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Le ambiguità del piano Mattei

Enrico Mattei è stato un grande italiano. Lo è anche il piano che ha preso il suo nome? Senza voler criticare a priori il progetto, per ora prevalgono i dubbi.

All’apparenza sembra un progetto di cooperazione. Nei fatti è uno strumento di geopolitica. La differenza fra i due concetti è abissale e va tenuta presente per capirne le intenzioni e gli effetti: la cooperazione è finalizzata a sradicare la povertà, tutelare i diritti umani, prevenire i conflitti; la geopolitica è finalizzata a garantire una posizione di vantaggio al proprio Paese rispetto agli altri.

Stiamo parlando del cosiddetto piano Mattei, molto simile al Belt and road initiative, il piano messo a punto dalla Cina, per sostenere e realizzare la costruzione di strade, ferrovie, porti, aeroporti in vari paesi del Sud del mondo, al fine di rafforzare i propri rapporti commerciali e garantirsi, possibilmente, una presenza militare oltre confine. Il piano Mattei si focalizza sull’Africa con l’intento di sostenere tutti quegli interventi che possono garantire all’Italia il massimo dei risultati possibili in termini di riduzione dell’immigrazione clandestina, di apertura di nuovi mercati, di approvvigionamento di materie prime. Il tutto, così si dice, senza propositi predatori e per questo dedicato a Enrico Mattei (foto a pag. 56) che, negli anni Cinquanta del secolo scorso, avviò lo sfruttamento d’idrocarburi nei paesi africani pagando un giusto prezzo ai governi locali.

Si chiamava Enrico Mattei

La prima volta che la premier Giorgia Meloni ha accennato al piano Mattei è stato il 22 ottobre 2022 quando si è presentata in Parlamento per chiedere la fiducia al proprio Governo. E lo ha fatto parlando dell’immigrazione clandestina: «Tutto quello che noi vogliamo fare in rapporto al tema dell’immigrazione, è impedire che la selezione di ingresso in Italia la facciano gli scafisti. E allora mancherà un’ultima cosa da fare, forse la più importante: rimuovere le cause che portano i migranti, soprattutto i più giovani, ad abbandonare la propria terra, le proprie radici culturali e la propria famiglia per cercare una vita migliore in Europa.
Lo scorso 27 ottobre è stato il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei, un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione postbellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il mondo. Ecco, credo che l’Italia debba farsi promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area subsahariana. E ci piacerebbe così recuperare finalmente, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il ruolo strategico che l’Italia ha nel Mediterraneo».

In sintesi, si potrebbe dire che l’obiettivo è quello di creare più stretti rapporti economici con l’Africa per tenere gli africani lontani dalle città italiane, ma anche per ridare centralità economica e politica all’Italia, in perfetta linea con la logica nazionalista.

Concetto ripreso dalla stessa Meloni quasi un anno dopo, il 3 ottobre 2023, in un discorso tenuto a Torino al Festival delle regioni: «Se il futuro è il tema delle materie prime, allora devo ricordare che l’Africa non è un continente povero. Devo ricordare che, mentre l’Europa ha un problema di approvvigionamento energetico, l’Africa è potenzialmente un enorme produttore di energia e che le due cose possono stare insieme tramite la realizzazione di investimenti strategici, com’è ad esempio il cavo di collegamento sottomarino con la Tunisia».

Enrico Mattei – Flickr

Vita o morte

La questione energetica è sempre stata un tema cruciale in tutte le epoche, ma per un sistema organizzato sulla crescita, com’è il capitalismo, è addirittura una questione di vita o di morte. Specie per l’Europa che internamente può fare affidamento solo su fonti rinnovabili, da cui ottiene, però, solo il 47% del proprio fabbisogno elettrico e il 25% dell’intero fabbisogno energetico. In più, oggi, l’Ue è in guerra con la Russia, suo tradizionale venditore di gas, avendo – di conseguenza – un bisogno assoluto di fornitori alternativi di prodotti energetici. Per questo la premier guarda all’Africa, con il duplice obiettivo di coprire i fabbisogni dell’Italia e fare diventare il nostro paese il punto d’ingresso di materiale energetico per tutta l’Europa. Concetto ribadito nel gennaio 2024 durante il discorso che ha tenuto alla conferenza Italia-Africa: «Noi siamo sempre stati convinti che l’Italia abbia tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa. […] L’interesse che persegue l’Italia è aiutare le Nazioni africane interessate a produrre energia sufficiente alle proprie esigenze e ad esportare in Europa la parte in eccesso. […] Tra le iniziative in quest’ambito voglio ricordare quella in Kenya dedicata allo sviluppo della filiera dei biocarburanti, che punta a coinvolgere fino a circa 400mila agricoltori entro il 2027. Ma chiaramente questo scambio funziona se ci sono anche infrastrutture di connessione tra i due continenti e lavoriamo da tempo anche su questo, soprattutto insieme all’Unione europea. Penso all’interconnessione elettrica Elmed tra Italia e Tunisia, o al nuovo corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno dal Nord Africa all’Europa centrale passando per l’Italia».

