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La Parola, l’uomo e il mondo

Dio, Uomo e creazione: una danza a tre

Il nostro tempo si è finalmente accorto che tra i temi fondamentali da affrontare c’è quello ambientale. In verità, dovrebbe essere molto più presente e centrale nel dibattito pubblico rispetto a quanto non sia, ma aumentano i «luoghi» di riflessione (tra cui «Missioni Consolata») che oggi cercano di diffondere la consapevolezza della centralità della nostra gestione della natura per garantire a noi e alle generazioni future una vita sostenibile.

Per questo, vogliamo dedicare alcune puntate di questa nostra rubrica alla tematica ambientale, per cogliere cosa possiamo ricavare dalla Bibbia sul rapporto tra creazione ed esseri umani. Sullo sfondo – a volte, anche in primo piano – terremo l’enciclica di papa Francesco «Laudato si’», profonda riflessione cristiana sull’ecologia, peraltro proposta non solo ai cattolici, ma «agli uomini di buona volontà».

Tema silenzioso?

Quando un credente si pone davanti alla Bibbia, la tentazione può essere quella di andarvi a ricercare delle indicazioni esplicite, chiare, pensate per noi oggi, come se si trattasse di un ricettario o di un indice analitico di ciò che dobbiamo e non dobbiamo fare. È tuttavia chiaro a tutti noi che un approccio di questo tipo è inutile, a volte fuorviante e, in ultimo, non rispettoso né del testo biblico né della nostra intelligenza.

Gli autori sacri hanno, infatti, posto nella Bibbia lodi, racconti, riflessioni, leggi e altro in una lingua e una forma adeguate a esprimere il loro rapporto con Dio. Gli autori, ciascuno diverso dagli altri, lo hanno fatto ognuno nel proprio tempo, luogo e condizione di vita, che erano diversi dai nostri.

L’uomo ha sempre plasmato il mondo, trasformandolo per renderlo più facile da abitare. È però vero che fino a quasi duecento anni fa, noi uomini eravamo in un numero e avevamo delle possibilità tecnologiche tali da mandare eventualmente in rovina un piccolissimo angolo del pianeta (come sull’isola di Pasqua, secondo le ricostruzioni di alcuni storici), ma mai la Terra tutta. Da quando, invece, abbiamo scoperto antibiotici, elaborato vaccini e sviluppato la medicina moderna, permettendo di abbassare la mortalità precoce in tutto il mondo, e abbiamo iniziato a estrarre e bruciare petrolio e derivati in maniera massiccia, raggiungendo rapidamente ogni angolo del globo e immettendo nell’atmosfera grandi quantità di gas serra, le cose sono cambiate. Non possiamo chiedere agli autori biblici di darci risposte a problemi che non potevano neppure immaginare. Possiamo, però, farci guidare dalle loro impostazioni per cogliere che cosa potremmo essere chiamati a vivere noi.

È peraltro il lavoro che dovremmo fare sempre quando leggiamo la Bibbia: non pretendere ricette che non può darci, ma riconoscere che si tratta di riflessioni – spesso molto meditate – di persone che hanno scelto di tramandare nei secoli alcuni aspetti o modalità del loro rapporto con Dio, convinte che potessero essere utili anche per altri.

Insomma, nei testi biblici non troviamo riflessioni ecologiche come le intendiamo noi oggi, ma molte indicazioni preziose anche per l’ecologia.

Come iniziare una biblioteca?

I testi che oggi compongono la Bibbia sono nati poco per volta, probabilmente dapprima solo come rapidi appunti per non dimenticare gli insegnamenti di alcuni profeti o raccolte di indicazioni legate al culto da conservare in vista della ricostruzione di un tempio. A un certo punto, però, probabilmente durante l’esilio di Israele a Babilonia nella prima metà del VI secolo a.C., alcuni scribi decisero che testi di archivio, memorie, leggi tramandate a voce, racconti narrati di padre in figlio e anche altre riflessioni, andassero raccolti, organizzati, completati e messi a disposizione in un ordine preciso.

