Le scalate della «Lady di ferro»

Una svolta storica

Dopo 140 anni di premier uomini, Sanae Takaichi è la prima donna alla guida di un governo giapponese. Leader del partito conservatore e nazionalista, Takaichi non è certamente una femminista. Tuttavia, la sua salita al potere potrebbe aiutare le donne in un Paese in cui la parità di genere è inesistente.

Sanae Takaichi è diventata la prima donna nella storia del Giappone a ricoprire la carica di Primo ministro, ponendo fine a 140 anni (dal 1885) di governi esclusivamente maschili. Per questo il 21 ottobre 2025 è divenuta una data storica per il Paese del Sol levante.

La scena del suo insediamento era, in sé, eloquente: una donna al vertice assoluto del potere, in un’aula quasi interamente occupata da uomini.

Nata nel 1961 a Yamatokō-riyama, senza retroterra politico familiare, Takaichi ha costruito la propria carriera da zero. Prima conduttrice televisiva, poi stagista del Congresso statunitense, infine deputata dal 1993, ha cambiato diversi partiti prima di approdare stabilmente al Partito liberal democratico (Pld). Si era già candidata alla leadership del Pld nel 2021 e nel 2024, perdendo entrambe le volte. Al terzo tentativo, nell’ottobre 2025, ha vinto.

Ha poi sciolto anticipatamente il Parlamento e convocato elezioni per l’8 febbraio 2026, trasformando la pressione cinese su di lei in carburante elettorale: il Pld ha conquistato 315 seggi, superando da solo la maggioranza dei due terzi.

donne giapponesi in una foto d’epoca. – national-museum-of-denmark-unsplash

Un paradosso di genere

La prima domanda che molti si sono posti è stata: è una buona notizia per le donne giapponesi? La risposta degli esperti è: non necessariamente. Il Giappone si colloca al 118° posto su 148 Paesi nel Global gender gap report 2025. Le donne rappresentano appena il 15,7% dei seggi parlamentari, i salari femminili sono inferiori del 22% rispetto a quelli maschili, e la legge sul cognome unico coniugale – che nel 95% dei casi si traduce nel cognome del marito -, resta invariata.

Takaichi si oppone a qualsiasi riforma su quel fronte, definendo la proposta del doppio cognome «distruttiva per il sistema familiare». Si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha dichiarato che il concetto di work-life balance (equilibrio vita-lavoro) «è un’idea sbagliata» e, nel primo gabinetto, ha nominato solo due donne su venti ministri.

La ricercatrice Rosalind Dixon l’ha inserita nel gruppo del «femminismo abusivo» – accanto a Thatcher, Le Pen e Meloni -, che usa la retorica della rappresentanza femminile per legittimare agende che perpetuano le disuguaglianze. Mari Miura della Sophia University è stata lapidaria: «Il soffitto di cristallo non è stato rotto, è stato fatto un piccolo foro».

Eppure, il quadro non è completamente negativo: Takaichi ha introdotto agevolazioni fiscali per le aziende con asili nido interni e ha reso deducibili le spese per le babysitter. E la cosiddetta sanakatzu, la moda ispirata al suo stile, con borse e penne rosa, ha fatto di lei un’icona involontaria tra le giovani giapponesi, mostrando che la visibilità femminile ai vertici ha un impatto culturale indipendente dalle intenzioni politiche di chi la incarna.

L’economia

In economia, Takaichi è la candidata di continuità dell’«Abenomics», la strategia dell’ex premier Shinzō Abe, suo mentore, basata su spesa pubblica espansiva, politica monetaria ultra accomodante e investimenti strategici. I suoi avversari hanno già coniato il termine «Sanaenomics».

Il programma prevede un bilancio record da 122mila miliardi di yen (656 miliardi di euro) per il 2026, con massicci investimenti in semiconduttori, intelligenza artificiale, biotecnologie e difesa.