Per capire meglio il discorso di Meloni, vale la pena precisare che Elmed è un progetto che prevede la costruzione di un elettrodotto tra Sicilia e Tunisia, per una lunghezza complessiva di 220 chilometri, di cui 200 in cavo sottomarino. Un progetto portato avanti dalla società elettrica italiana Terna e da quella tunisina Steg, con il finanziamento di fondi europei e della Banca mondiale, per garantire all’Europa energia elettrica prodotta in Nord Africa da fonti rinnovabili. Quanto al corridoio H2 Sud, è un progetto portato avanti da un consorzio di imprese europee, fra cui l’italiana Snam, finalizzato a costruire una conduttura lunga 3.300 km per trasportare idrogeno prodotto in Tunisia fino al cuore d’Europa.

Puntualmente ambedue i progetti sono stati inseriti nel piano Mattei attirando le critiche di molti gruppi ambientalisti e terzomondisti: «Ci opponiamo alla produzione di idrogeno verde nel Sud del mondo, e allo sviluppo di infrastrutture a essa collegate, a causa della sua estrema inefficienza. Per produrre idrogeno servono enormi quantità di elettricità e acqua, due risorse scarse nei paesi che si intende trasformare in produttori di idrogeno da inviare in Europa».

Un «verde» di facciata

È il vecchio modello estrattivista in versione ambientalista che, invece di convogliare le risorse verso la soluzione dei bisogni locali, le dirotta verso la produzione di ciò che serve ai vecchi paesi coloniali per continuare a gozzovigliare a spese di tutti senza sensi di colpa di tipo ambientale. «Un’operazione di greenwashing estremamente utile anche alle industrie di combustibili fossili che possono farsi passare per verdi, mentre continuano a inondare il pianeta di prodotti tossici che sconvolgono il clima». Così si esprime Siphesihle Mvundla, attivista per la giustizia climatica ed energetica di GroundWorkFriends of the Earth Sudafrica.

Del resto, un altro progetto energetico inserito nel piano Mattei, suscita forti dubbi sul rispetto dello spirito non predatorio vantato da Giorgia Meloni. Il progetto in questione è gestito da società del gruppo Eni e ha come oggetto la coltivazione in Kenya di semi di ricino destinati alla produzione di biocarburante negli stabilimenti Eni operanti a Gela e Porto Marghera. Il progetto, che ha ricevuto prestiti per 210 milioni di dollari, di cui 135 dall’International finance corporation (Banca mondiale) e 75 dal Fondo italiano per il clima, è reclamizzato come un’iniziativa che offre una prospettiva di vita a centinaia di migliaia di piccoli contadini proprietari di terre semiaride, inadatte ad altre coltivazioni. Ma varie testimonianze raccolte dal coordinamento europeo Transport&environment mettono in dubbio i vantaggi sociali e ambientali vantati da Eni. Per cominciare va detto che nel programma sono entrati anche molti coltivatori che già producevano mais e legumi per il mercato locale. Di fronte agli alti guadagni prospettati dalla multinazionale italiana, hanno deciso di cambiare coltivazione, ma sono rimasti delusi. I contratti firmati, infatti, prevedevano l’ottenimento agevolato se non gratuito dei semi, ma compensi totalmente rapportati alle quantità di prodotto consegnato. E quando le annate sono andate male, per loro è stata la fame. Tant’è che molti hanno deciso di tornare alle coltivazioni tradizionali.

