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Lo scorso autunno 2025 abbiamo assistito a un fenomeno di quelli che gli analisti di geopolitica fanno fatica a prevedere e a comprendere: la Global Sumud Flotilla, con il suo seguito di grandi mobilitazioni di piazza.
Un appello internazionale cui avevano risposto diverse persone provenienti da più parti del mondo. Persone di diversa estrazione sociale, religione diversa, o di nessuna religione.
Si era costituita una flotta di imbarcazioni con lo scopo di forzare l’assedio di Gaza, cui il mondo assisteva impotente da tempo, e di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.
La Flotilla era formata da circa cinquanta imbarcazioni, con più di cinquecento volontari a bordo.
Le barche sono partite da diversi porti del Mediterraneo, in due ondate successive, portando alla martoriata popolazione di Gaza aiuti umanitari, cibo e materiale sanitario.
Un’impresa folle, destinata al fallimento. All’inizio presa sottogamba da Israele, poi considerata una minaccia alla sua sicurezza.
È stata un’impresa che ha dato vita a qualcosa di straordinario e imprevisto: attorno alle piccole imbarcazioni, disarmate, piene di «folli», si è generata una solidarietà internazionale amplissima, che ha portato a una mobilitazione mondiale, ottenendo che il problema di Gaza e della Palestina, venisse messo in cima all’agenda politica globale. Tutto all’insegna della nonviolenza.
Ecco che allora i «folli», che hanno avuto il coraggio di mettere in gioco le loro vite, i loro corpi, si sono dimostrati più razionali e realistici dei politologi che imperversano da anni a cercare di dimostrare che solo la forza militare, la minaccia, e l’esercizio della violenza, contano nell’agone internazionale.

Tra quei «folli» coraggiosi c’era Claudio Torrero, il monaco buddhista, ma che si dice anche di fede cristiana, Dharmapala.
Da tempo impegnato nella ricerca di una spiritualità condivisa, fondatore della rivista
«Interdependence» (un nome che indica la dipendenza reciproca di cui sarebbe necessario che prendessimo coscienza).
A 69 anni ha messo in gioco se stesso per quello che ha definito un «atto d’amore», una decisione maturata come una «chiamata, una scelta più spirituale che politica».
Dharmapala ha sentito di doversi imbarcare «per partecipare sia della sofferenza dei palestinesi sia di quella catastrofe morale che si è abbattuta su Israele e sull’ebraismo», scrive.
Partito da Otranto il 27 settembre 2025 sulla nave «Conscience», è tornato a casa il 12 ottobre. Durante quei giorni ha tenuto un diario quotidiano che ha pubblicato sul sito di Interdependence: le sue riflessioni sul viaggio con la barca, vista come l’arca che tenta di preservare la vita sulla Terra mentre infuria il diluvio, ma vista anche come arca dell’alleanza. Il diario è scritto fin quando, l’8 ottobre, l’arca è entrata nel ventre della balena, e il suo autore è stato arrestato in acque internazionali dall’esercito israeliano con un atto di vera e propria pirateria.
Il libro, edito da Gondour, nella sua prima parte intitolata «Sull’arca», raccoglie questo diario di bordo. La seconda parte, «Memorie dal ventre della balena», scritta dopo il rientro a casa, tratta dell’esperienza di detenzione, del male visto e subito.
In appendice, è pubblicato un articolo scritto da Claudio Torrero un mese prima di partire, dal titolo «Gaza, la Croce e la Shoah», nel quale il monaco buddhista riflette su quello che definisce il nodo irrisolto tra l’Ebraismo basato sulla Bibbia, la rivelazione del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e la Croce di Gesù, il sacrificio di sé.
Chiude il volume un appello, «Mai più per nessuno», scritto un mese prima di partire insieme a esponenti e amici del mondo ebraico, contrari alla politica attuale di Israele.
Quel «mai più», pronunciato all’indomani dell’Olocausto, non può essere circoscritto al solo antisemitismo, ma è, e deve essere, universale: mai più razzismo, odio tra i popoli che porti a giustificare un genocidio.
Nel libro di Dharmapala si trovano l’ansia, la paura, lo sgomento, la scelta del coraggio, la meditazione, la riflessione. E poi la descrizione del male incontrato con la prigionia.
Ciò che non si trova nelle sue pagine sono parole di odio e di giustificazione della violenza.
La Flotilla è stata una grande impresa nonviolenta. Gli attivisti partecipanti – pur partendo con posizioni differenti sia nei confronti del conflitto israelo-palestinese sia di fronte all’uso della forza militare – hanno accettato questa modalità e si sono preparati con grande serietà.
«La Flotilla è una grande esperienza di nonviolenza in stile strettamente gandhiano – scrive l’autore del libro -, quindi non soltanto un certo tipo di azione politica, che si distingue dalla lotta armata, bensì un’azione innanzitutto spirituale, che trasforma la situazione, e anche coloro contro cui ci si rivolge, perché in primo luogo trasforma chi la compie».
Paolo Candelari
Centro studi Sereno Regis


