Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Batutumonga. Partiamo con il fuoristrada da Rantepao, in direzione Nord. La strada si inerpica sulla montagna e talvolta si fa stretta e ripida. A un certo punto siamo costretti a fermarci, dietro una curva, due auto si sono toccate e non si riesce a procedere. Solo gli scooter continuano a sfrecciare nelle due direzioni. Siamo in coda con diversi camioncini che trasportano persone e derrate di ogni tipo.
Tutto intorno la natura è lussureggiante: piante con grandi foglie, banani, alberi ad alto fusto, conifere a fianco di palme di svariati tipi. Poi giganteschi cespugli di bambù con canne di grosso diametro. Siamo sull’isola indonesiana di Sulawesi, nelle montagne del Sud Ovest, la regione conosciuta come Toraja (pronuncia toragia), perché abitata dalla popolazione che porta questo nome.
Stiamo andando a Batutumonga a incontrare Dinny Jusuf, la fondatrice di «Torajamelo». È mattina, le nuvole sono basse. Salendo di quota, una bruma spessa avvolge ogni cosa. Arriviamo nel villaggio e, nella piazzetta principale, le magnifiche tonkonan, le case tradizionali con il tetto a forma di barca, compaiono in mezzo nebbia. È un’atmosfera da favola.
Per raggiungere la casa di Dinny occorre inerpicarsi a piedi per alcuni minuti. Ma arrivati la vista sulla valle è mozzafiato.
Torajamelo, in lingua locale significa «Bellezza toraja». È un ente che si occupa dei diritti delle donne indigene. E lo fa attraverso l’arte della tessitura. Siamo qui per farci spiegare come.

Dinny è una signora vispa, loquace, con i caratteri somatici più da Asia continentale che da Toraja. Ci accoglie calorosamente e si presenta: «Normalmente mi definisco come nonna, madre, moglie e sognatrice. Perché sogno una vita migliore, soprattutto per i popoli indigeni, qui in Indonesia».
Ci accomodiamo sulla terrazza ammirando le risaie circondate da montagne. «Il mio background è da bancaria, ho lavorato per una grande banca d’affari per dieci anni e viaggiavo molto. Poi quando ho avuto i miei due figli da crescere, ho lasciato la banca e ho iniziato a interessarmi dei diritti delle donne».
Era l’inizio del 1998, a maggio sarebbe caduto il dittatore Suharto dopo oltre trent’anni di regime (cfr. MC ottobre2025).
Dinny aderì al gruppo Voices of concerned mothers (voci delle madri impegnate), per chiedere giustizia contro le sparizioni di persone per ragioni politiche. Poi gli studenti scesero in piazza e ci furono disordini e repressione.
La comunità cinese fu presa di mira (gli indonesiani di etnia Han) con uccisioni e stupri delle donne. Dinny è di madre cinese: «Io e la mia famiglia non ci sentivamo sicuri, per cui andammo via, soprattutto per i figli, ci trasferimmo a Perth in Australia».
In Australia diventò attivista di Amnesty International. «Quando i miei due figli iniziarono l’università, io tornai in Indonesia. Qui mi fu chiesto di diventare segretaria generale della Commissione nazionale antiviolenza contro le donne, istituita dal presidente B.J. Habibie che era succeduto a Suharto e voleva evitare che accadessero altre violenze di genere».
Basata a Giacarta, la capitale, Dinny doveva coordinare un ufficio con decine di persone e viaggiare ai quattro angoli dell’Indonesia, per parlare con le donne e raccogliere storie di violazioni. «L’Indonesia appare così bella e pacifica, ma sotto c’è ancora molta violenza nei confronti delle donne. Anche oggi, a causa di una cultura del patriarcato. Qui nella zona Toraja le donne sono trattate con una certa uguaglianza, sia dalle pratiche tradizionali che dalle religioni. Ma in altre regioni le leggi tradizionali locali, la religione e pure lo Stato, possono essere violenti verso le donne».
Verso la fine del 2007, Dinny andò in sovraaffaticamento, in burn out. «Ero sul punto di rottura. Chiesi a mio marito di andare a vivere a Toraja, perché amo questo posto. Così nel 2008 iniziammo a costruire questa casa.
