Brasile. La conquista della scrittura

Un’italiana tra gli Yanomami

Attraverso lo studio della lingua nativa e un’opera di alfabetizzazione, l’italiana Loretta Emiri – «parente de luta» – ha contribuito alla sopravvivenza culturale degli Yanomami. L’abbiamo incontrata poco prima del suo rientro in Brasile. Ecco ciò che ci ha raccontato.

Nata in Umbria, Loretta Emiri è arrivata nell’Amazzonia brasiliana nel 1977 e, per più di quattro anni, ha vissuto insieme agli Yanomami. Anche dopo quella esperienza non ha mai cessato di lavorare con o per i popoli indigeni, per i quali è una «parente de luta», un’alleata.

Cruciale è stato il suo contributo allo studio della lingua e all’alfabetizzazione in lingua materna degli adulti yanomami. Un contributo arrivato in un momento in cui, a seguito del contatto con i «bianchi», questo popolo nativo vedeva minacciata, oltre alla sopravvivenza fisica, anche quella culturale.

La «conquista della scrittura» era allora parte del processo di «coscientizzazione», concetto di matrice freiriana (Paulo Freire, noto pedagogista brasiliano, 1921-1997, ndr) che indica la presa di consapevolezza della propria storia e del valore della propria cultura.

Tra le pubblicazioni di Loretta, ricordiamo il Dicionário Yãnomamè-Português, dedicato «agli Yanomami, intermediari tra il mio mondo di macchine e il loro mondo di uomini» e A conquista da escrita – Encontros de educação indígena, curato insieme alla linguista brasiliana Ruth Monserrat.

Dalla nostra conversazione con lei emerge una lettura lucida del contesto attuale degli Yanomami su cui grava anche una nuova minaccia: i suicidi tra i giovani (si veda MC/Amico marzo 2025), travolti dai rapidi cambiamenti in atto e dalla mancanza di prospettive per il futuro.

Vista aerea del villaggio (maloca) Yanomami di Watorikɨ, verso la fine del secolo scorso. Foto Carlo Zacquini.

Dall’Italia a Catrimani

Loretta, come sei arrivata in Amazzonia?

«Sono state le amiche di mia madre a ricordarmi che, sin da bambina, dicevo di voler andare a lavorare nel cosiddetto “terzo mondo”.

Non ho un ricordo nitido di quando questa sensibilità è nata in me, però la riconduco alla prima o seconda elementare, quando venne qualcuno in classe a parlarci di altre culture, di altre problematiche, di altre aree geografiche, e lo fece anche attraverso la proiezione di un documentario.

La cosa mi impressionò al punto da far scattare in me un forte desiderio di partire; desiderio che ho coltivato fino ai trent’anni, quando si è trasformato in un vero e proprio imperativo interiore.

Per trovare il coraggio di decidere, partecipai ad un campo di lavoro e formazione organizzato dai Missionari della Consolata a Santa Maria a Mare, nei pressi di Porto San Giorgio, nelle Marche. Lì conobbi padre Silvano Sabatini e, attraverso di lui, ascoltai la testimonianza di un indigeno macuxi, Gabriel Viriato Raposo. Trovai liriche quelle parole, nel senso che, oltre al contenuto storico, mi affascinò moltissimo anche il linguaggio letterario, perché era un indigeno che parlava in portoghese, utilizzando però la struttura culturale e linguistica macuxi. Quindi, una cosa estremamente originale, almeno per me in quell’epoca.

Durante quel campo di lavoro, conobbi anche fratel Carlo Zacquini che proiettò delle fotografie strepitose scattate tra gli Yanomami.

Affascinata dal concetto di missione incarnato dalle figure che all’epoca lavoravano con quel popolo, cioè nessuna pretesa di evangelizzazione, ma solo grande preoccupazione per la loro sopravvivenza fisica e culturale, diedi subito la mia disponibilità a partire. Nel novembre 1977 raggiunsi così la missione Catrimani».

Cosa hai trovato al tuo arrivo?

«Quando sono arrivata ho trovato che la strada, la tristemente nota Perimetral Norte, attraversava già il territorio yanomami. Interi villaggi erano scomparsi; dei tredici che occupavano la zona, restavano solo otto piccoli gruppi familiari di sopravvissuti perché, con gli operai, erano arrivate malattie per le quali gli Yanomami non avevano anticorpi. Anche una semplice influenza era fatale. Oltre a determinare la scomparsa di intere comunità, la costruzione della strada aveva fatto sì che tutti i gruppi assistiti dalla missione, attratti dai beni materiali dell’uomo bianco o per semplice curiosità, fossero usciti dal loro territorio per raggiungere la città di Caracaraí e altri centri sorti lungo la strada, addirittura con donne e bambini al seguito.