Questi autori stabilirono, quindi, che all’inizio andasse messo ciò che cronologicamente era accaduto prima (a noi che siamo andati a scuola nel sistema italiano sembra ovvio, ma non lo è neppure in tutte le organizzazioni scolastiche contemporanee) o che era più importante. Decisero peraltro che la storia del popolo ebraico, dai suoi inizi, o prima ancora, dovesse essere considerata fondamentale, rispetto alla storia di altri popoli, e venire, quindi, per prima. Pertanto, un libro come la Genesi è ottimo per aprire la collezione sacra. Sempre quegli autori, però, rifletterono sul fatto che non bastava cominciare dall’inizio della storia del popolo, con Giacobbe o Abramo, ma che fosse utile risalire ancora più indietro, perché l’umanità tutta non poteva essere lasciata fuori. Per questo composero i primi undici capitoli della Genesi che intendono parlarci non delle vicende del popolo di Dio, ma dell’umanità intera.

Questi scribi conoscevano senza dubbio i miti babilonesi della creazione. Anziché trascurarli e benché fossero stati conquistati proprio dai babilonesi e deportati nella loro terra, scelsero di utilizzarli nei loro scritti. Ma non li presero alla lettera. Instaurarono con essi un dialogo polemico, portandovi dentro la loro fede religiosa. Ecco che nacque il primo capitolo della Genesi, nel quale oggi possiamo trovare riflessioni preziose per noi.

Da dove il tutto?

La domanda sull’origine di tutto ciò che ci troviamo davanti non può non sorgere nei bambini, come pure negli inizi della storia umana. Su tale domanda torna anche il primo capitolo della Bibbia.

«In principio Dio creò». Le risposte dell’umanità alla domanda sugli inizi sono sempre state molto diverse tra loro, tanto che il celebre incipit della Genesi è tutt’altro che banale. La parola ebraica usata per indicare il «principio», così come accade anche alla corrispettiva parola italiana, è un termine che può significare molte cose: indica l’inizio, quando il tempo comincia, ma anche il criterio, il «principio di fondo» in base al quale si fanno le cose. Questo significa che gli autori del primo versetto della Genesi volevano sottolineare che, al fondamento di tutto, c’è l’azione creatrice di Dio.

Gli autori biblici non si ponevano questioni filosofiche e non si misero a ragionare su che cosa ci fosse prima dell’inizio della creazione, se il nulla o qualcosa d’altro. A loro interessava soltanto affermare che tutto ciò che esiste è iniziato a un certo punto, ed è stato voluto, e dipende da un’origine esterna, diversa da sé.

È un passaggio già decisivo, come chiarisce papa Francesco nella «Laudato si’», perché ci fa intuire molte cose anche del nostro vivere odierno. Gli autori della Genesi sostengono che tutto ciò che esiste è stato creato, è stato voluto da Dio, il quale ha deciso che venisse alla luce. Ci aiutano ad accorgerci che, in effetti, noi fruiamo di un bene, la vita, promettente in sé (anche chi dice di voler morire, lo fa per stanchezza, per sofferenze, per delusioni, non perché la vita sia brutta) e che nessuno di noi ha voluto, ha chiesto. Nessuno di noi ha faticato per ottenerlo. Nessuno, d’altronde, può posarlo e poi riprenderlo. Insomma, la vita ha in sé le caratteristiche del dono, di qualcosa che viene da fuori, senza ragioni (non è un acquisto), ed è una cosa buona, bella. Il racconto della creazione non si rivolge soltanto ai credenti, e aiuta tutti a intuire che fruiamo di un bene regalato. Possiamo anche non sapere da chi ci venga – come un gioiello che ci troviamo nella buca delle lettere in una busta senza mittente -, ma è comunque un dono. E ogni dono fa nascere una naturale reazione di riconoscenza.

