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Pace difficile in Manipur

Conflitto etnico e religioso in uno Stato emarginato

Lo Stato del Manipur appartiene alla regione Nord orientale dell’India. Si sente marginale  e discriminato dal potere centrale. Allo stesso tempo è teatro di uno storico conflitto tra etnie che, negli ultimi tre anni,
ha avuto una fiammata difficile da spegnere.

È lunga e accidentata la strada della pacificazione nello Stato di Manipur, situato nell’India Nord orientale.

Esso, infatti, è ancora al centro del dibattito nazionale, a tre anni dallo scoppio della violenza interetnica che lo ha sconvolto e che, nei mesi, ha alternato fasi ad alta intensità a tregue precarie.

A maggio del 2023 le tensioni tra le comunità indigene dei Meitei e quelle dei Kuki-zo sono sfociate in uno dei conflitti più dolorosi della storia recente dell’India: oltre 260 persone hanno perso la vita, quasi 60mila si sono ritrovate all’improvviso a vivere da sfollati interni, e, soprattutto, gravi ferite hanno segnato le due comunità e minato la fiducia reciproca.

Tre anni di violenze

A febbraio 2025, l’allora Primo ministro dello Stato di Manipur, Nongthombam Biren Singh, si è dimesso, e il Primo ministro federale dell’India, Narendra Modi, ha imposto un «Governo presidenziale», centralizzando ogni decisione. Ma la violenza non è cessata.

Non è bastato nemmeno il dispiegamento delle forze di sicurezza. Nuove proteste e nuove violenze, infatti, si sono registrate a gennaio e febbraio 2026, e ancora ad aprile, mentre scriviamo. Queste indicano con chiarezza che le questioni di fondo, quelle che avevano dato origine al conflitto, rimangono irrisolte, e che ora, anzi, sono aggravate dalla violenza già consumata, dalle accuse incrociate e dalle reciproche rimostranze.

L’inizio del governo di un nuovo Primo ministro statale a febbraio 2026, nella persona di Yumnam Khemchand Singh, membro della comunità meitei ed esponente del Bharatija janata party (Bjp), il partito di Modi, non si è rivelato un fattore risolutivo.

Alcuni profughi meitei salgono su un camion delle forze paramilitari in un punto di transito dopo essere stati evacuati a seguito delle violenze che hanno colpito Churachandpur, nei pressi di Imphal, nello Stato nord-orientale indiano del Manipur, il 9 maggio 2023. Più di 50 persone sono state uccise nella regione collinare di confine negli scontri tra la popolazione di maggioranza Meitei, per lo più indù, e la tribù Kuki, prevalentemente cristiana. Migliaia di soldati sono stati dispiegati per ristabilire l’ordine, mentre circa 23.000 residenti hanno abbandonato le loro case per rifugiarsi nei campi improvvisati gestiti dall’esercito per gli sfollati. (Foto di Arun SANKAR / AFP)

Motivi del contendere

Il Manipur, con una popolazione di circa tre milioni di abitanti e una superficie di 22mila km² – quanto la regione Toscana – è uno degli stati più piccoli dell’India. Fa parte della regione Nord orientale del Paese, un’area – confinante con il Myanmar – caratterizzata dal pluralismo etnico, linguistico e culturale.

A causa della violenza degli ultimi tre anni, le autorità hanno imposto una temporanea separazione dei due gruppi etnici.

Al cuore della crisi vi è un complesso intreccio di diritti fondiari, politiche identitarie, rivendicazioni storiche e contrastanti visioni dell’autonomia.

La comunità del gruppo indigeno meitei (prevalentemente induista), che abita soprattutto nella valle di Imphal, la capitale dello Stato, costituisce la maggioranza demografica del Manipur. Le tribù kuki-zo (in gran parte cristiane), residenti nei distretti collinari, abitano le periferie del territorio e si considerano storicamente emarginate. Questi gruppi svantaggiati – secondo una disposizione prevista dalla Costituzione indiana – godono dello status di «tribù riconosciute» (scheduled tribe), che garantisce loro un accesso preferenziale alla terra e tutele lavorative.