Io amavo andare a fare escursioni e, per riprendermi, cominciai a percorre questo territorio, passando nelle comunità».
Il marito di Dinny è un toraja di Batutumonga.

Percorrendo i villaggi, l’attenzione dell’attivista fu attratta da qualcosa di anomalo: «Notai una presenza di bambini e neonati, con caratteri somatici più cinesi che toraja. La cosa mi stupì e iniziai a indagare». Dinny scoprì che molte ragazze e donne toraja, costrette a emigrare per cercare lavoro, in particolare in Malaysia e Singapore, subivano violenze o comunque andavano incontro a maternità indesiderate. Tornavano in patria dove partorivano e affidavano i figli a nonne e zie per poi ripartire. «Avevo scoperto questo disagio diffuso tra le donne toraja. Il mio cervello iniziò a mettersi in moto. Mi venne in mente che, nel villaggio di mia suocera,
Sa’dan, in passato c’era la cultura della tessitura tradizionale. Ma la pratica stava morendo, e le giovani non tessevano più».
Le cause erano molteplici. Le migrazioni forzate volute da
Suharto da Giava verso le altre isole, avevano diffuso – o imposto – la cultura del batik, che è un diverso tipo di tessuto e lavorazione, non originario di questa zona. Per le cerimonie ufficiali occorreva usare il batik. Fu una sorta di colonizzazione culturale.
In seguito, nel 2002, gli attentati terroristici islamisti a Bali (tre bombe causarono 202 morti, di cui molti stranieri, e oltre 200 feriti), ebbero l’effetto di allontanare i turisti da tutta l’Indonesia, eliminando un mercato importante per le tessitrici. La tessitura non dava più reddito.
«La mia idea fu quella di far rivivere la tessitura tradizionale. Se le donne possono vivere di questo, hanno i mezzi per restare a casa, essere in sicurezza, non subire violenze o rapporti indesiderati. È così che Torajamelo è cominciato nel 2008».
Il marito di Dinny e una delle sue sorelle, disegnatrice di moda, assecondarono l’idea della «visionaria» e la aiutarono nella realizzazione.
Nel 2010 l’attività venne formalizzata in due strutture: una fondazione non profit e una società profit. «Volevamo svincolarci dal dover chiedere sempre soldi a terzi, avendo una società che poteva produrre profitto, ma che aveva certe caratteristiche. Più tardi sarebbe stata chiamata impresa sociale. Quindi sono diventata un’imprenditrice sociale».
«La nostra mission aveva dunque due obiettivi: il primo, appoggiare le donne indigene, per dare loro un’opzione lavorativa in modo che non fossero costrette a migrare, a lasciare il villaggio. E questo tramite la tessitura. Il secondo, collegato, era rilanciare la tessitura tradizionale, come elemento culturale. Io, inoltre, speravo di poter vivere qui in Toraja. Ma mi illudevo».
«All’inizio andavo su e giù per le colline della zona di Sa’dan. È la zona di cui è originaria mia suocera. Cercavo le donne che producevano ancora». Sa’dan è a circa un’ora di auto da Batutumonga, in un’altra valle a Nord di Rantepao.
Dinny spiegò l’idea alle tessitrici, la propose alle giovani, organizzò formazioni. Oltre a rilanciare la produzione, occorreva trovare dei nuovi mercati, proponendo anche modelli innovativi e di buon livello.
«Nelle formazioni insegniamo (ancora oggi) alle tessitrici la giusta combinazione dei colori e motivi, e pure le tecniche. Nel Toraja i colori tradizionali sono quattro: nero, rosso, giallo e bianco, per le cerimonie. Colori luminosi che non piacciono a Giacarta, e in altri Paesi, come in Giappone, dove preferiscono blu o altri colori più scuri, che seguano il trend della moda.
Io e mia sorella abbiamo iniziato a fare le formazioni, poi abbiamo chiamato esperti esterni.