Proprio il fatto che la vita, il mondo, la creazione tutta siano un dono, implica che nessuno può vantare dei diritti su di essi. Non sono qualcosa che «mi spetta». La creazione non è di qualcuno più che di qualun altro: è naturalmente destinata a tutti. Da questo presupposto discende il fatto che la creazione e i suoi beni hanno una destinazione universale, per tutti e per le generazioni.

In più, se vediamo che altri hanno ricevuto un dono come il nostro, ci sentiamo accomunati da un donatore unico, messi in comunione perché qualcuno ha regalato qualcosa di prezioso a tutti, indistintamente.

La polemica «illuminante»

Il discorso non finisce, tuttavia, qui. Chi scrive il primo capitolo della Genesi, come dicevamo, conosce i miti babilonesi della creazione, secondo i quali, all’interno di una rigida e inflessibile gerarchia divina, le divinità meno importanti devono pensare al benessere degli dèi superiori e hanno quindi, per nutrirli, creato il mondo. In questa cosmogonia, gli dèi più buoni hanno creato cose buone (la terra, la luce, il giorno, il sole, l’uomo), altri, invece, gli aspetti più negativi (il mare, la notte, il buio, la luna, la donna…). Era quindi giusto, per i babilonesi, affidarsi alle opere buone della creazione e diffidare di quelle negative.

Gli autori della Genesi, su questo punto, entrano in polemica. Dio crea il cielo e la terra, entrambi. E poi anche la luce e le tenebre. E poi ancora il mare e l’asciutto. E così via. Di tanto in tanto, poi, si ferma e fa il bilancio e decreta: «È cosa buona». Non esiste il cattivo, il male, nella creazione.

Quando gli autori arrivano a parlare degli astri, i quali erano venerati come dèi dai babilonesi, li rappresentano come semplici orologi che regolano il giorno e la notte: buoni anch’essi. Anzi, se gli dèi babilonesi (quelli superiori, quelli serviti dagli altri) di tanto in tanto vedevano il loro «sonno disturbato dal chiasso del mondo», il Dio biblico, al contrario, è felice del brulicare della vita, che invita a moltiplicarsi. Tutto è buono.

A fare eccezione è solo l’uomo, che è non solo «buono», ma «molto buono», anche perché creato a immagine di Dio. Ciò che ha fatto Dio, anche l’uomo è chiamato a farlo, per essere perfetto e compiuto.

Questo mondo si presenta come un mondo ideale: non c’è violenza, non esistono carnivori (come il mondo ideale sognato dai bambini), tutto è in armonia e non deve nascondersi né temere nulla. I sogni dei bambini rischiano di essere disincarnati e ingenui, ma sono anche chiarissimi nell’individuare il progetto ideale per l’umanità, il meglio possibile, il sogno di Dio, che è l’assenza del male, anche di quello compiuto per la sopravvivenza (come la macellazione di un animale per mangiarne la carne).

Un primo punto

È presto per trarre conclusioni su come la Bibbia suggerisce di trattare la questione ecologica. Ma qualcosa si può già dire.

Il mondo è creato, non viene da sé. Questo lo pone in una dimensione di riconoscenza verso il creatore, anche qualora non lo conoscesse. E ciò mette, tra l’altro, in rapporto di fraternità il mondo tutto con l’essere umano, il quale è, tuttavia, su un gradino più alto. Non c’è spazio, a quanto pare, né per il disinteresse verso il creato, né per l’idea che l’uomo sia una creatura tra le tante, perché è quella prediletta di Dio. Che cosa è l’essere umano, che cosa ciò significhi, dovrà ancora essere precisato.

Per la «Laudato si’», però, questa sola pagina implica il dovere per gli uomini di prendersi cura del creato tutto, a cui sono superiori ma con cui si trovano in un rapporto di fraternità, avendo ricevuto lo stesso dono.

Angelo Fracchia
(Danza a tre 1 – continua)

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