Nel marzo 2023, dopo un ricorso presentato da gruppi meitei, un’ordinanza dell’alta Corte di Manipur ha raccomandato al Governo centrale di includere anch’essi tra le «tribù riconosciute».

Questo ha generato la protesta dei Kuki-zo che hanno visto nella situazione una minaccia diretta alle loro garanzie costituzionali, temendo l’occupazione delle terre nei distretti collinari.

È stata la scintilla della violenza.

Le proteste, organizzate dai gruppi tribali, sono degenerate in scontri: case incendiate, chiese e templi vandalizzati, intere località svuotate, con migliaia di famiglie costrette a riparare in campi profughi.

Le notizie di omicidi e violenze sessuali hanno scioccato il Manipur, l’intera India e attratto l’attenzione internazionale.

l mosaico del Nordest

L’India Nordorientale omprende i sette Stati di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland e Tripura, oltre allo Stato himalayano del Sikkim, e alla divisione di Jalpaiguri, giuridicamente parte del Bengala occidentale.

È un’area geograficamente appartata, collegata al resto dell’India tramite il corridoio di Siliguri, stretto fra Bhutan e Bangladesh.

Questa caratteristica geografica non è ininfluente, anche rispetto ai rapporti con il Governo centrale di New Delhi. Le decennali tensioni, rivendicazioni e insurrezioni separatiste esprimono la difficile relazione tra centro e periferie in una nazione vasta e plurale come l’India.

A questo si aggiungono i conflitti interni alla regione, che è stata in passato teatro di dispute etniche, politiche e identitarie.

Al momento della loro istituzione, gli Stati del Nord Est furono creati per consentire alle rispettive comunità indigene di conservare la propria identità e di apportare il proprio contributo specifico alla Federazione indiana, armonizzando in essa le peculiari risorse del loro patrimonio culturale. Un processo nient’affatto facile, né scontato.

Nel Manipur vi sono tre gruppi etnici principali: Meitei, Kuki e Naga, che da sempre hanno rapporti intercomunitari non facili.

Una delle dispute ancestrali tra i tre gruppi è quella che riguarda la presenza originaria delle popolazioni in quelle zone, dunque chi può accampare maggiori diritti nella vita sociale.

Il confronto ha sempre avuto al centro il tema del possesso della terra, in particolare di quella più fertile e ricca di risorse.

Suore cristiane indiane tengono in mano delle candele durante una veglia a lume di candela davanti a una chiesa per commemorare il primo anniversario dei violenti scontri iniziati il 3 maggio 2023 tra i gruppi etnici Meitei e Kuki-Zo nello Stato nord-orientale del Manipur, a Nuova Delhi, in India, il 3 maggio 2024. (Foto di Kabir Jhangiani / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Cristiani nel Nord Est

L’India Nord orientale – altra caratteristica che contribuisce alla complessità del quadro – è una delle regioni nelle quali è maggiore la concentrazione di cittadini di fede cristiana.

Dei circa 27,8 milioni di cristiani presenti nel Paese (il più popoloso del mondo con circa 1,46 miliardi di abitanti), 7,8 milioni vivono negli stati del Nord Est.

Qui il messaggio cristiano è giunto prima con i colonizzatori britannici, nella versione del protestantesimo, in seguito anche nella forma cattolica con l’avvento di ordini religiosi che hanno stabilito in questi territori la presenza della Chiesa.

Con l’opera missionaria avviata nel XX secolo, il cattolicesimo si è rapidamente diffuso tra le popolazioni tribali del Nord Est, con un forte impatto sociale e educativo. L’azione evangelizzatrice ha coniugato l’annuncio del Vangelo con lo sviluppo sociale, tramite l’avvio di iniziative nel campo dell’istruzione e della sanità. I missionari hanno costruito scuole, dispensari e centri di formazione, contribuendo all’alfabetizzazione e all’emancipazione di molte comunità indigene. Un ruolo fondamentale lo hanno svolto i Salesiani, arrivati in Assam nel 1922, seguiti poi dai Gesuiti, dalle Figlie della Carità Canossiane e da altri religiosi che oggi operano attivamente nella regione.

