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«Quanti colpi di stato organizzati dalla Cia ancora? L’America Latina non li vuole, l’America Latina non ne ha bisogno». Così risponde il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Donald Trump che, a fine ottobre, ha confermato la presenza di operazioni dei servizi segreti Usa nel paese bolivariano, dopo un’estate all’insegna di un’escalation senza precedenti della storica e continua ostilità tra i due Paesi.
L’America Latina non è nuova alla presenza di forze speciali e di intelligence statunitensi che, normalmente in segreto, hanno incoraggiato cambi di governi spesso non democratici. Uno dei primi casi si verificò nel 1954, con il golpe che destituì il presidente del Guatemala Jacobo Arbénz, democraticamente eletto. Con la sua riforma agraria si era opposto agli interessi della compagnia bananiera statunitense United fruit company, e la sua apertura al partito comunista locale era risultato scomoda a Washington. Dopo il golpe, è iniziato un conflitto armato di oltre trent’anni e un susseguirsi di governi militari che hanno messo in ginocchio l’intero Paese.
Stesso copione in Cile, con il colpo di stato di Pinochet nel 1973, e in Argentina, con la dittatura di Videla nel 1976. A quei tempi, la presenza della Cia in America Latina faceva parte del più grande conflitto della Guerra fredda, in cui gli Stati Uniti cercavano di sedare nel sangue qualsiasi tentativo di riforma ispirata da un’ideologia di sinistra, in nome della sicurezza nazionale.

Oggi tocca al Venezuela, in una situazione esacerbata da due presidenti, quello Usa e quello venezuelano, che hanno smarrito la via della legalità. Da una parte c’è l’erede di Hugo Chávez, con un governo di funzionari corrotti, talmente avidi da aver affamato un intero Paese. Dall’altra il tycoon che, con un gesto muscolare, ha schierato un arsenale di armi nelle acque internazionali di fronte al Venezuela, con l’obiettivo, secondo alcuni analisti, di sovvertire il governo di Maduro attraverso l’attacco armato.
Schiacciati dal peso di questo braccio di ferro, milioni di venezuelani vivono sotto un regime che la maggioranza non riconosce, con un salario minimo mensile di un dollaro per un insegnante e di 75 centesimi per un poliziotto, quando un chilo di riso può costare anche 22 dollari.
«C’è gente che invoca l’invasione armata degli Stati Uniti – racconta Rafael (nome di fantasia) dal Venezuela, sotto anonimato per ragioni di sicurezza -. Quando un popolo è oppresso, vuole solo essere liberato. Chi e come lo libera, non importa. L’unica cosa che conta è smettere di morire di fame. Poi noi crediamo che la situazione se acomodarà (si sistemerà)».
Per il momento, però, la situazione non sembra sistemarsi affatto, e, da agosto, nel mar dei Caraibi si respira aria di guerra. Gli Stati Uniti hanno dispiegato tre cacciatorpediniere con base missilistica, aerei militari e un sommergibile nucleare e la portaerei Ford nelle acque internazionali di fronte al Venezuela. A completare il contingente, oltre quattromila marines. La presenza militare senza precedenti è stata giustificata ufficialmente come risposta alla dichiarata guerra al narcotraffico e ai cartelli Tren de Aragua y De los soles, etichettati come narcoterroristi, e ritenuti responsabili del traffico di fentanyl, oppioide sintetico prima causa di morte per overdose negli Stati Uniti.
In risposta, il presidente venezuelano ha mobilitato oltre quattro milioni di membri della Milizia nazionale, principalmente volontari e veterani che fanno parte del quinto contingente della Forza armata nazionale bolivariana, fondata da Hugo Chávez nel 2007. Un contingente che, sulla carta, e forse anche nei fatti, non ha nessuna chance di sopravvivenza di fronte alla potenza tecnologica dell’esercito statunitense.
E la guerra è già iniziata. Tra settembre e ottobre sono stati fatti esplodere almeno sei pescherecci dalle forze Usa, un’esecuzione extragiudiziale di oltre 27 persone, che viola il Diritto del mare il quale vieta di attaccare imbarcazioni civili in acque internazionali.
In Venezuela, molti sono così frustrati da anni di regime Maduro che giustificano anche l’attacco armato. «Viviamo sotto un potere incancrenito, cancerogeno e metastatico – commenta Carlos, un cittadino del Venezuela, residente nella zona andina -. Per cui sulla morte di queste persone nessuno fa commenti». Intanto a Maracaibo e sulla costa caraibica, i pescatori temono di essere silurati in mare, ed evitano di andare a pescare, il che procura un forte impatto sulla già fragile economia venezuelana.