Prima le imprese italiane

Oltre che in ambito energetico, il Piano Mattei intende intervenire anche in altri settori ritenuti strategici: istruzione, sanità, agricoltura, infrastrutture sia fisiche che digitali. In ogni caso sempre privilegiando il sostegno alle imprese italiane che prendono parte ai progetti, a volte come partner, a volte come promotori. Un’attenzione, quella verso le imprese, che emerge anche analizzando la composizione della cabina di regia, l’organismo che decide i progetti da promuovere e come finanziarli. Due terzi dei suoi componenti sono rappresentanti d’impresa o di associazioni imprenditoriali (Acea, Snam, Fincantieri, Eni, Leonardo, Fs, Enel, Terna, Confagricoltura, Coldiretti, Confartigianato e altre). Del resto, durante il discorso alla Conferenza Italia-Africa, Giorgia Meloni ha precisato che il piano non può «prescindere dal pieno coinvolgimento di tutto il “Sistema Italia” complessivamente inteso, a partire dalla Cooperazione allo sviluppo e dal settore privato che è fondamentale coinvolgere nella nostra strategia, dato l’enorme patrimonio di conoscenza, tecnologia e soluzioni innovative che può vantare».

Il risultato è che, fra i primi progetti inseriti nel piano Mattei, c’è l’avvio, in Algeria, di un polo agricolo gestito dall’azienda italiana Bonifiche ferraresi per la messa in produzione di 36mila ettari di terreni semiaridi nei pressi dell’oasi di Timimoun. Il 70% della superficie sarà coltivata a cereali – grano duro e tenero – e la restante parte dedicata a legumi e semi oleosi. Il tutto secondo le tecnologie più moderne che prevedono l’intervento di varie altre imprese italiane, fra cui Consorzi agrari d’Italia e Irritec Spa per lo sviluppo del sistema di irrigazione, la società Ocrim Spa per la realizzazione di impianti di trasformazione, Giorgio Tesi Group per le attività vivaistiche, la società Diagram per la digitalizzazione, Acea per le tecnologie legate alla fonte idrica. Recentemente la lista si è arricchita anche della presenza di Leonardo Spa che fornirà tecnologie digitali e satellitari per monitorare dallo spazio le colture, i suoli e le risorse idriche.

Non è dato sapere se i raccolti verranno acquistati dal governo algerino e quindi rivenduti localmente a prezzi politici, o se saranno immessi nel mercato locale ai prezzi totalmente decisi dall’azienda produttrice. Dalla relazione, presentata al Parlamento il 17 luglio 2024, si apprende, comunque, che il 30% del raccolto è destinato alla esportazione verso l’Italia. In particolare, quello di grano duro di cui il Paese ha grande bisogno per la produzione di pasta. Dallo stesso documento, si apprende anche che il progetto è sostenuto da Simest, società di Cassa depositi e prestiti, gruppo controllato all’82% dal Governo italiano. Istituita con il compito di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Simest interviene sia concedendo prestiti agevolati, sia partecipando al capitale sociale delle aziende selezionate. Nel caso di Bonifiche ferraresi, il finanziamento, pari a 15 milioni di euro, ha assunto la forma di partecipazione all’aumento di capitale decretato da  una sua controllata operante all’estero.

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Un piano generico

Per la verità, da un punto di vista finanziario, il piano è piuttosto generico. Non precisa quali progetti hanno diritto a contributi a fondo perduto, quali solo a prestiti. Si limita a dire che per il primo quadriennio, il piano potrà contare su una disponibilità finanziaria di 5,2 miliardi di euro, di cui 3 attinti dal Fondo italiano per il clima e 2,2 dai fondi per la Cooperazione allo sviluppo. Inoltre, asserisce di volersi avvalere della collaborazione di una serie di istituti finanziari italiani di natura pubblica come la Cassa depositi e prestiti, Simest, Sace e altri fondi di livello internazionale. Ma non precisa né i criteri di finanziamento né le procedure da seguire, forse per lasciare ampia libertà di manovra alla Cabina di regia che di volta in volta potrà decidere quale forma di aiuto assicurare e da parte di chi.

La legge prevede che, a giugno di ogni anno, venga presentata una relazione al Parlamento sullo stato di avanzamento dei progetti. Ma più fonti lamentano scarsa trasparenza.

L’Osservatorio conti pubblici dell’Università cattolica, ad esempio, scrive che «spesso non vengono citate le risorse messe in campo per singolo progetto, e quando vengono citate non è chiara la ripartizione fra risorse pubbliche e private». Un ulteriore elemento che getta ombra su un piano già pieno di ambiguità.

Francesco Gesualdi

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