I missionari si sono mossi concentrandosi sull’inculturazione della fede nelle culture locali, con il fine ultimo della implantatio ecclesiae: la fondazione di comunità cattoliche strutturate.

Poteri speciali dell’esercito

Lo Stato del Manipur, fin dal 1949, ha una lunga storia di resistenza armata contro il Governo centrale indiano e, allo stesso tempo, di lotta interna tra i diversi gruppi. Per questo, una volta scoppiate le prime violenze nel 2023, milizie e volontari dei villaggi hanno presto riscoperto la lotta armata.

Il Governo di Delhi si avvale di una controversa legge che conferisce all’esercito ampi poteri nelle regioni periferiche designate come «zone di disordini». La legge anti-insurrezione (la
Armed forces special powers act, Afspa), approvata e introdotta dal Parlamento di Delhi già nel 1958 per reprimere i movimenti separatisti, è stata applicata per la prima volta negli Stati di Nagaland, Assam e Manipur.

È stata poi imposta anche nel Kashmir amministrato dall’India, dopo lo scoppio dell’insurrezione armata nel 1989.

Nel 2022 è stata revocata in sei distretti del Manipur e in sette distretti del Nagaland, ma, in seguito all’ondata di violenza partita nel 2023, il Governo ha nuovamente applicato la normativa con la possibilità di imporla in una determinata area per periodi di sei mesi (prorogabili).

Le popolazioni dell’India Nordorientale si oppongono da tempo a questa legge, che autorizza le forze di sicurezza indiane a condurre operazioni ovunque e ad arrestare chiunque senza mandato. Gli attivisti per i diritti umani affermano che l’Afspa viene spesso utilizzata in modo improprio e da decenni ne chiedono l’abrogazione.

In Manipur – sostiene però il Governo centrale – c’è ancora bisogno di quel provvedimento.

La nuova politica

In uno scenario di conflitto prolungato, Yumnam Khemchand Singh, uomo meitei, cintura nera di taekwondo, arte marziale coreana, è salito al governo del Manipur ereditando uno Stato ancora segnato dalle tensioni e dalle recenti violenze.

Per interrompere la spirale di uccisioni e vendette reciproche, le due comunità sono state confinate in regioni separate. Cosa che ha prodotto migliaia di persone sfollate dalle proprie case.

Singh, politico di lungo corso, è stato eletto per la prima volta nel 2017, ricoprendo la carica di presidente dell’Assemblea legislativa del Manipur e di ministro statale con delega a settori come l’istruzione e lo sviluppo rurale.

Nel nuovo Governo formato a febbraio 2026 – dopo la fine del «Governo presidenziale» – sono coinvolti esponenti kuki, due dei quali sono ministri e uno è vicepresidente. Questa mossa rappresenta il tentativo di ritrovare l’armonia perduta anche sul piano della governance. Una composizione che riflette lo sforzo del Bjp, anche a livello centrale, di bilanciare la rappresentanza etnica e restaurare l’unità.

Il coinvolgimento di rappresentanti kuki nel Governo del Manipur, però, ha suscitato reazioni diverse. Gruppi della società civile e organizzazioni studentesche kuki-zo l’hanno condannato, definendolo un «tradimento» da parte dei rappresentanti kuki. E hanno ribadito la richiesta di un assetto amministrativo separato per le aree a maggioranza kuki-zo.

Inoltre, a complicare il quadro, sono emersi nuovi attriti tra gruppi di Kuki-zo e di Naga.

Il Primo ministro Singh viene visto come parte di un establishment politico che non è riuscito a elaborare una tabella di marcia credibile per risolvere il conflitto, garantire la sicurezza e a rispondere alla richiesta fondamentale di amministrazioni separate. Glady Vaiphei Hunjan, del Kuki-zo women’s forum di Delhi, rileva che «una leadership in grado di portare la pace deve dimostrare chiarezza morale, riconoscere i fallimenti dello Stato, coinvolgere equamente le parti interessate e impegnarsi per una soluzione politica del conflitto piuttosto che per una sua gestione amministrativa».