Nell’ambiente urbano venivano sistematicamente ingannati nelle transazioni commerciali, prendevano malattie della pelle attraverso gli indumenti usati che ottenevano, tornavano con l’influenza che rapidamente raggiungeva e contaminava tutti i villaggi. Quindi, in quegli anni, l’urgenza era quella di aiutare gli Yanomami a sopravvivere fisicamente. Solo in seguito, quando la situazione si era un po’ normalizzata, ho potuto dedicarmi allo studio della lingua e all’alfabetizzazione».

Bagno rinfrescante in un ruscello (igarapé) nei pressi del villaggio Xihopi. Foto Carlo Zacquini.

Incontro e conoscenza

Qual è stato il primo incontro con gli Yanomami e come sei riuscita a farti accettare?

«La prima volta che sono arrivata in mezzo a loro, ho trovato solo donne e bambini, perché gli uomini erano andati a caccia. Mi sono sentita da subito accettata, perché i missionari avevano preparato e motivato il mio arrivo. La grande difficoltà, all’inizio, è stata la comunicazione, perché all’epoca pochissimi di loro parlavano un po’ di portoghese; e io avevo paura di dire strafalcioni perché gli Yanomami erano molto ironici, spontanei, scherzosi e temevo di suscitare la loro ilarità. Poi però ho preso coraggio e ho iniziato a parlare un po’.

Ero tranquilla e a mio agio anche perché loro presero delle precauzioni: chiamandomi ad esempio “mamma” oppure “sorella”, gli uomini escludevano a priori intenzioni sessuali, mentre le donne mi suggerivano di essere prudente e di non andare mai in giro da sola. Quindi, hanno impostato loro la relazione. Una relazione che, negli anni, ha avuto sviluppi positivi: quando dovevano prendere una decisione, a volte accadeva che anche gli uomini chiedessero il mio parere. Era – ovviamente – una cosa molto gratificante perché significava che sapevano di potersi fidare di me».

«Coscientizzare»

Durante la tua permanenza ti sei concentrata sull’alfabetizzazione in lingua materna di adulti yanomami, che, assieme al riconoscimento delle terre, ha consentito loro di recuperare la propria coscienza di popolo. Cosa resta di quell’esperienza?

«Già dal titolo dell’iniziativa, che chiamavamo “Educazione globale”, si capisce che essa non era finalizzata soltanto all’alfabetizzazione. Mi piace utilizzare un termine a me molto caro, che viene da Paulo Freire: “coscientizzazione”. Quello che noi cercavamo di fare, a livello di equipe, era “coscientizzare”, cioè aiutare gli Yanomami, anche attraverso l’alfabetizzazione, a comprendere quello che stava avvenendo attorno a loro con l’avanzata dei cosiddetti “fronti di espansione” della società occidentale. Erano arrivate le segherie, le fattorie, i cercatori d’oro e – come prevedibile – le malattie per le quali i nativi non avevano anticorpi.

Copertina del dizionario Yanomami-Portoghese scritto da Loretta Emiri.

Quindi, l’alfabetizzazione era uno degli strumenti utilizzati in funzione della presa di coscienza e della formazione individuale e collettiva. In un secondo momento, quando già non operavo più lì, la missione ha scelto di dirigere l’alfabetizzazione ai bambini, utilizzando altri metodi e in funzione di altri obiettivi».

Vuoi dire che in qualche modo si è perso lungo la strada l’intento politico?

«Non posso affermarlo perché sono venuta via. È sicuramente positivo che in tutto il Brasile si sia sviluppata una sensibilità verso un’educazione indigena specifica e differenziata, costruita a partire dalle lingue e culture indigene. Voglio ricordare che esponenti di varie etnie si trasferirono a Brasilia per prendere parte ai lavori della Costituente, collaborando – quindi – attivamente alla redazione della nuova Costituzione, che contempla alcuni diritti per i popoli indigeni.

Nel corso degli anni però c’è stato un allontanamento dai principi ispiratori. Recentemente l’ho constatato io stessa nello Stato di Roraima: nell’insegnamento si utilizzano termini indigeni, ma i contenuti sono spesso distanti dal contesto storico e culturale delle varie etnie».

