoli che si sarebbero fatti la guerra, e che il maggiore avrebbe servito il minore.

Secondo la mentalità semita, da cui provengono i testi biblici, ciò che accade nel mondo dipende strettamente da ciò che è voluto da entità invisibili, a partire da piccoli spiriti salendo su fino alle divinità più alte. Non ha senso opporsi a ciò che succede.

Verrebbe da dire, allora, che Rebecca sceglie di appoggiare Giacobbe perché è quello che Dio le ha indicato come futuro vincitore. Si potrebbe però anche dire, in modo più coerente con l’intera vicenda di Rebecca, che la donna si accordi a ciò che sa di non poter cambiare. Come un atto di docilità al volere divino.

In ogni caso, non si può certo dire che si tratti di una donna passiva o succube (Gen 27,1-29). Vede decadere la salute del marito, sa che la benedizione divina e l’eredità da primogenito non si trasmettono in modo automatico ma devono essere evocate dal patriarca, ascolta ciò che Isacco dice a Esaù («Sto per morire, va’ a cacciare, cucinami qualcosa, mangiamolo insieme e ti benedirò») e si mette in movimento. Ordina a Giacobbe di macellare e preparare due capretti, mentre lei penserà alla cucina. Ma non si limita a questo: sa che il marito, pur essendo ormai cieco, potrebbe sospettare l’inganno, e organizza il rimedio, facendo coprire con pelli di capra le braccia del suo figlio prediletto, molto meno peloso del fratello.

Quando poi l’inganno va in porto, davanti alla prevedibile ira di Esaù che decide tuttavia di attendere la morte dei genitori per vendicarsi, organizza anche la fuga di Giacobbe, mandandolo dal proprio fratello Labano, lontano, da dove era venuta lei (Gen 27,30-41). Rebecca non può sapere che là suo figlio troverà due mogli, greggi, schiavi e figli (Gen 29). Di fatto, però, è la sua idea a rendere possibile che il capostipite del popolo sopravviva ed erediti la benedizione divina. Non potrebbe accadere nulla di tutto questo senza di lei, che per la prima volta nella vita assume una decisione netta, anche contro la volontà del marito.

La bella moglie

Prima di queste vicende, infatti, Rebecca pareva subire ciò che le succedeva senza reagire. Il secondo episodio che la vede in scena è un racconto curioso, che, come abbiamo già accennato in precedenza, si ripete uguale tre volte: in due casi coinvolge Abramo e Sara, in Egitto (Gen 12,10-20) e a Gerar (Gen 20). Nel terzo caso coinvolge, invece, Isacco e Rebecca, di nuovo a Gerar (Gen 26,1-12).

Non dovrebbero stupirci questi casi di doppioni, che nei racconti biblici più antichi si trovano per diverse ragioni. Ci interessa di più che questo episodio sia inserito anche nella vicenda di Rebecca.

Da una parte, serve a legare ancora di più la vicenda di Isacco e Rebecca alla modalità di vita dei suoceri: anche Abramo e Sara hanno vissuto qualcosa di simile, anche Isacco si sente chiamato da Dio a restare dove il Signore gli indica (vv. 2-4).

La storia di Rebecca ricorda quella di Sara, remissiva e ubbidiente nei confronti del marito benché anche attiva e senza scrupoli quando si tratta della sorte del proprio figlio. Il racconto dice che Isacco, nell’ascoltare l’invito divino a trattenersi a Gerar, tra i filistei, teme per la propria incolumità a motivo della bellezza della moglie. Le chiede quindi di spacciarsi per sua sorella, immaginando così di attirare meno l’invidia e l’ostilità degli abitanti del posto. È il re dei Filistei a intervenire quando vede Isacco e Rebecca «scherzare tra loro», comprendendo che non sono fratello e sorella. A quel punto, rimprovera il patriarca, perché ha esposto a sacrilegio gli abitanti del posto, e vieta a chiunque di insidiare la sicurezza o l’intimità dei due sposi. È un racconto che serve a scoprire rispetto, onestà e correttezza anche tra i nemici più giurati, inoltre ribadisce che la protezione divina assicurerà salvezza dai pericoli, al punto da far ottenere a Isacco risultati straordinari persino dalla sua semina in un terreno nemico, con una resa del cento per uno (v. 12).

Per quanto riguarda Rebecca, la scopriamo bellissima ed estremamente collaborativa con il marito.

Una sposa per il figlio

Tutto resta però segnato dalla vicenda con cui Rebecca si presenta nel racconto biblico. Di nuovo, a muovere la vicenda sono gli uomini, ma pare davvero che le donne la vivano più in profondità, offrendo un senso ulteriore e pieno.