Molte delle tessitrici che seguono i nostri corsi non sanno leggere e scrivere, sono semplici madri. Quindi applichiamo uno speciale metodo di formazione».
«Per organizzare il marketing io dovetti andare a Giacarta. Mia sorella, invece, ci aiutò creando i modelli. L’operazione ebbe successo e il business crebbe. Dovevamo avere un negozio, un ufficio in capitale. Non mi piace Giacarta, per il traffico, l’inquinamento. Ma abbiamo dovuto farlo, quindi ho accettato. Nel periodo dal 2010 al 2014 ci siamo focalizzate sul Toraja e le sue tessitrici».
Torajamelo acquisì con il tempo una certa visibilità, le sue attività e i suoi modelli iniziarono a essere conosciuti nell’arcipelago. «Donne, organizzazioni, e gruppi indigeni di altre isole cominciarono a chiederci di aiutare le tessitrici delle loro aree. Chiedevano aiuto in formazione, marketing, e diffusione dei prodotti».
A Torajamelo dovettero stabilire dei criteri per decidere quali richieste appoggiare. «Il primo criterio era quello di intervenire in aree di forte emigrazione delle donne. Il secondo era che ci fosse in loco una buona organizzazione di base, con la quale fare il partenariato. Infine, terzo: dovevano già esserci tessitrici, perché è questo il nostro punto di entrata».
Le attività di Torajamelo crescevano. Le comunità interessate si moltiplicavano. Nelle isole di Lombok, Nusa Tenggara, Timor, Flores iniziarono partenariati. Anche la quantità di ordini era in crescita. «A volte alcune società ci ordinavano un gran numero di tessuti. Ma il nostro principio era, ed è, che non vogliamo fare una fabbrica. Non vogliamo usare le macchine per la tessitura, ma i telai manuali tradizionali. Non vogliamo neppure mettere tutte le donne in un unico posto, perché le madri non devono lasciare il villaggio, altrimenti ne patiscono i bambini, l’ambiente, tutto.
Così, quando arrivano degli ordini molto grossi, li frazionano. Potendo contare sul partenariato di 15 comunità, abbiamo una base di centinaia di tessitrici. Ad esempio, una nota società di cosmetici ci commissionò 500 pezze di stoffa in breve tempo. E riuscimmo a soddisfare la richiesta».
Oggi le comunità del Toraja sono autonome. Non hanno più bisogno dei servizi di Torajamelo, né dal punto di vista formativo, né da quello del marketing. «Capita che commissioniamo loro una produzione, ma, di fatto, sono indipendenti».

«Nel 2019 avevamo già vinto alcuni premi ed eravamo famose. Avevamo dei mercati in Giappone, a Milano, a Londra. Anche grazie a contatti amici che ci hanno aiutate.
Poi arrivò il Covid. Pensai che occorreva digitalizzare tutto, oppure avremmo dovuto chiudere. Io sono una nonna e non sapevo da dove cominciare».
Dinny era presa da questo dilemma, quando incontrò una volontaria di Torajamelo, ma non una qualsiasi. «Dal 2017 avevamo come consigliera volontaria una certa Aparna Bhatnagar Saxena, un ingegnere di Mumbai, India, che era vicepresidente di Dhl logistica. Lei lavorava a Singapore e nel tempo libero promuoveva Torajamelo. Da un po’ di tempo stavo cercando qualcuno che mi rimpiazzasse, ma non trovavo nessuno che volesse, oppure fosse abbastanza bravo per farlo. Non si guadagna bene, ed è molto impegnativo. Non è un lavoro normale, occorre avere la passione. Quando ho visto Aparna a Singapore mi sono detta: è lei. Però non avevo abbastanza budget per farle una proposta».
Mentre Dinny parla con entusiasmo dell’incontro, un grande rapace spicca il volo da un albero del bosco vicino, volteggia proprio davanti a noi e poi vola via lontano nella valle. Dinny si interrompe ed esclama: «È bellissimo! È un buon segno, significa che siete i benvenuti».
