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La stretta collaborazione tra Italia e Libia in ambito migratorio alimenta un sistema di violenze e soprusi. Al centro dei rapporti tra i due Paesi c’è il Memorandum d’intesa che si è appena rinnovato. Sopravvissuti e associazioni ne chiedono la cancellazione.
Il 24 agosto 2025 la Guardia costiera libica ha sparato contro la Ocean Viking, nave della Ong SOS Méditerranée, mentre si trovava in acque internazionali. I colpi sono partiti da una motovedetta di fabbricazione italiana, una delle tante donate dal nostro Paese nell’ambito della cooperazione con la Libia nel Mediterraneo.
Il 2 novembre 2025, il «Memorandum d’intesa» che regola i rapporti tra Italia e Libia sul fronte migratorio si è rinnovato automaticamente – per la terza volta – per altri tre anni, perpetuando un rapporto fatto di violazioni del diritto internazionale, forniture, addestramento e figure accusate di crimini contro l’umanità. Come ribadiscono le sentenze, però, la Libia non è un luogo sicuro. Confermando questa esternalizzazione dei confini, l’Italia continua a violare l’articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Diritti che però, muoiono in Libia.
Il primo ottobre 2021 la polizia libica condusse violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre cinquemila persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Quella volta, però, la reazione fu diversa dal solito: chi riuscì a scappare si radunò davanti al quartier generale dell’Unhcr, dove protestarono per cento giorni. Nel loro manifesto due richieste spiccavano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, anch’essi sostenuti da Italia e Unione europea. Da quelle settimane di protesta nacque il movimento – poi divenuto organizzazione – Refugees in Libya (Ril), che oggi chiede la revoca del Memorandum e di ogni collaborazione italiana con lo stato nordafricano.
L’accordo bilaterale fu sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj. Alla base vi è l’idea che solo la collaborazione tra i due Paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale si offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro la migrazione clandestina». Ogni aspetto del Memorandum è problematico, basti pensare che al suo interno non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti fondamentali. Già al momento della sua adozione, la comunità internazionale era consapevole delle violazioni dei diritti compiute nei centri di detenzione libici. Inoltre, era risaputo che la Guardia costiera libica, che si prometteva di voler sostenere, fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, ricordiamo Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia costiera, sanzionato internazionalmente in quanto trafficante di esseri umani.

Il legame tra i due Paesi è caratterizzato da un costante supporto logistico, economico, militare e tecnico da parte dell’Italia, giustificato dalla necessità di gestire i flussi in arrivo in Europa e di rafforzare le capacità libiche di controllo delle frontiere. Lo scopo ultimo è, quindi, quello di bloccare le partenze sul nascere, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.
Tra il 2015 e il 2020, come mostra l’inchiesta The Big Wall di ActionAid, l’Italia ha speso oltre 1,4 miliardi di euro per cercare di fermare le partenze dal Nord Africa, e alla Libia è stata destinata la quota maggiore, di oltre 492 milioni.
Sono molteplici i fondi dedicati a questo tipo di collaborazioni con la Libia: 12,5 milioni di euro arrivano, ad esempio, dal Fondo per l’Africa, mentre con la missione Miasit è stato fornito un contingente di 200 militari oltre a diverse collaborazioni per la formazione, l’addestramento, il supporto e il mentoring alle forze di sicurezza e alle istituzioni libiche.
Anche l’Unione europea ha un ruolo centrale nei finanziamenti, tanto che, a giugno 2025, è stata rinnovata la European Union border assistance mission in Libya (Eubam Libya) con un budget di 52 milioni di euro. L’Eu Trust fund, creato nel 2015 dalla Commissione europea per finanziare interventi volti ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare, ha un budget totale di 4 miliardi di euro, 455 dei quali sono già stati dedicati alla Libia.
Tramite questi fondi sono stati indetti appalti di grande rilevanza, per la fornitura e manutenzione di mezzi di terra, aerei e, soprattutto, mezzi marittimi. Sono queste imbarcazioni che diventano tristemente note quando sono protagoniste di episodi di violenza, come nel caso della sparatoria compiuta nei confronti della Ocean Viking.
Senza questo sostegno la cosiddetta Guardia costiera libica – strutturalmente carente di risorse e capacità operative autonome – non riuscirebbe a operare in modo così significativo.
In Libia i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione, ufficiali e non, dove subiscono le più disparate violazioni dei diritti umani: torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri, lavoro forzato. L’unico modo per sottrarsi a ciò è pagare la propria libertà attraverso un riscatto: il diritto alla vita da comprare come se fosse un oggetto. Le violenze mirano soprattutto a estorcere denaro, ma spesso sono mosse da odio razziale o puro sadismo dei carcerieri.
Il tutto avviene in un contesto degradante, segnato da sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose che favoriscono la diffusione di malattie, denutrizione e scarso accesso all’acqua potabile. Torture, abusi e negazione della dignità umana rappresentano la norma per la quasi totalità dei migranti.
