Italia- Africa. Meno aiuti, più business

Le promesse del Piano Mattei per l'Africa

Il raccolto di soia appena trebbiato nei mille ettari già coltivati a Malolo, nella regione del Niari in Repubblica del Congo, rappresenta il primo frutto operativo del «programma Area» e segna una svolta storica nell’attuazione del Piano Mattei per l’Africa, i cui risultati sono stati presentati il 16 luglio a Jolanda di Savoia presso la sede del gruppo Bf (ex Bonifiche ferraresi, importante gruppo agro industriale italiano).
Avviata nel gennaio 2024 dal governo italiano con un quadriennio di operatività, la nuova strategia per il continente africano si fonda sull’eredità ideale di Enrico Mattei, lo storico presidente dell’Eni che negli anni Cinquanta teorizzò un modello di cooperazione internazionale non predatorio, basato sulla valorizzazione delle risorse locali e sul rispetto della sovranità dei popoli partner. L’iniziativa intende superare le tradizionali logiche assistenziali per costruire un partenariato paritario e duraturo, strutturato per sostenere la crescita socioeconomica dell’area, garantire la sicurezza alimentare ed energetica e contrastare le cause della migrazione irregolare.

Fondi stornati da altro
Sul piano economico, l’architettura finanziaria dell’intesa mobilita una dotazione iniziale complessiva di 5,5 miliardi di euro, ripartita tra tre miliardi messi a disposizione dal Fondo italiano per il clima e 2,5 provenienti dai canali della cooperazione allo sviluppo, a cui si sommano quattro miliardi di garanzie Sace (Società che assicura il commercio estero) e specifici plafond di Cdp (Cassa depositi e prestiti) e Simest (società del gruppo Cdp, che sostiene la crescita e la competitività delle imprese italiane nel mondo offrendo servizi per l’internazionalizzazione delle loro attività). per stimolare gli investimenti privati. Con circa il 70% del Fondo clima vincolato all’Africa, oltre un miliardo e mezzo di euro risulta già impegnato o allocato in progetti esecutivi nei Paesi partner. Questo quadro operativo promuove un modello di governance integrato in cui l’intervento del Maeci (ministero degli Affari esteri e la cooperazione allo sviluppo) si unisce alla capacità industriale del settore privato italiano, combinando crediti agevolati, finanziamenti a fondo perduto e garanzie per innescare processi di crescita autosostenibili.
«Il Piano Mattei – sottolinea Maddalena Procopio, analista dell’European Council on foreign relations – ha cambiato l’approccio dell’Italia nei confronti del continente africano. Si adotta una lente diversa da quella tradizionale degli aiuti allo sviluppo per riconoscere che l’Africa ha interessi strategici che coincidono con quelli italiani. Si è preso atto che nel continente non c’è solo bisogno di aiuti, ma anche di investimenti in diversi campi (agricoltura, istruzione, energia, ecc.) e di un rapporto commerciale più equilibrato. Il governo italiano ha quindi mobilitato proprie risorse, ma ha avviato anche una serie di collaborazioni con istituzioni finanziarie africane. E ciò ha dato agli stessi africani l’impressione che Roma voglia davvero instaurare un rapporto paritario che miri all’integrazione delle economie piuttosto che allo sfruttamento».

Molti gli interventi programmati
L’architettura complessiva del piano, secondo quanto riporta la Relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano Mattei, si sviluppa su scala continentale ed è andata progressivamente espandendosi, passando dalle nove nazioni individuate nella fase di avvio fino a coinvolgere 18 Paesi africani, con un portafoglio di 76 interventi attivi articolati lungo sei direttrici d’azione strategiche.
Nel campo dell’istruzione, della formazione e della cultura, che raccoglie 40 iniziative, spiccano la creazione del Centro italoalgerino Enrico Mattei per la ricerca e l’innovazione in agricoltura, i programmi per la formazione professionale turistica nell’arcipelago di Zanzibar e gli accordi per il rafforzamento dell’istruzione tecnica e scolastica in Etiopia e Tunisia.
La direttrice energetica annovera 21 progetti volti alla transizione ecologica e alla sicurezza dei rifornimenti, tra cui figura la connessione elettrica sottomarina Elmed tra Italia e Tunisia, l’impianto fotovoltaico Abydos 2 in Egitto, lo sviluppo di biocarburanti avanzati in Kenya e l’ammodernamento delle reti elettriche in Costa d’Avorio e Congo.
Per quanto riguarda l’agricoltura e la pesca, i 19 interventi attivi sono orientati al recupero dei terreni semi aridi in Algeria, alla creazione del polo agroalimentare di Manica in Mozambico e ai programmi per la sovranità alimentare in Senegal.
Nell’ambito delle infrastrutture fisiche e digitali, che conta 19 misure, si inseriscono il sostegno al Corridoio di Lobito e lo sviluppo della Digital flagship. Completano il quadro 11 iniziative dedicate alla gestione delle risorse idriche e al contrasto della siccità in Marocco, Kenya e Rwanda, e nove progetti per il rafforzamento dei servizi sanitari regionali, con interventi mirati nel Tigray (Etiopia) e percorsi per la formazione di personale medico specializzato.

Meno cooperazione, più investimenti
«Tracciare un bilancio completo del Piano Mattei non è ancora possibile – conclude Giovanni Carbone, docente dell’Università degli Studi di Milano e senior research fellow all’Istituto per gli Studi di politica internazionale (Ispi) -. Possiamo dire che, a due anni dalla presentazione, l’iniziativa ha finalmente preso il via affermando una nuova idea di collaborazione con l’Africa che cerca di trovare un punto di equilibrio fra gli aiuti allo sviluppo (che vengono mantenuti) e un approccio più incentrato su un incremento di investimenti e scambi commerciali. In questo progetto sono stati coinvolti molti attori diversi: non solo organizzazioni della società civile, ma anche enti pubblici, imprese private, università, ecc. Da parte africana c’è stata un’accoglienza sostanzialmente positiva. Gli Stati africani guardano con sempre maggiore interesse a relazioni economiche franche e a maggiori investimenti oltre al coinvolgimento di istituzioni finanziarie locali. Sarà il tempo a dirci se l’approccio è giusto e quali risultati produrrà».

Enrico Casale

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