Il mondo culturale nel quale si muovono i patriarchi biblici non pensa a leggi valide per tutti, ma a rapporti personali che si basano anche sulla forza e la protezione, a livello di rapporti di famiglia e di clan. È il mondo semita antico, per il quale ogni contributo proveniente dall’esterno delle proprie cerchie è problematico. Per questo, in quella cultura, è molto diffuso il matrimonio tra cugini, così da non disperdere conoscenze e proprietà al di fuori della comunità più stretta.

Anche i patriarchi si adeguano a tale stile: quando Abramo fu vecchio e suo figlio ormai grande, decise che doveva pensare a una moglie per lui, prendendola però non tra i suoi vicini cananei, ma dalla sua terra di origine e tra la gente da cui era venuto lui. Per questo manda il proprio servo nella terra da cui lui è emigrato (Gen 24).

Già il dialogo con cui il servo chiede delucidazioni ad Abramo è particolare. Gli domanda, infatti, che cosa fare se, trovata una ragazza adatta, questa non voglia seguirlo. È un’ipotesi possibile. Ci stiamo infatti sempre confrontando con un mondo duro, senza garanzie, senza consuetudini condivise al di fuori del proprio ambito o clan.

Per una ragazza che può essere protetta solo dal padre o dal marito, accettare di lasciare il padre e andare lontanissimo presso genti sconosciute, senza nemmeno conoscere il marito o la sua parentela, sarebbe stata una decisione avventata.

Abramo è chiaro: non vuole per il figlio una moglie cananea, però non può tornare alla sua terra di origine senza trasgredire al comando di Dio che gli ha detto, a suo tempo, di andarsene da lì. Tra le due opzioni, quella che ha meno peso è il progetto umano di prendere moglie «tra i suoi». Manda, quindi, il suo servo indicando un segno quasi magico: «Dio stesso manderà il suo angelo davanti a te per indicarti la moglie di mio figlio» (v. 6). E così in effetti accade.

La sposa coraggiosa

Il servo di Abramo arriva a Nacor, città che non viene citata in nessun altro passo della Bibbia, nella regione tra i due fiumi di Aram-Naharaim, nome che rimanda agli aramei, popolazione seminomade abbastanza disprezzata, e alla regione «tra i due fiumi». L’indicazione potrebbe suggerire l’area del Nord della Mesopotamia, ma in modo molto approssimativo.

Lì il servo di Abramo vede una ragazza che va ad attingere acqua, come facevano in molte, ma che accetta di servire dal pozzo prima lui, un forestiero che si accosta a una giovane sconosciuta. Sicuramente una ragazza coraggiosa, ma anche generosa e disponibile, perché l’acqua è un bene prezioso nel Vicino Oriente, e a fine giornata, con tante incombenze ancora da portare a termine, era più difficile far spazio ad altri.

Le cose si sviluppano rapide: il servo dona un monile prezioso alla ragazza, viene ospitato a casa di lei dove le offre di condurla in sposa a Isacco. La sua famiglia prova a opporre un poco di resistenza, a rimandarne la partenza, ma lei è decisa, e solo quando arriverà vicina a Isacco si coprirà il volto, come consueto per le giovani ragazze.

Ci troviamo di fronte a una giovanissima donna coraggiosa, grintosa, capace di scelte decise e dure, ma nello stesso tempo molto disponibile e generosa, pronta a sacrificarsi per chi non conosce ed è, in fondo, solo il servo di un uomo praticamente senza fissa dimora.

Una donna per tutti i tempi

Nei pochi episodi che parlano di Rebecca, proprio questo emerge con decisione. Di certo, non si tratta di una protagonista di grandissime imprese. Discreta e nascosta, potremmo non notarla. Nel suo inganno ai danni del marito per favorire il proprio figlio prediletto, potremmo addirittura biasimarla.

Gli autori biblici, però, la notano e la apprezzano, vedono una persona capace, pronta ad abbandonare la casa di suo padre per andare là dove Dio la chiama, anche se lo fa tramite le parole di un servo. Capace, cioè, di fidarsi del volere divino anche quando questo non si esprime in modi assolutamente chiari. Come lei, anche noi, che non siamo nobili e non siamo eroi, siamo chiamati alla fedeltà e all’accoglienza nelle condizioni umane più normali e «banali». Nello stesso tempo, potremmo essere anche coinvolti in scelte faticose e scomode, persino in apparenza non equilibrate e neutrali. Rebecca è riuscita a essere mite e disponibile ma anche a vedere con intelligenza ciò che accade e interagire con grinta.

Gli autori della Genesi avrebbero potuto non occuparsi di lei, ma hanno deciso invece di notarla, certamente perché è Dio stesso che vede, apprezza, approva e ama persone umili, ma sicure di sé, che anche il nostro mondo di solito trascura.

Angelo Fracchia
(Donne nell’AT, 2 – continua)

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