A partire dalla sua prima elezione nel 2013, il governo di Maduro si è distinto per corruzione e brogli elettorali, culminati con la contestata elezione del 2024, quando il presidente si è rifiutato di consegnare le cartelle elettorali che avrebbero dimostrato la vittoria di Edmundo Gonzáles Urrutia. A questo si aggiunge l’incarceramento e la tortura degli oppositori politici e la repressione del dissenso nel sangue, come avvenuto durante le proteste del 2014 e 2017.
Tuttavia, molti analisti internazionali, tra cui fonti del New York Times, storcono il naso di fronte alla definizione di Maduro come «narcotrafficante». Secondo una recente inchiesta del quotidiano Usa, non esistono prove dirette che lo colleghino al cartello Tren de Aragua, mentre quello che viene definito dagli Stati Uniti «cartel de Soles» sarebbe in realtà una rete di funzionari, militari e veterani vicini al governo, coinvolti in corruzione e abusi di potere, ma non necessariamente nel traffico di droga.
Si suppone, quindi, che gli Stati Uniti usino il termine narcotrafficante come parte di una retorica anti Maduro volta a convincere l’opinione pubblica della necessità di un eventuale intervento armato offensivo in Venezuela sotto la bandiera della «lotta al narcotraffico».
Secondo indiscrezioni, Maduro e i vertici del suo governo, tra cui il ministro della difesa Vladimir Padrino López, sarebbero nascosti in un bunker per difendere la propria incolumità in caso di attacco di terra, anche se continuano ad apparire regolarmente sulle reti televisive nazionali.
In Venezuela la maggior parte della popolazione vive con stipendi che non superano un dollaro al mese. Dal 2017, il Paese ha affrontato una iperinflazione che è durata fino al 2022, con tassi che hanno superato il 9.585%, portando l’economia al collasso.
Le radici della crisi risalgono al crollo del prezzo del petrolio, su cui fin dagli anni Settanta, il governo ha basato la sua politica economica, nazionalizzando l’industria petrolifera e creando la Pdvsa (Petróleos de Venezuela, S.A.). Per molti anni, l’economia del Paese è stata la più florida dell’America Latina con la vendita di tre milioni di barili di petrolio al giorno a 200 dollari l’uno. Ma la mancanza di diversificazione produttiva e la corruzione politica sono stati nefasti per il Paese: quando il prezzo del petrolio è crollato, già negli anni Ottanta, si è verificata una prima grande crisi economica, seguita da proteste represse nel sangue dall’allora presidente Carlos Andrés Pérez.
Dopo il tentato colpo di stato del 1992, è emerso Hugo Chávez che ha stravinto le elezioni del 1998 con un programma socialista di redistribuzione della ricchezza. Per molti anni il suo governo ha ottenuto consenso, grazie alle sue politiche sociali, per migliorare l’occupazione, l’istruzione e la sanità. Ma con il tempo, ha virato verso un estremismo di sinistra che favoriva solamente i funzionari allineati alla sua visione del mondo. Ad essi ha aumentato gli stipendi, mentre licenziava quelli che non dimostravano fedeltà.
A questa situazione di malcontento si è affiancato il crollo del prezzo del petrolio del 2008 che ha segnato l’inizio del collasso definitivo.
Nel 2013 Chávez è morto ma gli è succeduto il «delfino» Maduro che ha radicalizzato la visione chavista. La crisi si è aggravata con la prima amministrazione Trump e l’imposizione di sanzioni che, da quel momento a oggi, hanno impedito al Paese di accedere ai mercati finanziari. Di conseguenza il bolivar, moneta corrente del Paese, si è svalutato, e la popolazione ha perso potere d’acquisto.
Dal 2016 esiste la «borsa Clap» (da Comités locales de abastecimiento y producción, un programma governativo di distribuzione alimentare, ndr), un pacco alimentare consegnato due volte al mese a prezzo contenuto, con farine, sardine in scatola, margarina, fagioli e altri legumi, utile per la sopravvivenza, ma povero di nutrienti, in particolare per la dieta di bambini e anziani. «La maggior parte della gente muore di fame perché vive esclusivamente dei prodotti della borsa Clap», commenta Carlos in chiamata dal Venezuela. Secondo l’istituto di ricerca Cendas-Fvm, dell’unione dei maestri venezuelani, la spesa alimentare mensile per una famiglia di cinque persone si aggira intorno ai 500 dollari, cifra impossibile da raggiungere con gli stipendi medi.
A completare il quadro si aggiunge un sistema sanitario pubblico al collasso. Negli ospedali viene fornita solamente assistenza medica di base, ma manca l’attrezzatura per poter svolgere interventi chirurgici complessi come trapianti. «Per un bypass coronarico una clinica ha chiesto 38mila dollari a un amico – racconta Carlos -. In Colombia costa 20mila e stiamo raccogliendo i soldi tra amici e parenti perché qui una persona non può pagarli da sola».