Sul costo della vita, con l’inflazione oltre il 3% e il prezzo del riso aumentato del 68%, ha proposto l’abolizione della tassa dell’8% sui consumi alimentari e sussidi mirati per le famiglie a basso reddito.

I critici, Fondo monetario internazionale incluso, avvertono che senza disciplina fiscale il debito pubblico, già al 250% del Pil, il più alto tra i Paesi avanzati, rischia di esplodere ulteriormente. Takaichi ha – finora -ignorato questi richiami, preferendo rispondere all’urgenza del consenso. Una posizione che l’ha già messa in rotta di collisione con il governatore della Banca del Giappone, Kzuo Ueda, che intende alzare i tassi senza precondizioni politiche.

giapponesi in vestiti tradizionali. – susann-schuster–unsplash

Il «tech-sovranismo»

Il curriculum scientifico e tecnologico di Takaichi è tra i più solidi che un premier giapponese abbia mai portato in carica. Ha guidato il ministero per la Politica scientifica e tecnologica, il ministero per

l’Innovazione, il ministero degli Affari interni e delle Comunicazioni, e infine, sotto

Kishida, il ministero per la Sicurezza economica, dove ha costruito l’architettura legislativa per proteggere le filiere produttive strategiche dalla dipendenza da fornitori stranieri e dagli investimenti esteri in settori sensibili.

Come premier ha dichiarato di voler fare dell’intelligenza artificiale una priorità assoluta, riconoscendo il ritardo del Giappone rispetto a Cina e Stati Uniti. Ha rafforzato la cooperazione con Washington sulla sicurezza dei dati e delle terre rare. La sua visione della tecnologia è profondamente connessa alla sicurezza nazionale: non separa mai l’innovazione dalla difesa, i semiconduttori dalla sovranità militare. È un approccio «tech sovranista» in cui lo Stato guida la ricerca in funzione degli interessi nazionali (declinato in chiave democratica, ma con un’intensità che ricorda il modello cinese più che quello liberista americano).

Revisionismo e nazionalismo culturale

una giovane; il Giappone ha un basso tasso di natalità e un’alta età media – jin-nishichan-unsplash

L’elemento più controverso del profilo di Takaichi agli occhi dei vicini asiatici è la sua visione della storia imperiale giapponese. Iscritta al Nippon Kaigi, l’organizzazione ultranazionalista che nega il massacro di Nanchino e promuove una lettura revisionista della Seconda guerra mondiale, ha minimizzato più volte le atrocità dell’esercito imperiale e si è opposta a richieste di scuse formali verso i Paesi asiatici occupati.

Il simbolo più esplosivo è il santuario Yasukuni, che onora i caduti giapponesi, inclusi quattordici criminali di guerra di «Classe A» condannati dal Tribunale di Tokyo.

Dal 1985 nessun premier in carica lo aveva visitato ufficialmente, con la sola eccezione di Abe nel 2013, che scatenò una crisi diplomatica con Cina e Corea del Sud.

Takaichi non si è limitata alle dichiarazioni di intenti: nell’aprile 2026, in coincidenza con l’approvazione parlamentare della riforma sull’export di armi letali, ha inviato al santuario offerte rituali, scatenando una dura reazione di Pechino.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha definito il gesto «un’offesa alla giustizia e una provocazione contro le vittime di guerra», mentre sui social cinesi l’hashtag legato all’offerta ha raggiunto oltre 29 milioni di visualizzazioni in poche ore. La coincidenza delle due mosse, riarmo e omaggio ai criminali di guerra, non è apparsa casuale agli occhi dei vicini asiatici.

La crisi con Pechino

Il 7 novembre 2025, tre settimane dopo l’insediamento, Takaichi ha innescato la peggiore crisi diplomatica sino-giapponese degli ultimi anni.