Secondo alcuni osservatori, anche la visita di Singh del dicembre 2025 a un campo profughi di etnia kuki-zo – un gesto distensivo – potrebbe aver contribuito ad ampliare il suo consenso tra i legislatori kuki-zo.

Seram Rojesh, del «Comitato di coordinamento meitei» a Delhi, afferma che una pace duratura richiede il «disarmo dei gruppi etnici armati», mentre i leader meitei rigettano fermamente la richiesta kuki di un’amministrazione separata, temendo la «balcanizzazione» del Manipur e una «reazione a catena» in altri Stati del Nord Est.

«La pace si ristabilirà solo se tale autorità verrà utilizzata per ricostruire la fiducia tra le comunità, piuttosto che per il solo scopo di ripristinare la normalità amministrativa», afferma Pradip Phanjoubam direttore del Imphal review of arts and politics, giornale con sede a Imphal.

Il ritorno di un Governo eletto crea spazio per l’impegno politico ma, secondo gli analisti, l’elemento chiave è ricreare fiducia tra le comunità.

Manifestazione a lume di candela organizzata dagli attivisti in seguito al caso di violenza sessuale ai danni di due donne della comunità Kuki, nel contesto degli scontri etnici in corso tra
le comunità Meitei e Kuki nel Manipur, organizzata dal Trinamool Mahila Congress, il 28 luglio 2023 a Guwahati, in India. Le violenze in corso nello Stato del Manipur, nel nord-est dell’India, hanno causato oltre 160 vittime. (Foto di David Talukdar/NurPhoto) (Foto di David Talukdar / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Un piano di riconciliazione

«La pace e la riconciliazione in Manipur non possono basarsi sulla separazione delle comunità etniche; non si otterranno costruendo un nuovo muro di divisione», spiega a Missioni Consolata monsignor Linus Neli, arcivescovo di Imphal, capitale dello Stato indiano di Manipur. «La pace – afferma l’arcivescovo – non si otterrà nemmeno attraverso il riarmo dei gruppi etnici. Si otterrà riattivando il dialogo, avviando negoziati, procedendo su un percorso di uguaglianza e di giustizia che superi le ataviche rivalità e le rivendicazioni comunitarie».

L’assoluta separazione dei gruppi prosegue, «ha interrotto la spirale del conflitto aperto, ma non basta, perché non ha guarito i traumi e le ferite, né ha placato l’odio e il desiderio di vendetta.

I cittadini di entrambe le parti stanno procedendo a riarmarsi – riferisce – e, dunque, nonostante gli sforzi politici, la situazione è una polveriera pronta a riesplodere».

L’arcivescovo sottolinea un elemento, potenziale fattore di influenza nella contesa: quello religioso. I meitei sono indù e vivono – un’eccezione in India – in una condizione di minoranza in uno Stato a maggioranza cristiana. Quest’ultima ha visto numerose cappelle e sale comunitarie distrutte nel corso del conflitto, portando in rilievo la chiave ermeneutica di «guerra di religione».

«Ma i battezzati – prosegue l’arcivescovo – sono dappertutto, ci sono in tutte e tre le comunità, kuki, meitei e naga, e dunque l’esperienza di essere fratelli in Cristo può restituire il senso di comunità e di fraternità e aiutare a vedere l’altro non come un nemico, ma come un fratello e una sorella con cui convivere pacificamente. La fede in Cristo contribuisce a portare pace e giustizia». Monsignor Neli, che è di etnia naga, visita le parrocchie nelle diverse aree, e ne trae una lezione chiara: «La gente desidera ardentemente la pace».

Racconta, infine, che la Chiesa locale offre assistenza e sostentamento agli sfollati e ha provveduto a costruire piccole case in legno per gli oltre mille profughi cattolici kuki. Un processo di dialogo e di mediazione ricorda, «non può che partire da un presupposto di base che va accolto da tutti: riconoscere l’altro come “fratello in umanità”, il terreno che consente di convivere anche tra popoli diversi per lingua, storia, etnia, cultura, religione».

Paolo Affatato

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