Passarono alcuni anni e Dinny incontrò Aparna una seconda volta: «Ero in ufficio a Giacarta e lei è apparsa. Mi ha spiegato che aveva cambiato lavoro e si era trasferita nella capitale indonesiana. Lavorava adesso nell’e-commerce per un’azienda legata ad Ali Baba (il colosso e-commerce cinese, nda). Veniva a chiedermi se, nei fine settimana, poteva fare la consigliera d’affari volontaria».
Dopo alcuni mesi, arrivò il Covid e per Dinny è iniziò il dilemma. «Nel marzo 2020 chiesi ad Aparna di diventare direttrice esecutiva di Torajamelo. In pratica di sostituirmi con l’obiettivo di digitalizzare la società. Dopo diverse settimane, invece di darmi una risposta, mi fece due domande. La prima: “Ti fidi di me?”. “Ma certo”, risposi, “abbiamo lavorato insieme per tre anni, quindi ci conosciamo abbastanza”. La seconda domanda: “Accetteresti che io gestisca
Torajamelo in maniera diversa da te?”. “Sicuro”, risposi io. Così, nel giugno 2020, Aparna Saxena divenne la Ceo (direttrice esecutiva, nda) di Torajamelo. È riuscita a digitalizzare la società, rendendo i prodotti delle nostre donne disponibili anche online, sulla piattaforma ahana.com». Ahana è un marchio creato da Torajamelo, e vende anche altri brand, che devono rispettare stringenti criteri di sostenibilità nella catena produttiva.
Dinny Jusuf da allora ricopre il ruolo di presidente, oltre che fondatrice e consigliera. L’attivista è impegnata anche come consulente presso altre strutture del settore, come il dipartimento dello Stato che si occupa di artigianato. Intanto, un amico di Dinnya, Bhimanto, ha preso in carico la parte della formazione.

Nel 2019 Torajamelo iniziò anche un progetto di ecoturismo, ovvero turismo in appoggio delle comunità. Cominciò insieme a una Ong internazionale, con formazioni indirizzate ad abitanti dei gruppi di base, ma poi il Covid ne bloccò lo sviluppo.
«Io sogno in una collaborazione tra Indonesia e India. Adesso stiamo stabilendo legami con il Giappone, siamo state recentemente a un’importante fiera a Osaka. C’è un tessuto particolare, chiamato ikat, fatto a Okinawa (Giappone), in Gujarat (India) e a Bali (Indonesia). Stiamo stabilendo un triangolo della tessitura».

Attualmente il mercato di Torajamelo è soprattutto in Indonesia, e in larga parte nel cosiddetto business to business (B2B in sigla), ovvero nella vendita ad altre società. In minor misura i tessuti sono venduti anche al consumatore finale. Questo avviene soprattutto per capi di moda. Inoltre, il suo mercato si è molto esteso grazie all’online.
«Nel febbraio dello scorso anno siamo state invitate dal Governo indiano a una grande fiera culturale del tessile in India, dove erano rappresentate circa seicento etnie. Aparna ha firmato un accordo con il ministro degli Affari tribali indiano, per scambiare prodotti indiani e indonesiani.
Inoltre, Torajamelo è stata accreditata come Ong presso l’Unesco, per fornire consulenza su Intangible cultural heritage (patrimonio culturale immateriale). Grazie ad Aparna siamo anche parte di Un Women (l’ente Onu per l’uguaglianza di genere, nda).

«La nostra parola chiave oggi è “collaborazione”, nello specifico su donne, educazione e ambiente. Collaborazione con governi, altre Ong, imprese sociali, comunità, sui temi della giustizia economica per le donne, in particolare indigene e delle comunità locali».
Chiediamo a Dinny come misura il successo di Torajamelo. «Intanto esistiamo ancora e siamo sostenibili. Considerate che io e Aparna non siamo pagate da Torajamelo, ma viviamo di altre consulenze. Il successo è quando le tessitrici indigene non hanno più bisogno di noi, come in Toraja. Qui hanno le loro competenze e le reti di vendita. Il loro reddito è aumentato di cinque volte. Eppure lavorano da casa».
E conclude: «Aparna si lamenta, dice che io sono la sognatrice e lei è la lavoratrice».
Marco Bello