Durante una sessione della Dieta nazionale (il parlamento giapponese, ndr) ha affermato che un attacco o un blocco militare cinese a Taiwan potrebbe costituire una «situazione che minaccia la sopravvivenza» del Giappone, termine tecnico-giuridico preciso che, nella legislazione del 2015, autorizza il Giappone all’autodifesa collettiva, ovvero all’intervento militare in difesa di un alleato. Per la prima volta, un premier giapponese ha collegato esplicitamente Taiwan alla sicurezza nazionale nipponica.

Pechino ha reagito furiosamente. Il ministero degli Esteri cinese ha chiesto una formale ritrattazione, accusando Tokyo di voler sfruttare la questione taiwanese per giustificare la propria espansione militare. Sono seguite ritorsioni economiche informali, calo del turismo cinese, pressioni sui mercati automobilistici e attacchi diplomatici alle conferenze internazionali.

Takaichi ha reagito trasformando la crisi in una risorsa. Anziché cercare la de-escalation, a gennaio 2026 ha sciolto il Parlamento e ha presentato l’ostilità cinese come prova della minaccia esterna che il Giappone deve fronteggiare.

Alle elezioni anticipate di febbraio, il risultato è stato chiaro: il mandato più ampio conquistato da un premier giapponese da decenni.

Pechino aveva commesso un errore di calcolo colossale: le sue pressioni non avevano intimidito Takaichi, le avevano consegnato una vittoria storica. Merito soprattutto dei giovani, che adorano l’esuberanza della loro premier e la modernità con cui si propone al suo pubblico.

Showa 100th Anniversary Ceremony is held at Nippon Budokan in Chiyoda Ward, Tokyo on April 29, 2026. Showa era is a period of Japanese history corresponding to the reign of Emperor Showa (Hirohito) from December 25, 1926, until his death on January 7, 1989. This year marks exactly 100 years since the beginning of the Showa era. Japanese Emperor Naruhito and Empress Masako attend the event. ( The Yomiuri Shimbun ) (Photo by Pool for Yomiuri / The Yomiuri Shimbun via AFP)

«Japan first»

In politica estera, Takaichi combina nazionalismo «Japan First» e solida alleanza con Washington. Ha accelerato il riarmo portando il bilancio della difesa verso il 2% del Pil, con la spesa 2026 che ha superato i 9mila miliardi di yen (48,5 milioni di euro), un record assoluto. Ha avviato la revisione dei documenti strategici fondamentali della difesa, dispiegato sistemi missilistici a Yonaguni, a pochi chilometri da Taiwan, e dichiarato al congresso del Pld di aprile 2026 che «è giunto il momento» di riformare la Costituzione, con l’obiettivo di arrivare a un referendum entro un anno. La prospettiva ha scatenato le più grandi manifestazioni di piazza in Giappone dal 2015: il 19 aprile 2026 oltre 36mila persone si sono radunate davanti alla Dieta a Tokyo, e il 4 maggio, Giorno della Costituzione, una folla stimata in 50mila persone ha sfilato sotto lo striscione «Stop alla revisione costituzionale e all’espansione militare». Una parte significativa dei giovani tra i 18 e i 35 anni sta rielaborando il concetto di pace in termini strumentali, equiparando la sicurezza alla deterrenza militare.

La contrarietà alla revisione formale dell’articolo 9 è trasversale e maggioritaria, ma chi scende in piazza è soprattutto giovane e di sesso femminile, mentre una parte della stessa generazione tende a vedere il rafforzamento militare come una forma di sicurezza realistica, non come una violazione del pacifismo. È, alla fine, una frattura generazionale interna, non un conflitto tra vecchi pacifisti e giovani guerrafondai.

Il rapporto di Takaichi con Donald Trump è uno degli assi della sua politica estera. I due si sono incontrati a Tokyo dopo l’insediamento: Trump ha portato un accordo commerciale (dazi al 15%) e l’annuncio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Usa. A marzo 2026 Takaichi si è recata alla Casa Bianca per un secondo summit: Trump ha premuto per inviare navi giapponesi nello Stretto di Hormuz, ma Takaichi ha risposto che esistono cose che il Giappone «può e non può fare nei limiti delle proprie leggi», una risposta che ha soddisfatto i pacifisti in patria quanto irritato Washington. All’attivismo con gli alleati americani si è affiancata, nei primi giorni di maggio, una missione in Vietnam e Australia volta a rafforzare la strategia indopacifica e le filiere di minerali critici, presentata come aggiornamento della visione «Indo Pacifico libero e aperto» di Abe a dieci anni dal suo lancio.