Secondo l’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati), sono circa otto milioni le persone venezuelane che hanno lasciato il Paese negli ultimi dieci anni. Principalmente giovani, intellettuali e professionisti che non riuscivano a mettere a frutto il proprio talento in patria o rischiavano stipendi da fame. La maggior parte ha intrapreso il percorso migratorio sulle rotte dell’irregolarità gestite da coyotes, criminali che sfruttano il dolore della gente offrendo viaggi insicuri a prezzi esorbitanti.
A causa della grave crisi migratoria, per anni i venezuelani hanno potuto accedere a uno status di protezione temporanea (Tps) negli Stati Uniti, che permetteva la regolarizzazione. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha avviato la sospensione del programma, colpendo migliaia di venezuelani che, quindi, non avranno nessun altro mezzo per legalizzare la propria posizione durante le pratiche per la richiesta di asilo.
Impoverito e svuotato fisicamente e culturalmente, oggi il Venezuela è un Paese che, ricchissimo sulla carta grazie alle sue riserve di petrolio e oro, si trova sull’orlo del baratro, di fronte alla possibilità di un cambio di leadership violento e alla dissoluzione dei suoi antichi valori di sinistra.
Tra le ipotesi di transizione, si parla della proposta della vicepresidentessa Delcy Rodríguez che continuerebbe un «madurismo senza Maduro», oppure della possibilità di un conflitto armato e della successiva ascesa di Maria Corina Machado, vincitrice delle primarie del 2023, poi esclusa dalle elezioni del 2024, in linea con gli interessi economici degli Stati Uniti (insignita a ottobre del premio Nobel per la pace, vedi box).
«La gente è pronta tutto, anche alla presenza diretta degli Stati Uniti nel Paese e alla privatizzazione totale delle imprese statali – continua Carlos -. Oggi siamo in mano a una banda di corrotti, domani saremo venduti alle multinazionali».
Simona Carnino

Il 10 ottobre, il premio Nobel per la Pace è andato a Maria
Corina Machado, leader del partito di opposizione venezuelano Vente Venezuela (vieni Venezuela). Figura anti Maduro per antonomasia, esponente di una destra cattolica e tradizionalista, Machado condivide la visione trumpiana del mondo.
Un Nobel che non sembra tanto un riconoscimento per la pace, quanto piuttosto un premio di consolazione per Donald Trump, il quale ha più volte affermato di meritarselo.
Maria Corina Machado ha dalla sua il fatto di aver vinto le elezioni primarie del 2023 con oltre il 90% dei consensi. Ha inoltre denunciato in più occasioni l’oppressione del governo chavista contro oppositori e prigionieri politici, e i brogli elettorali. Tuttavia, la sua nomina al premio ha lasciato perplessi molti analisti perché la politica di Corina Machado ha poco a che vedere con la pace.
Da tempo, infatti, invoca l’intervento armato degli Stati Uniti, ai quali in cambio promette il petrolio venezuelano, oggi per lo più in mano alla Cina.
In realtà, un intervento armato, sebbene auspicato da parte della popolazione, non farebbe che amplificare le disuguaglianze, aggravando le condizioni di povertà e il trauma collettivo, come solo un conflitto riesce a fare.
Il premio Nobel arriva in un contesto geopolitico poco opportuno, e rischia di legittimare l’attacco che è già in atto nel mar dei Caraibi, convincendo l’opinione pubblica della sua necessità.
«Una guerra in nome della pace» potrebbe essere il sottotitolo di questo premio Nobel.
Maria Corina Machado rappresenta poco la voce democratica alternativa a Maduro: sebbene politicamente agli antipodi, ne incarna il proseguimento.
Machado è il caudillo (condottiero, ndr) alternativo, una voce grossa, di potenza pari e contraria a quella del suo avversario.
La forza di Machado non risiede nel programma del suo partito, ma nella sua persona, che in questo momento riesce a incarnare il dolore del popolo venezuelano e ad accentralo nel suo corpo e nel suo nome.
È la leader forte e opposta che emerge ancora una volta dall’evoluzione contemporanea del caudillismo, quel sistema politico tanto caro al mondo latinoamericano e latino europeo, caratterizzato dalla personalizzazione del potere e delle istituzioni in un’unica persona carismatica. Oggi magari non è più appartenente all’autorità militare, ma è comunque invocata dal popolo nei momenti di incertezza ed è specchio di un mondo che rinuncia alla democrazia.
S.C.