Le conseguenze del mancato pagamento del riscatto sono disumane, come racconta H. al servizio hotline di Ril: «Arrivato a Tripoli sono stato arrestato in più occasioni dalle milizie; una volta sono stato violentato sessualmente e torturato con il fuoco, per essere costretto a pagare un riscatto. Ma non avevo nulla per pagare, così mi hanno tenuto prigioniero finché mi sono ammalato gravemente, al punto da non riuscire nemmeno a muovermi». Ancora, le parole di una donna raccolte dalla hotline: «Mi hanno picchiata, mi hanno ustionata con acqua bollente e mi hanno violentata».
Il lavoro forzato include pulizie, cucina, carichi pesanti o lavaggio dei veicoli dei funzionari, ma alcuni vengono portati in fattorie e cantieri. Lam Magok – uno dei fondatori di Ril – ricorda così la sua detenzione in uno dei centri di Almasri (il generale libico accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra, omicidi, torture e stupri, arrestato a Torino e riportato in Libia con un volo di Stato italiano il 21 gennaio 2025; lo scorso 5 novembre arrestato a Tripoli dalle autorità locali, ndr): «Mi hanno costretto a rimuovere i cadaveri di soldati uccisi negli scontri e di migranti morti in detenzione. Senza guanti e senza mascherina. I miliziani si tenevano a distanza, quei corpi erano stati abbandonati per giorni. Non lo dimenticherò mai».
Pur chiedendo aiuto all’Unhcr, i migranti non ricevono sostegno concreto. Come raccontato alla hotline, Y. ha denunciato un’aggressione subita insieme alla sua famiglia nella loro casa: è stato picchiato brutalmente, così come la moglie incinta di tre mesi, che ha perso il bambino. Nonostante l’uomo abbia presentato un reclamo all’Unhcr, nessuno lo ha mai ricontattato. Anche M. ha raccontato la propria esperienza di abbandono da parte dell’agenzia: «Ho solo un foglio rilasciato dall’Unhcr, ma le milizie dicono che quel foglio è inutile. Da quando mi sono registrato all’Unhcr sono stato imprigionato tre volte». La protezione offerta è quindi largamente inefficace, se non inesistente.

Il dossier Expanding the Fortress ha esaminato le 35 nazioni verso cui i membri dell’Unione europea si rivolgono per l’esternalizzazione: sono per il 48% governati da regimi autoritari e vengono classificati come Paesi «non liberi», che violano ripetutamente i diritti umani. Diciotto di essi hanno un basso indicatore di sviluppo umano.
Nel 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha parlato di un calo del 64% degli arrivi irregolari e dell’efficacia dei partenariati con i paesi terzi. Una diminuzione temporanea, però, non corrisponde a una riduzione della pressione migratoria. Implica piuttosto che i movimenti si sono spostati. La richiesta di viaggi irregolari rimane elevata, a causa di fattori quali i conflitti, il cambiamento climatico e l’instabilità economica. L’Europa stipula accordi milionari con i Paesi di transito ma è improbabile che questi abbiano un impatto duraturo; al contrario, aumentano i rischi per i diritti umani e rafforzano il potere negoziale delle controparti. Le politiche migratorie si concentrano sul breve termine, invece di adottare una strategia più ampia che preveda una redistribuzione e l’espansione dei canali legali. Le visioni miopi, orientate a risultati immediati, non fermeranno l’irregolarità.
Inoltre, la Libia non è l’unico scenario di atroci violenze. La Tunisia sembra ormai sulla strada «giusta» per diventare la «nuova» Libia. Fra il 2023 e il 2024 il governo di Kaïs Saïed avrebbe bloccato la partenza di almeno 100mila migranti. Dal 2017, l’Italia ha speso circa 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, mentre il Memorandum tra Ue e Tunisia ha portato al trasferimento di 150 milioni di euro, di cui gran parte da impiegare nella prevenzione delle partenze.
Negli anni sono state raccolte innumerevoli testimonianze e prove delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, e oggi sono proprio i sopravvissuti a chiedere di fermare la complicità italiana in questo sistema di soprusi. Refugees in Libya, con il sostegno di molte altre organizzazioni, chiede che il governo italiano – e più in generale l’Unione europea – ponga immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le intenzioni iniziali alla base dell’accordo, esso ha chiaramente fallito dal punto di vista umanitario. Oltre alla revoca, si richiede giustizia per le vittime delle torture, attraverso il rilascio di visti umanitari e forme di risarcimento per gli abusi subiti. Allo stesso tempo, vengono avanzate proposte per il futuro: rafforzare le operazioni statali di salvataggio in mare, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, si battono per i diritti dei migranti. Ancora una volta queste richieste non sono state ascoltate e il Memorandum è stato rinnovato, mentre la traversata del mar Mediterraneo continua a rappresentare la rotta migratoria più letale al mondo.
Eva Castelletti*
*Laureata in Politiche europee e internazionali con una tesi sulla cooperazione tra Italia e Libia e le conseguenti violazioni dei diritti delle persone migranti. Lavora nel gruppo di Policy & Advocacy di Caritas Europa a Bruxelles, dove si occupa di migrazioni, politiche sociali e giustizia ecologica.