La premier italiana, Giorgia Meloni, era stata tra le prime a telefonarle per congratularsi dell’elezione. 

In un registro completamente diverso, Takaichi ha suonato la batteria con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung eseguendo un brano K-pop, un gesto di diplomazia informale che ha fatto il giro del mondo, catturato la simpatia di moltissimi giovani e mostrando una flessibilità tattica che i soli ritratti da «Lady di ferro» non catturano.

Donne giapponesi in abiti tradizionali. Foto buddy-an-unsplash

Donne e matrimonio

Il contesto in cui si inserisce l’elezione di Takaichi è quello di un Paese strutturalmente in ritardo sull’uguaglianza di genere. Il modello del dopoguerra, il salaryman (l’uomo che riceve un salario), che prevede una moglie che rinuncia alla carriera per il matrimonio, ha lasciato tracce profonde nel sistema fiscale, pensionistico e culturale. Le politiche di womenomics di Abe hanno aumentato l’occupazione femminile, ma spesso in forme precarie: part-time, contratti a termine, posizioni di supporto anziché di leadership. Nel frattempo, il tasso di natalità è sceso a 1,20 figli per donna nel 2023, l’età media supera i 48 anni. Questi dati, insieme alla riluttanza nei confronti dell’immigrazione, rendono la crisi demografica ancora più difficile da affrontare. Takaichi non intende cambiare rotta su nessuno di questi fronti strutturali. La generazione più giovane, più istruita e connessa al mondo, guarda alla sua elezione con sentimenti misti: un primato storico reale, ma non necessariamente una svolta per le donne che combattono ogni giorno il sistema.

Una «montagna» impervia

La tentazione è quella di ridurre la premier giapponese a uno schema: la delfina di Abe, l’antifemminista al potere, la nazionalista che sfida Pechino. Ogni etichetta coglie qualcosa, nessuna coglie tutto. C’è una Takaichi che da ragazza suonava la batteria in una band heavy metal e guidava una Toyota Supra. Una che ha perso due volte la sfida per la leadership del Pld e alla terza ha vinto. Una che lavora con un’intensità – saltando pasti e dormendo poco – che preoccupa i suoi collaboratori. Una che sui princìpi non cede, ma sa usare le crisi con una scaltrezza politica inattesa.

Al momento della sua elezione aveva detto: «Da oggi devo lavorare molto duramente, o dovrò scusarmi con lui», riferendosi ad Abe, assassinato nel 2022. Una frase che rivela il motore interiore della sua carriera: non una rivendicazione femminista, ma un debito di riconoscenza trasformato in missione politica. Sei mesi dopo, è ancora in cima alla montagna che ha scalato per trent’anni, ma la sua permanenza si annuncia impervia: i sondaggi di marzo 2026 hanno segnato il primo calo significativo, tra i 4 e i 7 punti a seconda degli istituti, in parte per uno scandalo legato a regali distribuiti ai parlamentari del Pld, in parte per la resistenza crescente ai piani di riarmo, che ha portato in piazza decine di migliaia di giovani sotto lo striscione «No alla guerra».

Quello che lascerà al Giappone – una Costituzione riscritta, un Paese più armato, un’economia più indebitata, o magari un soffitto di cristallo un po’ più sottile – lo deciderà la Storia.

 Piergiorgio Pescali

la premier giapponese con il presi- dente sudcoreano Lee Jae Myung in una pausa di divertimento a Nara, lo scorso 13 gennaio. – Foto Japan’s Government Public Relations Office
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