Psicologhe contro sciamani

Alla luce delle prossime elezioni e del quadro politico avverso agli interessi dei popoli nativi, quali sono le principali sfide che il movimento indigeno si trova ad affrontare e con quali strumenti?

«Ci troviamo in una situazione molto complessa perché apparentemente il governo sembra fare molto per la questione indigena, però, ad esempio, nella mia lettura personale, il tanto decantato ministero dei Popoli indigeni ha creato delle fratture all’interno del movimento. Per cui si può dire che, adesso, abbiamo gli indigeni del ministero e gli indigeni della Funai (l’organismo governativo per i popoli indigeni), quando forse sarebbe stato più interessante potenziare quest’ultima perché, nonostante tutto, si tratta di una fondazione che ha alle spalle una lunga storia, un cumulo di conoscenze ed esperienze. Invece, è stato creato questo ministero che, come la Funai, non dispone di fondi. Chi ha accesso a qualche finanziamento esterno propone piccoli progetti senza continuità. In assenza di un coordinamento e di una politica pubblica definita, ogni istituzione fa quello che può e vuole.

Ultimamente, per esempio, in area yanomami è entrato di tutto. Vi arrivano, addirittura, psicologhe bianche, che non parlano la lingua e non conoscono l’universo yanomami. La cura praticata dagli sciamani è essenzialmente psicologica; perché marginalizzarli e sostituirli con psicologhe bianche sprovviste di formazione specifica e che non conoscono la lingua e la cultura degli Yanomami?

Gli sciamani, intermediari tra il mondo e il soprannaturale, non possono e non debbono essere esclusi dal processo di adattamento e riformulazione della cultura.

Un’altra cosa gravissima è che si registrano casi di suicidio di cui nessuno parla. è un tabù, ma il problema esiste. I giovani si suicidano perché non hanno prospettive, perché sono bombardati dalle sollecitazioni che arrivano attraverso i cellulari di cui purtroppo fanno un uso indiscriminato e improprio. È un argomento molto scomodo perché dire che, tra gli Yanomami, ci sono persone che si suicidano, significa smontare la visione idilliaca degli Yanomami, esotici e felici, che circola soprattutto fuori dal Brasile».

Loretta Emiri con Davi Kopenawa in un seminario organizzato dall’Università federale di Roraima (Ufrr). Screenshot.

Il sogno di un’unione

So che a breve tornerai in Brasile. Quali sono i tuoi progetti a sostegno del popolo yanomami?

«Rientrando, continuerò a portare avanti l’idea di un Centro di formazione yanomami, che promuova corsi per maestri indigeni, interpreti, impiegati della Funai, infermieri, affinché i giovani abbiano delle prospettive di vita, di lavoro. Bisogna creare qualcosa che, in un certo senso, vada incontro al loro smarrimento.

Questo centro dovrebbe essere realizzato tra gli Yawári, gli Yanomami dell’Ajarani, che – a mio parere – si trovano in una situazione più drammatica anche rispetto ai gruppi che hanno contatto con i cercatori d’oro.

Gli Yawári sono vicini alla strada e raggiungono facilmente la capitale Boa Vista. Vi si recano per cure mediche o per usufruire di qualche beneficio governativo. E in città muoiono investiti o assassinati. Oppure si abbandonano all’alcool, alla droga, alla prostituzione.

Sono i discendenti dei gruppi raggiunti dalla strada Perimetrale Nord, di cui ancora oggi subiscono le nefande conseguenze. Ciò che desidero, e per cui cerco di lavorare, è che avvenga una maggiore unione interna all’etnia yanomami. Il territorio è immenso: i gruppi più vicini geograficamente si considerano amici, quelli più lontani, sono ancora visti come potenziali nemici.

L’unione fra tutti gli Yanomami è fondamentale perché solo così potranno veramente organizzarsi come popolo e contrastare le invasioni, proteggere il territorio, rivendicare diritti».

Copertina di un libro di Loretta Emiri dedicato all’insegnamento per gli Yanomami.

«Ya kon»

Sicuramente ricordi ancora la lingua yanomami. Ti va di lasciarci con un loro saluto?

«Nella lingua yanomami da me studiata, quando ci si saluta, la persona che se ne va dice “ya kon” (io vado) e il padrone di casa risponde “wa kopohuro” (tu vai via)».

Silvia Zaccaria

 

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